domenica 10 agosto 2008

Roma, 10 Agosto 2008

Voglio partire anch'io per Agosto.

Continuo a fumare erba ma non sento niente, se non l'odore acre dei filtri umidi cosparsi di cenere che giacciono ammassati come cadaveri in una fossa comune. Odore di malinconia, di solitudine, di morte. Sono tornato da poco e le mie vacanze l'ho fatte, ma sono già un ricordo sbiadito dal tempo. Il mondo in cui mi trovo ora, non permette assenze ingiustificate ne spensieratezza. Mi sento in combattimento perenne, circondato da mulini a vento più alti del cielo. Inarrestabili.

Sono stanco.

Umiliato dalle istituzioni, dagli eventi. Vivo in un girone dantesco dove cerco, con tutte le mie forze, di risolvere problemi che puntualmente si ripresentano irrisolti. Ho voglia di cambiare le carte in tavola, ho bisogno di cambiare. Ho bisogno di semplicità, di normalità. La follia ha camminato accanto a me per troppo tempo. Non sopporto più nessuno e tutto mi provoca nausea. E' San Lorenzo. Per ogni stella che non vedrò cadere, lo stesso desiderio.

Anch'io voglio partire, per non tornare.



domenica 29 giugno 2008

LA RICERCA DELLA GOVERNANTE (Reprise) Capitolo 8

La mattina dopo "Soreta" si presenta puntuale. Bionda, occhi azzurri, carnagione chiara tendente al rossastro e qualche chiletto in più del dovuto (per essere gentili). Fa il canonico giro di casa; facciamo la canonica chiacchierata e, sempre canonicamente, dice:«Non ti pentirai di me, starai bene».
Non sono passate ventiquattr'ore che sono già amaramente pentito e mi sento male. "Soreta" è sparita senza lasciare traccia. Cellulare spento. 
Lasciare che uno sconosciuto giri liberamente per casa tua è già difficile di suo. Se poi aggiungiamo il fatto che ogni volta devo spogliarmi (in senso lato) delle mie molteplici e intime problematiche di fronte al pinco pallino di turno, che puntualmente il giorno dopo non si presenta, il peso della ricerca diventa insopportabile. Di conseguenza, la ricerca si fa meno convinta e si tende a rallentare il processo, sperando che una governante piova dal cielo. Cosa che non succede. Anzi, tra le poche persone che ho intervistato mentre mi trovavo in questa terra di mezzo, ne spiccano due: maschi e filippini entrambi. 
C'è una leggenda che imperversa da quando è stato inventato il mestiere di colf: i filippini sono più bravi, più precisi e più affidabili degli altri. Trattasi di leggenda non veritiera, almeno per quanto ho potuto empiricamente constatare. Dei due sopra citati, entrambi in Italia da tre anni: uno capisce a malapena quello che gli dico e non sa cucinare; l'altro alla domanda "Che lavori hai fatto?", mi guarda come se gli avessi chiesto di recitare a memoria la Divina Commedia. 
L'insofferenza della mia ex-governante si sente ormai anche nell'aria. E' rimasta quindici giorni in più del dovuto (come se fossero sufficienti) , per permettermi di trovare qualcun altro. Cosa che fin'ora non è avvenuta. Entra in camera mia e sentenzia:«Tra una settimana me ne vado». 
La guardo senza dire niente. La tensione che sto provando da giorni, improvvisamente si placa. Nonostante mi renda conto di essere sul ciglio di un burrone, sono felice che se ne vada. Evidentemente l'insofferenza non è solo la sua. La notizia comunque mi riporta sulla terra, quella intera non di mezzo, e mi attivo di nuovo. Chiamo caritas, parrocchie, suore, associazioni varie; chiamo amici, vicini, conoscenti. Provo a fare una ricerca su google:"Agenzie badanti", sicuro che non avrei trovato niente. Apriti cielo invece! Compaiono i nomi di una decina di agenzie che si occupano di reperire il personale giusto per ogni evenienza. Badanti, colf, infermieri, cuochi, tutto. Mi sento come se avessi scoperto il senso della vita. Fonti inesauribili da cui posso attingere a mio piacimento. Una schiera di governanti, con tanto di accurata descrizione di ogni soggetto: mansioni, tipo di lavoro ricercato, esperienza, dimestichezza con la lingua, disponibilità. Non è proprio così. La 'nodavo.com', offre una lunghissima lista con i nomi delle persone disponibili. Tramite un piccolo semaforo a una sola luce, posto in alto a sinistra su ogni scheda tecnico-descrittiva, segnalano la disponibilità (luce verde), la trattativa in corso (luce gialla) e l'impiego trovato (luce rossa). Nella scheda troviamo: tipo di lavoro ricercato e target umano preferito. Ad esempio: solo donne anziane autosufficienti; uomini e donne anche non autosufficienti; uomini con un minimo di autosufficienza e via dicendo. Scopro nuove categorie in continuazione; il paese di provenienza e la religione; l'età, dove risiede a Roma, quanti figli ha, se ne ha, la dimestichezza con la lingua; se è munita di patente e disponibile a trattare con animali domestici. Una scheda ricca insomma, alla fine della quale troviamo l'elenco dei lavori svolti e le referenze. Spulcio la lista e inizio a barrare le caselle di quelli che corrispondono al tipo di persona che cerco. Alla base di ogni scheda c'è un pulsante cliccabile, che permette di ottenere i numeri dei candidati selezionati. Clicco. Appare un riquadro con un avvertimento: è possibile contattare un massimo di tre persone al giorno. Io ne ho selezionate otto. Scremo e rimango con tre. Riclicco. Altra finestra: si devono versare quarantotto euro per avere accesso ai numeri di telefono dei selezionati, per la durata di un mese:«Perchè se in un mese non l'ha trovata, non la trova più,» sentenzia l'operatore. Bella cazzata, sono quasi due mesi che cerco e ancora niente. Mi bevo le sue stupidaggini e verso. Ottengo i tre numeri agognati. Risultato: il primo ha trovato lavoro (ma la luce era verde), il secondo sta provando (era verde anche questo), il terzo è spento. Un ottimo inizio. Provo con altre due agenzie online: la prima si chiama 'Privatassistenza' (nome già poco rassicurante) e offre infermieri a ore, assistenza ospedaliera, integrazione badante. Servizio sicuramente utile, ma molto costoso. Parlo con il titolare, persona cortese, che dice di non essere ancora in grado di fornire il tipo di assistenza che sto cercando. Mi assicura però che si stanno organizzando in merito. Ci credo, ma controllerò. La seconda si chiama Luste, e trattasi di cosa più seria. L'agenzia offre una "consulenza esclusiva" nella ricerca di personale altamente qualificato: maggiordomi, cameriere, giardinieri, governanti e quant'altro. Un paradiso di aiutanti. Parlo con una signora molto gentile che, in un attimo: capisce cosa sto cercando, mi dice che ha la persona perfetta per me e mi da appuntamento al giorno dopo. Un'efficienza che mi lascia senza parole. L'unica cosa che mi spaventa è il fatto che la signora, sempre molto gentilmente, mi chiama dottor Amurri. Nella maggior parte dei casi il 'dottor', nasconde il salasso. Arriva domani e arrivano anche loro, puntuali all'appuntamento. L'incontro, all'insegna della gentilezza e dell'educazione, dura un'ora. La governante è italiana, dai modi pacati ma decisi, sa fare tutto: cucina benissimo; mi fa notare che la casa, a suo avviso, è sporca e in disordine (a me sembra pulita e ordinata); mi dice che lei è molto precisa, però le piace l'ambiente rock'n'roll. Casomai reggae, ho i dread lunghi più di un metro. Arriviamo finalmente al costo. La governante, perchè qualificata, prende mille euro al mese; l'agenzia, perchè esclusiva, prende mille euro per la consulenza. Io non ho mai dato più di ottocentocinquanta euro al mese, che è la cifra giusta per questo tipo d'impiego (contratto nazionale). Quindi salasso. E poi è un'ora che la governante recita la parte della tipa affascinante, che non è. Non sono molto convinto, rimaniamo che verrà a provare tra due giorni. La chiamo la sera e le dico che preferisco aspettare di tornare dalle imminenti vacanze. Non batte ciglio e si offre, per sistemarmi casa, fin quando è libera. La ringrazio ma passo. Mio fratello trova un ragazzo peruano, ma viene da un'agenzia che anni prima mi aveva mandato una serie di ubriaconi che levati. Mi rifiuto di averci a che fare di nuovo. Il ragazzo insiste, dice che viene senza avvertire l'agenzia. Ci vediamo. Mi sembra una brava persona, anche se la butta giù pesante sulla cristianità, che per me è un deterrente. Comunque lo prendo. Anche perchè mi dice che la moglie è cuoca di secondo livello, che non so cosa voglia dire, ma suona bene. Carlos, così si chiama, sa fare di tutto: idraulico, elettricista, giardiniere e sa fare le pulizie di casa. In cucina è negato. E' un ex-poliziotto della narcotici (...) e racconta un sacco di storie. Da prendere con le molle. Però è un buono e lavora con grande impegno. Mi chiede se il sabato può far venire la moglie a dormire. Certo. Così cucina. Arriva sabato. Conosco la moglie, che ha lavorato due anni con Enrico Papi (me l'avranno detto venti volte). Lui è alto un metro e sessantacinque; lei, con le zeppe, è comunque più bassa di lui. Porta un cappellino di walt disney con il ventilatorino incastonato nella visiera. Uno spettacolo. E io che mi preoccupavo per le misure del letto nella stanza di servizio. Erica c'entrava appena, per loro è un king size. Ne potrei ospitare una decina con queste misure. Per un attimo penso al film di Burton 'Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato'. Vi ricordate gli omini tutti uguali che cantano e ballano mentre lavorano? Ecco. Me ne immagino una decina, cantanti e ballanti, che mi sistemano casa, cucinano e vanno a fare la spesa. Un sogno. Carlos gli somiglia pure. Dovrò assumerlo e clonarlo. 



