sabato 7 gennaio 2012

Ho la febbre.
Dopo aver passato la notte in bianco tra dolori, brividi di freddo, tachipirina e conseguente caldo infernale, sconsiderato uso del condizionatore per abbassare la temperatura (dopo essermi tolto il pile e la maglietta naturalmente) che mi colpisce e sì, mi rilassa fino a farmi prendere sonno (ore 8.30), salvo poi congelarmi e farmi risvegliare poche ore dopo con un grande mal di gola ( fino qui siamo nella norma), la situazione è la seguente: sono seduto in carrozza con la stufa accesa sulla destra, il fon puntato sulle spalle e il condizionatore che spara aria calda e segna trentacinque gradi, e ho comunque brividi di freddo e dolori. Sono in paziente attesa che il coefferalgan, con la sua meravigliosa composizione codeinica, faccia effetto. Non è una situazione normale. Il condizionatore mente, ci saranno quarantacinque gradi nella stanza, se avessi un rettilario anche i serpenti si lamenterebbero. Quando il connubio calore estremo/codeina mi concede l'agognata pace, e anche qualche ottimo svarione, organizzo la cura: tisane varie, antibiotico naturale (un intruglio con aglio e limone, ma non puzza giuro!), antibiotico normale (purtroppo ho anche una piccola infezione urinaria), brodo di pollo, areosol, spray per la gola e, dulcis in fundo, sciacqui con la coca-cola - rimedio impressionantemente efficace e perla di saggezza dell'ormai defunto fornaio di zona. In tutto questo, ho solo trentotto di febbre. A questo punto ho il dovere di citare mio padre. Non lo faccio mai, il mio bersaglio preferito è mia madre, ma questa volta non ne posso fare a meno. Anche lui come me, del resto era mio padre, con 37.4 si sentiva già prossimo alla morte. Era il momento perfetto per chiedergli dei soldi, rispondeva sempre si: «Prendi ciò che vuoi, per me è arrivata la fine. Stai un po' con tuo padre in quest'ora funesta».
Nonostante mi divertisse la teatralità del tutto, me la filavo col bottino nel minor tempo possibile. La vendetta, però, era dietro l'angolo. Quando la febbre veniva a me, e mi trasformavo nel morente, lui era felice come se avesse vinto la lotteria perché gli concedevo tutto. Lo lasciavo propinarmi aspirine, lasciavo che mi ficcasse la testa sotto un asciugamano davanti a una pentola fumante piena di bicarbonato e, soprattutto, lasciavo che si esprimesse in tutte le dimostrazioni d'affetto possibili, che gli erano assolutamente vietate nella normale convivenza famigliare: svolazzava con la grazia di una libellula tra carezze, prolungati abbracci, massaggi, baci in fronte. Adesso sarei disposto a ''concedermi'' anche senza febbre, purtroppo allora ero un povero deficiente. Mi stendo sul letto, sperando che la febbre passi velocemente. Ho un libro da finire e qualcuno da incontrare...

P.S. Ho la tastiera con qualche problema, a volte non digita le lettere. Non sapete quanto ho impiegato a scrivere questo post, spero apprezzerete.

sabato 24 dicembre 2011

Si è rotta la mega serranda del salotto. Non poteva che succedere il 24 Dicembre. Per fortuna c'è Marco ''il polacco'', tuttofare di quartiere, che si è gentilmente precipitato a risolvere il problema. Sarebbe tutto molto bello, se non fosse che: Marco ha la voce più squillante che abbia mai sentito; quella di mia madre è nota per superare l'insonorizzazione di uno studio di registrazione; il connubio delle due, che conversano come se fossero due amici ritrovatisi dopo trent'anni, sta disintegrando le mie già provate sinapsi cerebrali. Cercando di arginare il sangue che mi sta uscendo dalle orecchie con la potenza delle cascate del Niagara (si scrive così?), vi auguro un buon natale e un felice anno nuovo!