lunedì 23 giugno 2008

Roma, 21 Giugno 2008

Oggi sono andato al funerale di un mio amico d'infanzia. Un amico di quartiere, di via, di famiglia. Un amico con la A maiuscola. Non lo vedevo da qualche anno. Strade diverse le nostre: più tortuosa la mia, per ovvie ragioni; più scura e solitaria la sua, e fragile come le ali di una farfalla. Aveva tutto. Bellezza, bontà d'animo, simpatia. Era ricco. Purtroppo tutte queste qualità, come ho tristemente imparato nel corso della mia esistenza, spesso risultano deleterie. Avrebbe potuto girare il mondo senza mai fermarsi, avrebbe potuto togliersi tante soddisfazioni, avrebbe potuto essere ciò che voleva, avrebbe potuto.
Parcheggio davanti alla chiesa di Piazza Euclide. Rimane un mistero il motivo per il quale non abbiano scelto la chiesetta di quartiere, dove, a mio avviso, ha passato il periodo più bello della sua breve vita (nel quartiere, non nella chiesetta). Ai piedi della lunga scalinata che porta all'ingresso della chiesa, mi sorprendo a sperare che il posto non sia accessibile. Ci sono persone che preferirei non incontrare.  E' chiaramente accessibile. Una lunga e poco ripida pedana laterale conduce fino a una delle porte della chiesa, anch'essa perfettamente accessibile. Incontro gli amici di quartiere, questi sì che voglio incontrarli. Ci guardiamo e ci abbracciamo senza dire una parola. Bastano gli sguardi, basta un attimo e siamo di nuovo la piccola banda super affiatata di un tempo. Arriva la bara. Lo stomaco implode, entro. Mi avvicino alla famiglia senza guardarmi intorno, senza incrociare i molteplici sguardi che mi piovono addosso. Abbraccio la sorella e la stringo forte, più forte che posso:« L'abbiamo perso,» mi sussurra nell'orecchio piangendo. Continuo a stringerla. Non riesco a dire niente, ma quelle due parole sussurrate mi scioccano. Rimbalzano impazzite  nel cervello. Cosa vuol dire "L'abbiamo perso"? Che non siamo (siete) stati capaci di aiutarlo? Che l'abbiamo (l'avete) lasciato correre verso il burrone? Bacio la mamma e mi sistemo di lato. Il prete inizia la messa. Per dieci lunghissimi minuti, sbaglia il nome del defunto. Lo chiama Alfredo: si chiama Maurizio. Qualcuno si alza e lo va a correggere. Il prelato ha il microfono davanti alla bocca:«Come?...Maurizio?...Ah scusate». Poco prima aveva dichiarato di conoscere bene la famiglia. Si avvicina il padre, che non vedo da una quindicina d'anni, e mi ringrazia di essere venuto. Non credo si renda conto ancora, forse non ci riuscirà mai. Quando eravamo 'pischelli' appena diplomati ci disse:«Se fate l'università avete ancora tempo da perdere, se no dovete lavorà ma lavorà tanto. Per fare esperienza. Se tu vuoi fare l'artista è un altro discorso». Io ho fatto l'artista; Maurizio non ha fatto l'università e non ha lavorato. 
La cuginetta legge una breve lettera, parla di angeli e paradiso. E' giovane. Le parole semplici, innocenti e scontate che pronuncia almeno sono vere, sentite. Viene il turno di Rudy, un ragazzo del quartiere dirimpettaio di Maurizio. Recita (male) un breve monologo, esaltandone le doti e il fatto che per lui fosse stato, in quegli anni, un modello da seguire. Cosa che non era. Alla fine dell'intervento, sembra quasi che attenda l'applauso della platea. Per vivere fa il produttore cinematografico. Assomiglia terribilmente a De Laurentiis, cosa che gli farà certamente piacere. Finisce la messa.
Mi avvicino alla bara e leggo la piccola targa con il nome e le date di nascita e morte. Mi sento male. Esco dalla chiesa in lacrime. Siamo tutti provando un senso di rifiuto. Si, perchè non si può morire così, a casa come un cane. Il cuore non si può fermare a trentacinque anni. Non può, non deve. 
Sbagliavi, quando ti portavi via il pallone nel pieno di una partita a calcio, di solito quando stavi vincendo, perchè "il pallone è mio e faccio come mi pare"; sbagliavi, quando hai iniziato a non uscire più, a chiuderti dentro la tua stanza, a dialogare esclusivamente con te stesso. Ma lo sbaglio più grande l'hai commesso due giorni fa. Hai sbagliato amico mio, sei andato via troppo presto. Hai portato via il pallone per l'ultima volta. Ciao Maurì.

sabato 14 giugno 2008

DISABILE VS. INPS Capitolo 7

Ho deciso di chiudere il conto dove ricevo l'assegno di 'accompagno' che lo stato, nelle vesti di Inps, mensilmente mi versa. Quattrocentosessanta euro che servono, ahimè, a ben poco. Vado sul sito dell'ente: cerco il modulo scaricabile che permette il cambio di conto. Ce ne sono tanti e per tutti gli usi, troppi usi. Non trovo quello che mi serve. Contatto il numero verde che l'Inps mette gentilmente a disposizione, per chiedere informazioni su dove trovare il modulo e sull'iter da seguire per comunicare le nuove coordinate bancarie. Seguo il solito labirinto digital-telefonico, fatto di vocine registrate e numeri da digitare, che mi porta, dopo circa dieci minuti di combattimento, al tu-tu-tu della linea interrotta. Provo ancora e riesco a parlare con un operatore:«Inps dica,» la linea è disturbata, si sente poco.
«Salve, devo cambiare le coordinate bancarie dove ricevo la pensione. Qual'è il modulo scaricabile da internet?».
«E' ...egato al ..it..».
«Scusi, potrebbe ripetere non si sente bene».
«E' sul sito? Mi segue? E' sul sito? Capisce cosa le dico?» domanda in rapida sequenza con voce stizzita.
«Stia calma signorina non la sento bene, continui» cerco di mantenere la calma.
«Vada su moduli».
«Fatto».
«Vada su ....rat.. ...ns...t.».
«Scusi ripeta per favore, non si capisce».
«Mi segue? E' in grado di fare quello che le dico? Vada sulla voce assicurati\pensionati è il quarto modulo. Mi segue⁇» sempre più stizzita.
A questo punto vorrei vomitarle addosso tutto ciò che penso, ma continuo a trattenermi e a interagire con educazione:«Trovato, grazie. E una volta compilato?».
«Lo porta all'Inps di zona, dove altro?».
«Devo portarlo anche in banca?».
«No, direttamente qui». 
(Non è vero. Una parte del modulo deve essere compilata da un funzionario di banca).
«C'è un ufficio pensioni?».
«Presumo di si».
Ecco. Sono una persona molto paziente, ma la frase "Presumo di si" ha innescato, nelle mie viscere, una bomba a orologeria. Il castello della mia educazione, che fino a quel momento aveva retto ai ripetuti attacchi del nemico audiolesivo, è imploso come un palazzo carico di esplosivo:«Presumo di si⁇,» inizio a urlare, «Lei risponde a un numero verde di un ente per fornire informazioni e presume ci sia un ufficio pensioni? La pagano per presumere? Ma con chi crede di avere a che fare? Sono disabile, mica deficiente (con tutto il rispetto per la categoria). Lei è un'ignorante e una maleducata».
«Le ho detto quello che voleva sapere» e mi attacca in faccia. Potrei andare all'inps con un mitra e uccidere qualche operatore, a caso. Sperando di beccarla. Tanto i tetraplegici in galera non ci vanno. Arresti domiciliari. 
Compilo il modulo e vado all'inps, senza mitra. Passo in banca, dove riempono la parte a loro riservata (qui ci vorrebbe il mitra). C'è un parcheggio interno davanti agli uffici senza posti riservati ai disabili (bravi no?). Entriamo, io e Miky, dalla doppia e scomodissima porta d'ingresso. Nonostante ci vedano in chiara difficoltà, nessuno dei presenti muove un dito per reggere la seconda porta. 
Mi avvicino al banco informazioni: un signore barbuto mi porge un modulo. Io gli mostro il mio modulo già compilato. Lo guarda come se avesse visto un alieno:«Vada pure con quello. Prenda il numeretto, sportello a».
Presumo ci sia un corsia preferenziale per disabili. Presumo male (almeno a me non mi pagano). Prendo il numero: a 30. Siamo al 6 e l'attesa sembra molto lunga. Un signore si avvicina e mi porge il suo numero: a 15. Allora esistono ancora degli esseri umani sensibili su questo pianeta! Lo ringrazio di cuore. Aspetto comunque una ventina di minuti prima di vedere il mio numero brillare, come un rubino, sul display elettronico. Consegno il modulo e spiego ciò che devo fare. Io parlo in italiano, lei in burocratese. Ci mettiamo un pò a capirci, ma alla fine riesco a cambiare il maledetto conto. Ne approfitto per chiedere informazioni sulle pensioni arretrate che devo ricevere da un anno. La risposta, dopo una piccola ricerca, è che serve il numero del fascicolo. Il patronato che ha seguito la mia domanda, dovrebbe chiamare lo sportello inps per conoscere la situazione delle mie pensioni tramite quel numero. Burocratese. La domanda sorge spontanea. Perchè, se digita il mio nome sul computer, non appare tutto quello che mi riguarda per quanto concerne l'inps? O meglio, perchè quando c'è da riscuotere si trova tutto, mentre quando c'è da pagare non si trova mai niente? Tecnologia settoriale.    