venerdì 4 novembre 2011

New York/Charleston prima parte

In questo preciso momento mi trovo su un volo nazionale americano diretto a Charleston, città dove si celebrerà il matrimonio di mia nipote Eva, motivo del viaggio negli Stati Uniti. L’aereo è davvero piccolo e stretto. L’unica robustissima hostess presente ha non poche difficoltà di movimento, e nonostante sfoderi grandi sorrisi di circostanza, si vede che sotto sotto non gradisce il velivolo assegnatole. Non lo gradisco nemmeno io, ma è un altro discorso che non ha niente a che vedere con le difficoltà di movimento (del resto io non mi muovo). Si tratta della mia atavica paura di volare, che ormai conosco così bene da non avere quasi più paura. Un tempo, alla vista di un aereo così piccolo, sarei stato capace di rifiutarmi di salire a bordo inscenando improvvisi quanto drammatici malori da premio Oscar della tragedia. Ora semplicemente ignoro la paura, faccio finta di non averne, e devo dire che mi riesce bene (ovviamente non quanto i finti malori). Ma facciamo un passo indietro. Sono arrivato tre giorni fa a New York con un volo Alitalia. L’assistenza aeroportuale è ormai perfetta, l’assegnazione dei posti no, anche perché quelli dove le mie lunghe gambe sarebbero a loro agio sono gli unici vietati a un disabile. Per motivi di sicurezza infatti, non posso sedere vicino alle porte dell’aereo, in caso di evacuazione intralcerei il passaggio. Questo presuppone che io e il mio assistente, in caso di evacuazione – invece di lanciarci fuori più veloci della luce -, ce ne staremmo belli comodi e rilassati aspettando il completo svuotamento dell’aereo: due imbecilli. Il volo è stato quindi molto scomodo, ma tranquillo dal punto di vista della mia paura: non ho davvero avuto motivi per averne, neanche a cercarli con pignoleria.
Una bellissima novità è la possibilità di vivere decollo e atterraggio in video grazie a telecamere posizionate a dovere. L’atterraggio in particolare sono riuscito a viverlo con meno angoscia del solito, proprio grazie alla distrazione visiva culminata in una scenetta da sit com: alla fine del tratto di pista percorso per arrivare al punto di parcheggio dell’aereo, sempre ripreso dal vivo, un omone nero con dietro una parete di mattoni rossi lo ha guidato con le classiche lampade segnaletiche rosse, andando perfettamente a tempo con la musica che in quel momento suonava all’interno. Finendo l’improvvisato balletto alzando lentamente entrambe le braccia verso l’alto, fino a incrociare le due lampade sopra la testa, e ridendo da solo mentre usciva di scena (probabilmente consapevole della spietata inquadratura).
L’assistenza americana non è ancora all’altezza. Come al solito, dopo aver visto sfilare tutti i passeggeri, sono rimasto da solo in attesa degli addetti. Dopo alcuni minuti è apparso un funzionario che mi ha chiesto:
«Può camminare?»
«Ovviamente no».
Il funzionamento del cervello umano a volte è davvero misterioso. Se avessi potuto camminare, non sarei rimasto mezz’ora sull’aereo completamente vuoto. Sarebbe stato un comportamento psicologicamente instabile. Ma è proprio quando si crede di aver raggiunto l’assurdo, il surreale, che arriva la richiesta che rompe tutte le barriere dell’immaginario:
«Neanche piano piano, se la aiutiamo noi?»
«...».
E allora preferisco non rispondere, e aspetto l’arrivo della mini carrozzina da aereo guardando il nulla fuori dal finestrino. Che immancabilmente arriva (la carrozzina, non il nulla), guidata da un ragazzo accompagnato da una signora attempata che non fa neanche il gesto di aiutare, si tiene a debita distanza. Proprio non possono accettare il fatto che qualcuno, non solo non sia in grado di camminare, ma non riesca nemmeno a trasferirsi autonomamente dal sedile dell’aereo alla mini carrozzina. Un evento più unico che raro. Per fortuna viaggio con il mio caro amico Miky, mio ex assistente, che sa bene come gestirmi. Grazie al suo prezioso aiuto, arrivo illeso al recupero della mia amata (...) sedia a rotelle.