giovedì 22 maggio 2008

INSIDIE DI UN PICCOLO INTERVENTO Capitolo 6

Come ho accennato in un precedente capitolo, la scorsa estate sono volato in Germania per un operazione chirurgica alla vescica. Operazione conclusa felicemente dal Dott. Olianas (non finirò mai di ringraziarlo!) - di chiare origini sarde - che ha notevolmente migliorato la mia qualità di vita. In poche, semplici e chiare parole (spero), prive di qualsiasi informazione tecnica, vado a spiegare cos'è successo alla mia povera vescica: prima ne hanno ampliato la capienza con un pezzo di intestino tenue, poi, sempre usando l'intestino, hanno creato un piccolo condotto che parte dalla vescica e sbuca vicino all'ombelico. Ogni volta che sento lo stimolo della pipì: prendo un piccolo catetere - lo collego al tubo di una busta/raccoglitore - lo infilo dolcemente nel condotto - faccio pipì - sfilo il catetere e butto tutto nel cestino. Non prima di aver svuotato il contenuto della busta nel water. Sono stato chiaro? Detto così potrebbe sembrare un delirio, invece è tutto molto semplice. Per la mia salute è stata una svolta epocale, dopo due anni di problemi di cui scriverò in un altro momento. Qualche giorno fa, mi hanno ricoverato in day hospital nell'ospedale davanti casa per fare una piccola rettifica all'intervento germanico. Si trattava semplicemente di allargare la stomia (il buchetto) dove entra il catetere, che tende a cicatrizzarsi (la stomia non il catetere) rendendo impossibile l'operazione pipì. 

DAY ONE.

Mi sveglio alle otto. Miky arriva alle otto e mezza. In coma. Io ho dormito poco e male, per di più non posso fare colazione. Arrivo in ospedale alle nove e mezza: puntuale e a digiuno. Ho fame. Prendiamo l'ascensore e saliamo al secondo piano. Chiedo informazioni a una suora:«Dov'è Urologia?».
«In fondo al corridoio a sinistra».
Come due automi seguiamo le indicazioni alla lettera. Imbocchiamo il corridoio e svoltiamo in fondo a sinistra. Un portantino ci blocca:«Ndo và?».
«Urologia».
«N'è de qua. Deve tornà ndietro. Ao tutti de qua passate».
«La suora ha detto in fondo a sinistra».
«Se ma sinistra de qua». Indica una porticina che neanche un segugio avrebbe trovato, al di là della quale parte un lungo e stretto corridoio che porta al reparto. Miky mi trascina via un attimo prima che inizi a insultarlo. Scopro in seguito, che il maliziosetto mi ha fermato perchè transitavo nella zona 'pischelle' di quel reparto. Ma uno và in ospedale alle nove di mattina a 'spizzarsi' le ricoverate in Medicina Riabilitativa? Ma che perversione è? In fondo al corridoio troviamo la porta del reparto, chiusa. Suono il citofono. Esce una suora (un'altra) che mi dice di aspettare:«C'è la visita». In gergo vuol dire che è in corso il giro mattutino rituale del primario, accompagnato da una schiera di medici in totale sudditanza. Tale e quale al film "Prof. Guido Tersilli medico della mutua" con Alberto Sordi. Canticchio la celebre colonna sonora. Un signore in attesa sorride. A me, invece, girano le palle vorticosamente. Odio aspettare, soprattutto in ospedale. Sto già valutando l'ipotesi: prendi e torna a casa. Si riapre la porta, stavolta è un'infermiera. Mi fa segno di seguirla. Entro in medicheria, e con sommo piacere apprendo che il chirurgo vuole solo che faccia degli esami di routine: sangue, urina, e.c.g. (elettrocardiogramma) e poi posso andare a casa. L'intervento è fissato per domani. La notizia che non devo passare la notte in ospedale mi rincuora. L'infermiera mi preleva il sangue e mi lascia andare a fare colazione: cappuccino tiepido e cornetto per me; super tramezzino prosciutto-formaggio-spinaci e spremuta d'arance per Miky (buon sangue catanese non mente). Torno in reparto e una suorina (perchè minuta) indiana mi fa l'e.c.g.. Mentre attacca elettrodi e ventosine metalliche mi parla senza fermarsi mai, come se stesse recitando una preghiera, un mantra. Ripete l'esame tre volte, continuando con la sua cantilena che riesce quasi a farmi addormentare. Il bello, è che non ho capito una parola una di ciò che ha detto. Divertito, me ne torno pimpante in medicheria dove incontro l'infermiera di prima che mi spiega quello che succederà domani. Arriva anche il primario che legge le mie carte:«Complimenti Lorenzo, hai appena vinto un intervento chirurgico». Rido. «Vieni domani verso le nove e mezza». Strizza l'occhio e se ne và. Devo dire che, portantino a parte, sono stati tutti molto carini e disponibili. Uscendo passo a salutare mia madre, anche lei ricoverata per un'operazione all'anca (un lazzaretto di famiglia). Reparto: Medicina Riabilitativa reparto anziani. Qui non c'è nessun malizioso portantino a fermarmi. Anche perchè, se ci fosse, andrebbe rinchiuso. La mamma sta bene. La trovo in palestra, stesa su un lettino a fare esercizi con un fisioterapista. Altre sei signore, disposte su altrettanti lettini, si esibiscono in scoordinati movimenti di gambe, anche e bacino. Mentre l'altro terapista zompetta di paziente in paziente impartendo ordini e controllando l'andamento dei vari esercizi.
«Fabio ne ho già fatte venti, mi posso riposà?»
«Venti come signora Serafini?»
«Come m'hai detto te, guarda».
La signora spinge con le gambe piegate cercando di alzare il bacino, tra sforzi disumani che la rendono paonazza. Il bacino si alza impercettibilmente, prima di riafflosciarsi sul lettino insieme alle gambe, che ora ricordano quelle di una rana a pancia all'aria. 
«Si, proprio come le ho detto io. Ne faccia altre venti signora Serafini».
Mi guardano come fossi un alieno. Mi avvicino a mia madre che mi presenta il fisioterapista, che zompetta verso un altro lettino. Ma non saranno pochi due per tutte queste signore? Accanto a me seduta su una fatiscente carrozzina ospedaliera, una signora molto anziana mi fissa con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Aspetto che da un momento all'altro mi dica:«Ricordati che devi morire!». Come nel film 'Non ci resta che piangere'. Per fortuna non lo fa. Continua però a fissarmi finchè non me ne vado. Accompagno mia madre, che nel frattempo si è alzata e ha inforcato le stampelle, nella sua stanza. Vuole che le porti un cucciolo del mio cane, che ha appena partorito, in ospedale. Provvederò. Torno a casa fiducioso e, per una volta, convinto di aver fatto la scelta giusta.  

DAY TWO.

La scena della mattina precedente si ripete tale e quale. Io non ho dormito, Miky è in coma. Mi sento come Bill Murray in 'Groundhog day' (sono tutto citazioni cinefile oggi), l'unica differenza è che posso fare colazione. Arrivo in reparto sempre puntuale (a volte mi sorprendo da solo!) e già mangiato (come direbbe Verdone). La stessa infermiera simpatica del giorno prima mi accoglie e, insieme a Miky, mi sistema sul letto. Mi spogliano dei vestiti per infilarmi la classica palandrana verde ospedale, in puro tessuto acrilico. E' talmente fina, che solo a guardarla vengono i brividi di freddo. In realtà tiene un caldo insopportabile. Chimico. Arriva un altro infermiere, e con tutto il letto mi portano in sala operatoria. Incontro l'anestesista, una bella donna, che mi infila un ago-cannula nel braccio e mi fa alcune domande di routine. Più le solite domande sull'incidente: com'è successo; dov'è successo; quand'è successo e, nei casi più estremi, perchè è successo. Bella domanda del cazzo. Arriva il momento del tanto atteso intervento e delle insidie che in verità nasconde. Il primo problema che, immancabilmente, si presenta puntuale all'appuntamento riguarda il 'tavolo operatorio'. Solo il nome, evoca immagini di guerre di secessione. Feriti maciullati posti su tavolacci di legno, alla mercè di chirurghi improvvisati muniti di seghe arrugginite. Faccio notare che c'è un problema. 
Non posso sdraiarmi su una superficie dura. Nessun para-tetraplegico può. A meno che non sia notevolmente in carne. Cinque minuti su quel tavolo equivalgono a sei mesi sul letto di casa a pancia sotto, con una piaga da decubito all'osso sacro. Mi rivolgo alla suora caposala, che sta organizzando il trasferimento da letto a tavolo, e al chirurgo.
Io:«Il tavolo è troppo duro. Rischio di farmi male».
Suora:«Non abbiamo materassini. Dai dai, tanto dura poco, non possiamo aspettare».
Chirurgo:«Tranquillo Lorenzo, in mezz'oretta abbiamo fatto».
Io:«Sentite! Io la sopra senza protezione non ci vado. O mettete un materassino, o potete tranquillamente passare al prossimo intervento».

Silenzio.

Irrompe, con tempismo perfetto, una delle infermiere di sala con tre cuscini, che vengono posizionati in fila a formare un piccolo materasso (e ci voleva tanto⁉). Salvando la situazione che si era fatta pesante. Mi trasferiscono sull'altare sacrificale e iniziano i preparativi. Tra le altre cose, un infermiere si arma di rasoio e mi tricotomizza la pancia. Cioè mi rade completamente da sopra l'ombelico fino al pube. La cosa mi insospettisce. La parte che devono operare si trova in basso a destra rispetto all'ombelico. E' piccolo il pertugio da allargare, perchè mi rade completamente? Sto per trasformare il pensiero in suono quando sento il chirurgo e il suo aiuto parlottare dell'operazione.
Chirurgo: «Hai capito allora di che si tratta?»
Aiuto: «No, spiegami».
Chirurgo: «Dobbiamo aprire l'ombelico e allarg....».
Io: «L'ombelico di chi dovete aprire⁇».
Chirurgo: «Ma il tuo medico tedesco ha parlato di ombelico».
Io:«No dottore, vicino all'ombelico. L'abbiamo visto insieme quando mi ha visitato, ricorda?».
Chirurgo: «Oddio Lorenzo mi devi scusare, mi sono confuso».

Silenzio. 

Mi sono confuso⁇ Ma che risposta è? In questo caso devo ringraziare la mia condizione. Non ho sensibilità cutanea nell'ottanta per cento del corpo. Non ho bisogno di anestesia totale in questo caso, solo locale. Immagino la scena se fossi stato sedato totalmente: il chirurgo mi fa svegliare nel bel mezzo dell'intervento chiedendo che cosa esattamente debba farci col mio ombelico, tenendolo sospeso per aria con una pinza. 
Durante l'operazione l'anestesista mi offre del valium, che saggiamente rifiuto. Visto l'andazzo, meglio essere lucidi e vigili. Finisce tutto bene. Accetto anche del tranquillante, perchè ho un po' di dolori e, di conseguenza, mi si sta alzando la pressione. Il mondo diventa immediatamente più soffice, più morbido. Torno in stanza e dormicchio parte del pomeriggio. Alle sei, dopo aver testato la funzionalità della rettifica, e con il benestare dei medici, me ne torno a casa. Saluto l'infermiera simpatica e un'altra sud-americana che, dopo aver tessuto le lodi delle donne latine, si offre come eventuale accompagnatrice, se dovesse servire. Intanto ci accompagna all'ascensore di servizio: infila la chiave e ci assicura che il suddetto sbuca davanti a una delle uscite. Ci ritroviamo davanti a tre porte arancioni serrate. L'ascensore non possiamo riprenderlo perchè funziona solo con la chiave. Siamo costretti, anzi Miky è costretto, a imbracciare le manovelle della carrozzina e, a marcia indietro, salire gradino per gradino due belle rampe di scale. Arrivati in cima, lancia una serie di maledizioni in dialetto che il woodoo in confronto diventa un giochino per bimbi. Usciamo finalmente dall'ospedale stanchi (io ancora un po' narcotizzato in verità) ma felici che tutto sia andato per il verso giusto, stavolta. Come non detto. La notte sono costretto a chiamare il dottore perchè il catetere non entra. Per fortuna è solo un grumo di sangue che dopo un po' cede. Che fatica però.