I tre giorni a New York sono stati fantastici, soprattutto per gli incredibili incontri: qualche giorno prima di partire ho scoperto che Simone, il mio migliore amico che vive a Delhi, sarebbe passato nella grande mela insieme alla moglie Jenny, nel mio stesso periodo. Il fatto che io e Simone abbiamo vissuto insieme a NY per più di un anno, tra il ’92 e il ’93, rende l’incontro ancora più speciale. Se ci aggiungiamo anche che Jenny viveva a NY nel nostro stesso periodo, a poche centinaia di metri dal nostro appartamento; frequentava gli stessi locali dove andavamo noi, e che nonostante questo, non ci siamo mai visti, diventa surreale (come le domande del tipo sull’aereo: tutto quadra). Abbiamo trovato una città nuova, cambiata in ogni suo aspetto – come già ho raccontato in un precedente post – ma sempre affascinante. Tanto che dopo due giorni, siamo arrivati a pianificare un futuro ritorno a viverci. Ho incontrato anche Luca, un altro caro amico che vive qui da una ventina d’anni. Mi ha portato subito a Zuccotti Park, il posto occupato dagli ‘indignados’ americani. Vicino Wall St. e davanti a Ground Zero. Chi conosce un minimo gli stati uniti, sa quanto sia strano assistere a un’occupazione con tende, cucina, libreria, gruppi elettrogeni per fronteggiare il freddo incombente, tamburi che suonano durante il giorno, discorsi e gruppi di discussione dalla mattina alla sera. Insomma una mobilitazione sapientemente organizzata, con l’aiuto di ogni genere di donazione: da quella economica a quella culinaria, dai libri alla costituzione di un giornale ironicamente chiamato: The occupied wall street journal. Mi ha colpito molto il modo che hanno trovato per amplificare discorsi e annunci. Visto che per questioni di disturbo della quiete pubblica non è possibile abusare di impianti stereo o urlare dentro megafoni, usano un curioso metodo: la persona che espone il suo discorso, lo fa pronunciando una frase alla volta che viene ripetuta a voce alta da tutta la gente che ascolta. Una specie di eco-megafono naturale, molto democratico.
La tre giorni new yorkese è, purtroppo, filata via velocemente, condita da uno sfrenato shopping favorito dal vantaggioso cambio euro-dollaro, e dall’altrettanto sfrenato abuso di cibo: malese, marocchino, giapponese e, naturalmente, americano. Overdose di hot dog ai baracchini su strada e hamburgers vari. E’ stato bellissimo tornare al Lucky Strike, un bar-ristorante che negli anni ’90 era l’unico posto dove si poteva mangiare fino a tarda notte. Ogni volta che ritorno a NY, ho la sensazione di essere a casa. Mi sta balenando in mente l’idea di venirci a stare due mesi in primavera e magari, in un prossimo futuro, trasferirmi di nuovo in pianta stabile. La città è cambiata molto, anche in peggio da alcuni punti di vista, ma anche gli abitanti sono cambiati, e in meglio. Ho trovato un’umanità nuova, una voglia di socializzare e di condividere che non è mai stata una loro caratteristica, semmai il contrario.