    

martedì 22 aprile 2008

LA RICERCA DELLA GOVERNANTE Capitolo 5

Tre giorni fa, la mia governante mi ha svegliato annunciando una buona novella. Come sempre è entrata in camera, ha alzato la serranda e ha poggiato sul letto il vassoio con la colazione (si faccio colazione a letto, mbè?):«Tra quindici giorni me ne vado, ho trovato nuovo lavoro». L'eco delle sue parole ha rimbalzato per qualche minuto tra le pareti della stanza e nel mio cervello appena riavviato. Elaboro la tragica notizia mentre a fatica cerco di svegliarmi. Il risultato è che il mio umore, già solitamente pessimo di prima mattina, esplode come un vulcano. Inizio a eruttare parole di slealtà e di menefreghismo. Minaccio di non pagarle la buonuscita se non mi da il tempo di trovare un'altra persona. La mando via dalla stanza urlando. Prendo il telefono e chiamo il mio avvocato, al quale spiego concitatamente la situazione. Voglio denunciarla per abbandono del posto di lavoro, abbandono di disabile, omissione di soccorso, alto tradimento (non c'è il plotone d'esecuzione per questo reato?) o qualsiasi altra aggravante si possa inventare per l'occasione. L'avvocato spegne sul nascere il fuoco della mia voglia di giustizia o quasi:«Potrebbe andarsene anche oggi stesso senza alcun preavviso, praticamente ti sta facendo un favore a darti quindici giorni» e continua rincarando la dose «Anche se la denunciassi, i giudici danno sempre ragione al lavoratore in questi casi». Nulla da ridire. Il diritto del lavoratore è sacro. Ma le ragioni di un disabile non possono andare a farsi fottere. Non sto parlando solo di ragioni pratiche, ma anche e soprattutto di ragioni psicologiche. La ricerca di una persona a cui uno, volente o nolente, si deve affidare in tutto e per tutto, è un'operazione delicata. Va affrontata con i tempi giusti, o si rischia di mettere in casa una persona non adatta e, talvolta, anche pericolosa. Mi sorprende che non ci sia una legge che tutelI i disabili di fronte a casi del genere. Basterebbe una piccola clausola contrattuale che stabilisse un tempo di almeno due mesi per ricerca sostituzione adatta, in caso di prematura rottura del rapporto lavorativo. Purtroppo non siamo un paese civile. C'è da combattere per qualsiasi cosa. Per fortuna ho accumulato una certa esperienza in fatto di ricerca del personale. Ho delle domande chiave dalle cui risposte capisco chi ho davanti. Chiamo alcuni numeri che ho da parte e riesco a organizzare tre appuntamenti praticamente immediati. E immediatamente prendo buca. Al primo non si presenta nessuno. E' una signora con ottime referenze che inseguo da tempo, e che presumo continuerò a inseguire. La chiamo tutta la mattina, ma trovo la segreteria. Verso le tre del pomeriggio vedo una ragazza ucraina. Sono cinque anni che vive in Italia. Parla bene la nostra lingua, requisito fondamentale richiesto dal tipo di lavoro, e ha sempre prestato servizio dalla stessa donna anziana come badante. Ma che termine è 'badante'? Un cane si tiene a bada, un cavallo si tiene a bada. Un essere umano no. 'Prendersi cura' è il termine giusto. Ci si prende cura di una persona avanti con l'età. Badante, oltre che offensivo è anche un repellente modo di esprimersi. Si associa bene al nostro mondo burocratico. Preciso che non ho bisogno di una badante, ma di una governante che si occupi della casa, della cucina e che mi aiuti, una volta per notte a fare pipì. Nonostante viva in Italia da tanto, capisco che non sa cucinare (chissà cos'ha mangiato la vecchina negli ultimi anni). Ma il suo problema principale è che se si sveglia la notte poi non si addormenta più. Mi guarda come se aspettasse da me una soluzione al suo problema. Io ricambio con lo stesso sguardo e dico:«Il mio problema principale è che se non faccio pipì non mi risveglio più». Ci salutiamo. Mentre attendo l'arrivo del terzo pretendente (stavolta si tratta di un uomo), il telefono inizia a squillare in continuazione. Come per magia tutti sanno che cerco una governante. La cosa divertente è che raramente riesco a parlare con la persona che effettivamente cerca il lavoro. Chi telefona è sempre il tramite. Un'amica, la sorella, un parente. Di solito perchè il candidato non parla bene l'italiano o non ha esperienze lavorative. Il bello è che anche all'appuntamento si presentano con l'amica, la sorella e il parente che cercano in tutti i modi di non farlo parlare. Ho fatto colloqui di lavoro senza neanche sentire la voce della persona interessata. Suonano alla porta. E' Manuel, un ragazzo sud-americano. E qui c'è da fare una premessa: le donne sud-americane in casa sono incredibilmente brave. Cucinano bene, tengono casa pulita e ordinata e non si stancano mai. Gli uomini, per quanto riguarda la cucina non sanno neanche stendere una tovaglia a tavola, l'aspirapolvere è un mistero della tecnologia e, dopo una settimana di lavori domestici, sono pronti per il ricovero. Lungi da me qualsiasi pensiero razzista, questo è un dato di fatto dettato dall'esperienza. Tutti gli assistenti sud-americani che ho avuto sembravano fatti con lo stampino. Manuel è in Italia da cinque anni. Parla un italiano mediamente comprensibile e non ha il permesso di soggiorno. Cosa che già di per se basterebbe a metterlo fuori lista possibili aiutanti. Vado avanti lo stesso con l'intervista e scopro che ha fatto il badante (ci mancherebbe) per un'anziana signora. «E che cosa cucinavi per la signora?» domando immaginando già la risposta. «Una pasta, una minestrina, tutto» risponde ridendo. Lo ringrazio e lo lascio con la promessa che ci penserò su. E per due o tre minuti ci penso. Finchè non suonano di nuovo. L'ultimo appuntamento è con una signora lettone. Si chiama Nina e parla un italiano impeccabile, quasi privo di accento. E' in Italia da dieci anni e ha già lavorato con disabili. Ha il permesso di soggiorno. Risponde alle mie domande con l'arguzia e le movenze di una vecchia matrona romana. Mi sembra di sognare. Sa cucinare, sa prendersi cura della casa e di me, non ha problemi a svegliarsi la notte, mi chiede subito quanto dista il mercato più vicino. Più parla più acquista punti. Le mostro la casa e la sua stanza con bagno. Le piace. Anche lo stipendio le sta bene. Per me il posto è già suo, vorrei avere un contratto da farle firmare seduta stante. Torniamo in camera. Si siede e lancia un fendente che, in un attimo, disintegra la mia innocente euforia :«Il lavoro veramente servirebbe a mia sorella». La guardo ammutolito. E' la prima volta che mi trovo in una situazione del genere. L'unico pensiero che riesco a formulare mi esce in dialetto foggiano:«E purtm' a soreta!»...nuove influenze.     

sabato 5 aprile 2008

ASSISTENZA AEROPORTUALE Capitolo 4

L'estate scorsa sono stato in Germania per un'operazione. Dopo aver trovato una vantaggiosa offerta su internet, ho acquistato tre biglietti Roma- Amburgo con una compagnia di bandiera tedesca. Sono partito con il mio assistente Miky e Alessia, una mia cara amica italo-tedesca, che si è gentlmente offerta di accompagnarmi per farmi da interprete. Nell'atto di acquistare i biglietti ho fatto presente, come del resto faccio sempre, che uno dei passeggeri aveva bisogno di assistenza per salire sull'aereo. Non avevo scelto il momento migliore per volare. Erano giorni che il telegiornale apriva con le ultime notizie sulla situazione dell'aeroporto L. Da Vinci di Roma. A causa dei troppi viaggiatori e di vari sabotaggi ai sistemi di smistamento bagagli,  l'aeroporto era andato in tilt. Ritardi sulle partenze, file chilometriche ai check in, sistematica perdita o mancato imbarco del bagaglio, interminabili ore di attesa per la riconsegna agli arrivi. Come al solito facciamo la nostra bella figura di inefficienza, per essere educati, con il mondo intero. La mattina della partenza decido, in accordo con i miei compagni di viaggio, di muovermi da casa con largo anticipo. Tre ore prima dell'orario di decollo. Per non correre rischi, visto ciò che ci aspetta nell'inferno dantesco aeroportuale. Arriviamo in meno di mezz'ora. C'è il delirio. Entriamo e cerchiamo i banchi Lufthansa. La fila fa paura. Anche per fare ingresso nella zona check-in c'è fila. Per fortuna si avvicina un'inserviente munito di radio, che ci scorta fino al banco della businness class facendo spostare i poveri dannati in fila. Consegnamo i bagagli e la signorina mi fa attaccare sulla carrozzina un adesivo, con i dati del volo e la destinazione. Come quelli che mettono sulle valigie, visto che la sedia andrà a finire nella pancia dell'aereo. Ritiriamo le carte d'imbarco, passiamo il controllo e arriviamo al nostro "gate" in meno di venti minuti. Mai prima d'ora ero stato così veloce, infatti mancano più di due ore al decollo. Occupiamo due sedili dove appoggiamo le borse. Mi lancio subito alla scoperta dell'incantevole sbrilluccichio dei negozi del duty free, nella più totale accessibilità a parte la rallentante moquette. Dall'alcohol alle sigarette, dai profumi alle cravatte, dagli occhiali alle magliette delle squadre di calcio. Ne abbiamo per tutti i gusti. Si inizia sbeffeggiando ironicamente l'opulenza dei negozi e l'inutilità di ciò che vendono. Si finisce comprando, inebetiti dalle luci, dai colori e dalla convinzione che al duty free convenga. Non è vero. A parte le sigarette costa tutto uguale, se non di più. Cerco una maglietta da calcio per mio nipote, ma non hanno la taglia per bambini di dieci anni. Compro (si compro!) un paio d'occhiali da sole Puma e mi siedo, o meglio, prendo posto al bar-pizzeria-fast food per fare colazione. La seconda. Pizza di plastica, patatine di gomma e cornetti imbustati. Ordino un cappuccino, che mi sembra l'unica cosa commestibile. Alessia e Miky si avventano su una fetta di pizza, incuranti del pericolo. Finito lo spuntino, visitati tutti i negozietti, compriamo giornali e riviste passa tempo di quelle che si leggono solo nelle sale d'attesa e torniamo alla base. Poco lontano noto un altro tetraplegico in carrozzina insieme a una ragazza bionda. Dopo aver vivisezionato giornali e riviste arriva il momento dell'imbarco. L'altro disabile viaggia sul mio stesso volo. Lo vedo sparire dietro la hostess, accompagnato dalla ragazza e da un addetto all'assistenza. Mi avvicino alla porta d'imbarco costeggiando la fila dei passeggeri 'normali' e consegno le carte alla hostess che mi guarda interdetta: «Ma lei ha richiesto l'assistenza?». 
«In che senso scusi?» chiedo confuso.
«Al check in ha fatto presente di avere bisogno di assistenza?».
«Perchè non si vede?».
«Aspetti un secondo». Si volta stizzita e raggiunge una collega dietro il banco. Prende il telefono e parla per un minuto. Attacca e torna all'attacco: «Sa, siete in due sullo stesso volo. Ci vuole solo un po' di pazienza».
«Rischiamo di bloccare il terminal con questo evento» rispondo ironicamente. Lei incassa e senza degnarmi di uno sguardo, inizia le operazioni d'imbarco per gli altri passeggeri. Arriva l'addetto, toglie i freni alla carrozzina, acchiappa le manopole di spinta e parte, accompagnandosi con un sonoro:«Andiamo?». Superiamo una grande porta a vetri e arriviamo davanti a due rampe in discesa libera. Ripidissime. Contro ogni regola imparata sin'ora, e sono undici anni che studio da disabile, 'l'assistente' gira la carrozzina di 180 gradi e inizia a scendere come se impedisse a  un pesantissimo pianoforte di scivolare via. Faticando il doppio e facendomi venire un paio di contratture al collo. Come se non bastasse. Il modo corretto di affrontare una discesa è impennare la carrozzina sulle ruote grandi, e scendere lentamente e omogeneamente senza faticare più di tanto. Lo faccio notare all'assistente che mi spiega il motivo dell'anomalia, a parole sue:«Qualche giorno fa ce n'è cascato uno».
«Che cosa vuol dire 'ce n'è cascato uno'?» lo fulmino con lo sguardo. Non coglie e continua:
«Si, stava scendendo come dici te e gli è scappata la carrozzina. Ammazza che botto!» conclude ridacchiando. Lo fisso senza dire nulla. L'istinto è omicida però. 