Charleston è una città turistica piena di negozi e bar di ogni tipo, con le sue costruzioni tipiche del sud degli States. Case basse, coloniali con la classica veranda fuori dell’ingresso. Storicamente importante perché culla dello scoppio della guerra civile. E’ anche una città universitaria piena di giovani, pronti a fare festa tutte le sere, e un’ambita meta per la celebrazione di matrimoni. La mia famiglia si è spostata in massa proprio per questo: il matrimonio di mia nipote Eva. Nonostante le ansie pre partenze di mia sorella Roberta, che cerca in tutti i modi di farti provare in egual misura, e il favoloso mondo in cui vive mia madre, fatto di articolate quanto inesistenti preoccupazioni e sistematica perdita di oggetti della quale incolpa tutti (per poi scoprire di averli ordinatamente riposti in cassetti troppo visibili per essere presi in considerazione), siamo riusciti a non implodere. Anzi, il matrimonio ha agito da collante per ritrovarsi tutti insieme, fatto assai raro. Che questa reunion avvenga a Charleston in South Carolina, è un dettaglio marginale e al contempo surreale (d'altronde è il light motif di questa vacanza). Ma andiamo per gradi.
La stanza accessibile del Francis Marion Hotel dove alloggio, è tutto meno che accessibile: la moquette rende difficile qualsiasi spostamento; il letto è così alto, che anche una persona normale avrebbe bisogno di un’attrezzatura da scalatore per raggiungerlo; il lavandino del bagno ha due rubinetti impossibili da aprire; la doccia, oltre a avere una porta di vetro con scalino, ha il getto fisso attaccato al muro e non quello mobile standard. Siamo costretti a usare un secchio per lavarmi le gambe, i piedi e il sedere (tirandogli secchiate d’acqua dal basso verso l’alto). Insomma, una stanza da percorso di giochi senza frontiere.
Il matrimonio super americano si sviluppa in tre giorni. A me sembrano già infiniti i nostrani, questo mi spaventa. La prima sera ci ritroviamo tutti al secondo piano di un bar, con bellissima balconata e free drinks. Manca la sposa, che dopo le fatiche organizzative e l’ovvio accumulo di stress, si è presa un giorno di riposo. Oppure sta già recitando da protagonista il film del suo matrimonio. D’altra parte, come insegna Moretti:«Mi si nota di più se non ci sono». La serata risulta essere molto piacevole. La lunga schiera di fratelli della madre della sposa, ci accoglie amorevolmente. I due fratellastri di mia nipote, ormai cresciuti (l’ultima volta che li ho visti erano bambini), sono fantastici: Jack vuole fare il regista e già lavora con il padre; Miles fa il musicista-cantautore, e oltre a essere bravo, è anche bello come il sole. Anche se praticamente non ci conosciamo, si mostrano molto affettuosi. Anche Tim, il papà, si comporta come se ci fossimo visti il giorno prima. E non sono comportamenti di circostanza, me ne accorgerei. Arriva Kyle, lo sposo, che ho conosciuto a Roma mesi fa. E’ un ragazzo intelligente e simpatico. Ci accomuna l’amore per il calcio: io da appassionato, e lui da ex calciatore professionista. Giocherebbe ancora, ma ha un problema di fragilità ossea e per questo ha dovuto smettere. Ora fa il commentatore sportivo per la tv americana Fox. Faccio amicizia con alcuni suoi amici e con parte della sua famiglia. L’alcol gratuito comincia a fare effetto e i giovani invitati iniziano a lanciarsi in sconclusionate danze, che sfociano in sfide di improvvisata breakdance (che fa molto america). Al momento di lasciare la festa per rientrare in albergo, vengo intercettato da Kyle che mi propone un’altra bevuta veloce. Con un gruppo di suoi amici, Tim, Jack e Miles ci trasferiamo nel bar di fronte, dove finiamo di ubriacarci a dovere. Rientrando in albergo incrocio una marea di giovani travestiti e truccati nei modi più impossibili. Non è l’alto tasso alcolico a farmeli vedere, ci sono davvero. E’ il week end che coincide con la festa di Halloween, e qui la prendono alquanto seriamente. Non posso fare a meno di notare che sono tutti vestiti molto leggeri, estivi. Non fa freddo, ma non è neanche più estate. Io, con maglioncino, pantalone di velluto e tasso alcolico fuori norma, sono al limite della sopportazione. Ne deduco che: o sono tutti più ubriachi di me (opzione più che realistica), oppure si tratta di una presa di posizione netta contro l’inevitabile arrivo del freddo, una specie di esorcismo contro la cattiva stagione. Accompagnato da questo dubbio cosmico, vado a preparare la cordata per conquistare la vetta del mio letto.
La mattina, in teoria, è in programma una caccia al tesoro; in pratica, non ci vado. Io e Miky ci svegliamo in tempo per saltarla a piè pari, cioè tardi. Con grande calma ci prepariamo, facciamo colazione a suon di muffins e caffè americano e ce ne andiamo in giro per negozi, in compagnia dei postumi della sbronza. La temperatura è scesa notevolmente e tira vento. Indosso una felpa di pile e un piumino mezze maniche acquistati a New York, mentre la gente continua con i pantaloncini e le magliettine. Non capisco, ho quasi voglia di fermare qualcuno e chiedergli perché non sente freddo. Incontriamo sorelle e madre di ritorno dalla caccia al tesoro, infreddolite (loro sì) e affamate. Ci infiliamo in un sushi-thai dove, nonostante la persistente nausea da hangover, ordino una zuppa tom gha khai che mi rimette al mondo. Altra peculiarità del posto, in linea con l’atteggiamento esorcistico contro il freddo, è la costante presenza di aria condizionata nei locali. Fa più freddo al chiuso che all’aperto. Forse hanno accumulato talmente tanto caldo in estate, che il corpo deve ancora smaltirne gli eccessi.
Alle 16.30 ci vengono a prendere davanti all’albergo con un tipico autobus del posto. Tutto di legno, dalla forma rettangolare e tipicamente inaccessibile. L’autista si scusa e ci aiuta a farmi salire a bordo. Arriviamo in una meravigliosa e enorme casa che si affaccia sui canali della laguna interna di Charleston, dove si tiene un «Oyster Toast»: un aperitivo-cena a base di ostriche e cibo cajun sudista. Gli sposi accompagnati dalla schiera di testimoni, amici e parenti, si presentano su due motoscafi che attraccano sul molo antistante la costruzione. Fa un freddo cane. Infatti la grande veranda si svuota presto. L’unico spazio praticabile è quello davanti al meraviglioso camino esterno. Il salone interno è enorme e pieno di tavoli. C’è uno spazio dedicato ai musicisti - con microfoni, chitarre e due grandi altoparlanti - e alle eventuali danze. Alla fine della cena (non scorderò mai le tortine di granchio calde) partono i discorsi di rito, introdotti dal padre dello sposo. La sua famiglia è originaria di Charleston, per questo il matrimonio si celebra qui. Mi perdo il primo, quello del migliore amico dello sposo – che mi dicono essere stato molto divertente -, perché ipnotizzato davanti al fuoco del camino esterno (i camini mi fanno questo effetto). Mi becco invece quelli dei due testimoni ufficiali: il fratello di Kyle e l’amica del cuore di Eva. Fossi rimasto davanti al camino, non avrei fatto un soldo di danno. Questo genere di discorsi, dove vengono esaltate le incredibili qualità delle persone, il loro essere perfetti e meravigliosi esseri umani, mi da il voltastomaco. Li trovo di una rara ipocrisia. Perché non essere sinceri? Non è possibile che tutte le coppie che si sposano siano composte da due creature meravigliose. Avranno anche loro dei difetti, dei lati oscuri, degli aneddoti di pura cattiveria. Sarebbe più divertente mischiare le due facce della medaglia, sempre in vena ironica. Io l’avrei fatto, e se mai mi dovessi sposare (evento improbabile), vorrei che il mio testimone lo facesse. Devo dire che il discorso completamente autoreferenziale del fratello mi ha fatto ridere. Ha parlato di se stesso, e bene, per l’ottanta per cento del tempo, a tratti auto commosso, fantastico! La serata è andata avanti a suon di musica. Molti amici e parenti hanno dedicato canzoni alla coppia. Tutti molto bravi tranne, ahimè, uno: Tim. Il patrigno della sposa ha cantato due canzoni: un pezzo di Dylan molto bello, che gli è venuto anche bene; e uno scritto appositamente per Eva, il giorno stesso.
Ecco, ci sono delle cose nella vita che non andrebbero mai fatte. Una di queste è comporre una canzone cinque ore prima di presentarla in pubblico, a maggior ragione se dedicata a qualcuno che ami. Nel novantanove percento dei casi, viene fuori una cagata. La musica è una cosa seria, non va violentata. Oltretutto si tratta di una tripla violenza: verso la musica, verso la persona per cui l’hai scritta e verso il pubblico che è costretto a sentirla. Testo da rabbrividire, esecuzione musicale da dimenticare, melodia non pervenuta. Potrei essere ancora più cattivo, ma per affetto mi fermo qui.
A serata finita ci siamo ritrovati democraticamente in fila al freddo in attesa del tipico autobus. Miles ci ha intrattenuto, chitarra in braccio, cantando le sue canzoni, e ha continuato sull’autobus per tutto il tragitto. Per un attimo mi è sembrato di essere negli anni ’70, con la mia famiglia fricchettona in giro per l’America. Non avrei potuto immaginare una conclusione migliore...