«Così hanno deciso che dobbiamo scendere in questo modo, è più sicuro». E' così sicuro che, se il tipo scivola io mi faccio un'altra lesione midollare. Sbuchiamo davanti al veicolo che ci porterà all'aereo. Si tratta di un furgoncino con un ampia cabina passeggeri sopraelevata, a cui si accede mediante una pedana elettrica. Cabina che, una volta sotto l'aereo, sale come un ascensore fino al portellone. L'altro ragazzo è già sulla pedana insieme alla ragazza. Altri due addetti parlottano tra loro. Uno sta urlando: «Hai capito che quello è un pezzo di merda?» mi prende in consegna e mi carica sulla pedana continuando a sbraitare «Cambia i turni come vole. Lui al fresco e noi qui a morì de caldo, mortaccisua!». Si posiziona accanto a me e fa segno a Miky di salire. Ora siamo due disabili e tre cristiani su un sollevatore che di norma ne porta uno e uno. Infatti non si muove. Lui urla ancora, perforandomi un timpano. Scende e la pedana si anima, portandoci in cima tra sonori cigolii. All'interno della cabina ci sono delle rotaie dove agganciare le carrozzine per sicurezza, ma mancano i blocchi e le cinture di sicurezza. Metto i freni e mi aggrappo a Miky. Gli addetti continuano a parlottare fregandosene altamente. Almeno il cretino ha smesso di urlare. L'altro disabile ride divertito. Io darei fuoco al veicolo con tutti gli assistenti. Quantomeno avrebbero un motivo valido per urlare. Finalmente ci troviamo davanti al portellone dell'aereo. Un ponticello elettrico unisce la cabina del furgoncino all'aereo. Sembra l'abbordaggio di una nave di pirati disabili. Gli assistenti mi sistemano accanto una sedia stretta di metallo, con due piccole ruote di gomma dietro e una pedana per i piedi davanti. E' la sedia standard che si usa per salire a bordo e passare nel corridoio in mezzo ai sedili. Solo che in tutta Europa è munita di morbide imbottiture sullo schienale e sulla seduta, in Italia no. Ti becchi due belle lastre di metallo che solo a guardarle ti si apre una piaga da decubito. Mi trasferiscono sullo strumento di tortura, basculano leggermente sulle ruote posteriori e ci infiliamo nell'aeromobile. Arriviamo alla fila di posti che ci appartengono. Di solito mi faccio posizionare sul primo sedile. Quello accanto al corridoio. Per facilità di trasferimento, e anche perchè non mi piace volare. Meno vedo meglio sto.  Mi comunicano però, che secondo nuove normative, devo sedermi accanto al finestrino per non creare intralci in caso di emergenza. Ma se sto fermo e seduto come faccio a creare intralci? Vengo quindi trascinato, perchè oltretutto non è neanche un operazione semplice, nel posto di mia competenza. Miky finisce di sistemarmi. Sono alto e le gambe entrano a malapena nel posto di classe economica. Devo stare attento altrimenti mi buco le ginocchia. Guardo fuori dal finestrino e vedo i miei bagagli sulla pista, mentre li imbarcano. Non mi era mai successo. Finalmente posso controllare come li trattano. Male. Il bagaglio viene letteralmente lanciato sul tapis rouland di carico. Siamo evidentemente in ritardo. Quest'operazione dovrebbe essere già stata effettuata. Non è normale salire sull'aereo prima dei propri bagagli. La voce del comandante irrompe in filo diffusione negli altoparlanti, per il benvenuto e le notizie di rito. Parla in tedesco. Il discorso va avanti per dieci minuti buoni. Alessia ascolta interessata. La sua espressione non lascia presagire niente di buono. Il comandante ora parla in inglese, ma il discorso in questo caso dura due minuti. Guardo Alessia perplesso:«Ma cos'ha detto prima?».«E' incazzato nero», risponde lei «per colpa dei problemi con i bagagli il volo è in ritardo. Ha maledetto gli italiani e ha detto che farà di tutto in volo per recuperare il tempo perduto».
Maledico anch'io gli italiani, mentre la mia normale paura di volare si eleva al quadrato. Cerco di immaginare come uno possa "fare di tutto" per guadagnare tempo, con un aereo di linea pieno di passeggeri. Non mi risulta ci siano scorciatoie in cielo. Si deve andare da un punto a un altro punto in linea retta. Al massimo qualche viratina qua e là. Il volo procede tranquillamente fino all'inizio della discesa, dove capisco il significato di "fare di tutto". Invece di rallentare planando più o meno dolcemente, l'aereo continua a velocità sostenuta picchiando verso il basso. L'atterraggio dura un attimo. Il comandante arriva puntuale. Io riprendo colore. Nel giro di dieci minuti l'aereo si svuota e arriva l'assistenza germanica. Due ragazzoni biondissimi in divisa si avvicinano, uno di loro dice:«Scusi l'attesa, aiutiamo l'altro ragazzo e torniamo da lei». Resto di sasso.  Si sono scusati per l'attesa. L'educazione, quando manca per un po', sembra un sogno. Miky e Alessia si avviano verso l'uscita. Tornano gli assistenti. Con grande attenzione mi trasferiscono sulla sedia da corridoio (morbidamente imbottita) e scendiamo, un gradino alla volta, dalla scaletta dell'aereo. La mia carrozzina mi attende sulla pista, ai piedi della scala. Altro trasferimento e saliamo su un furgone blu. Uno dei ragazzi assicura la carrozzina a delle rotaie simili a quelle del furgoncino italiano, solo perfettamente funzionanti. Mi avvolge con una cintura di sicurezza e mi siede accanto. Ci depositano davanti a una grande vetrata, al di là della quale troviamo i tapis rouland della riconsegna bagagli. I due assistenti ci scortano  e ci lasciano di fronte alle nostre borse, che aspettano ordinatamente allineate. Usciamo dall'aeroporto in meno di mezz'ora dal momento dell'atterraggio. Proprio come succede in Italia.