giovedì 22 settembre 2011

La Piscina

Rieccomi qua! Sono ancora vivo! Scusate la lunga assenza. Ho passato quasi tutto il mese di Agosto a risolvere un problema fisico e sono molto impegnato nel finire il mio romanzo. Cercherò di farmi sentire più spesso. Qualche mese fa ho scritto un racconto, spero vi piaccia. A presto!

In Texas fa caldo.
Un caldo soffocante, opprimente. La Chevy Malibu del ’75, acquistata per settecento dollari a Los Angeles, è l’equivalente di un forno a micro onde. Fa così caldo che ogni duecento miglia siamo costretti a fermarci per aggiungere acqua al radiatore, per evitare che esploda. Non siamo neanche tanto sicuri che riuscirà a riportarci a casa, a New York. Considerando quello che è costata, è già un miracolo che sia arrivata fino qui.
Simon, mio coinquilino e amico di una vita, è al posto di guida mentre io me ne sto sprofondato sul morbido sedile anteriore unico, con le gambe allungate e i piedi fuori dal finestrino, poggiati sullo specchietto retrovisore. Quasi a volermi riparare dalle folate di caldo che invadono l’abitacolo.
«Spero che ti si spiaccichi un bel calabrone sopra, cosi quei piedi puzzolenti li tiri dentro una volta per tutte»
«Mi mancava un pensiero carino stamattina. Se puzzano, meglio fuori che dentro no?».
Siamo partiti da una cittadina di cui ho già dimenticato il nome, dopo aver pernottato in un motel pieno di scarafaggi. Siamo diretti il più velocemente possibile fuori dal Texas e dal suo caldo infernale. Abbiamo già percorso duecento miglia su una statale in mezzo al deserto dove non passa un’auto, esattamente uguale a quelle che si vedono nei film; quelle in cui ti sembra di essere l’unico abitante della terra sopravvissuto dopo chissà quale disastro naturale; quelle che ti senti al sicuro perché sei solo, e soli si sta meglio.
Passiamo un cartello che indica la prossima città a cinquecento miglia. Improvvisamente la macchina inizia a sbandare. Simon la controlla e si accosta. Scendo e mi accorgo subito che abbiamo bucato. Restiamo un attimo fermi a guardare il danno:
«Visto che te ne sei stato comodo a non fare un cazzo fino adesso, la ruota la cambi tu»
«La notte con gli scarafaggi ti ha fatto bene all’umore. La ruota la cambiamo insieme, prendi il crick».
Mentre lui alza la macchina, io mi carico la ruota di scorta. Tolgo quella forata e cerco di infilarla. Quando abbiamo preso l’auto ci siamo assicurati che avesse una ruota di scorta, ma non siamo arrivati a controllare che fosse uguale alle altre. Infatti non lo è: a guardarla sembra identica, ma i buchi dove si infilano i perni sono diversi. Mi innervosisco subito:
«Cristo! Ecco perché costava così poco maledetti bastardi! E adesso?»
«E adesso non lo so!».
Ho sete. Infilo una mano dentro l’auto e prendo la tanichetta da quattro litri di plastica che usiamo per bere da quando siamo partiti, riempiendola a ogni sosta. Ci sono due dita d’acqua. E’ la prima volta che ci dimentichiamo di riempirla. La situazione è pessima: siamo in mezzo al deserto con la macchina bloccata per di più senz’acqua. Ne beviamo un sorso per uno. Forse proprio la situazione di alta emergenza ci fa concentrare per trovare una soluzione. Simon mi guarda con espressione corrucciata:
«Facciamo così Law, mentre io cerco di inventarmi qualcosa con la ruota, tu vai a dare un’occhiata al cartello che abbiamo passato. Magari ci è sfuggita un’indicazione per una località più vicina»
«Vado».
Senza discutere come siamo abituati a fare, mi incammino sotto il sole cocente. Non siamo soliti chiamarci per nome, quando succede vuol dire che c’è un problema da risolvere e si accende subito la catena di montaggio. L’affiatamento della nostra lunga amicizia si manifesta ed è tutto finalizzato alla risoluzione del problema. Il cartello indica che la città più vicina è San Antonio a cinquecento miglia, ma non dice se c’è qualcosa in mezzo. Ritorno alla macchina e trovo Simon che sta rimettendo a posto il crick. La ruota di scorta è montata.
«Ma come hai fatto?»
«Ho spezzato due perni e ce l’ho fatta entrare»
«Due su quattro? Non può reggere, alla prima buca si spezzano anche gli altri»
«Qui non possiamo restare. Non passa nessuno e siamo già disidratati, proviamoci andando piano piano. Ma il cartello?»
«Niente prima di cinquecento miglia»
«Magari troviamo una stazione di servizio, almeno il serbatio è pieno»
«Al limite ci beviamo un bel bicchiere di benzina».
Simon accenna una risata poco convinta, del resto c’è poco da ridere. Saliamo in macchina e ripartiamo. Viaggiamo a quindici miglia all’ora sul ciglio della strada. Mi sporgo in continuazione per controllare la ruota. Fa sempre più caldo e dopo due ore non abbiamo incrociato ne stazioni di servizio ne auto. Non ci siamo neanche rivolti la parola, forse per evitare di farci venire ancora più sete di quella che abbiamo. L’acqua è quasi finita. Mi sembra assurdo il fatto che in una nazione all’avanguardia come gli stati uniti, stia rischiando di morire di sete in mezzo al deserto. E’ un pensiero surreale e infatti mi viene da ridere, ma la realtà è che all’orizzonte vedo solo rocce e terra rossastra. Dopo un curvone interminabile in mezzo a un piccolo canyon, appare un’uscita con un cartello sporco di terra e consumato dal calore. A malapena si legge la scritta: Kingstown. Senza pensarci due volte Simon si infila nella piccola stradina, costeggiata su entrambi i lati da un costone di roccia rossa dolcemente levigata dal tempo. Mentre la percorriamo mi sporgo ancora dal finestrino per controllare la ruota. Un’enorme ombra mi copre per un attimo dal sole. Mi giro di scatto e alzo lo sguardo: un’aquila con le ali completamente aperte sta planando parallelamente alla macchina a una decina di metri d’altezza. Riesco a distinguere il collo bianco e il becco giallo:
«Simon guarda!»
«Cosa?»
«Una cazzo d’aquila!».
Simon si sporge verso il mio finestrino e si dimentica che sta guidando. Vedo la macchina sterzare e dirigersi verso il muro di roccia. Caccio un urlo disumano. Simon riprende il controllo, riesce a evitare l’mpatto e si ferma. Scendiamo all’unisono e vediamo il rapace riprendere quota e sparire dietro il costone:
«Non avevo mai visto un’aquila così da vicino»
«Neanch’io, infatti non l’ho vista»
«E meno male, se no ci saremmo schiantati contro il muro! Cammina, rientra in macchina e andiamo»
«Sei fortunato che almeno l’ho vista allontanarsi, non ti avrei mai creduto»
«Posso immaginare il poutpourri di insulti che mi sarei beccato, e invece...»
«Andiamo a vedere che ci riserva Kingstown, come inizio non c’è male».
Riprendiamo a percorrere la stradina che sembra non avere fine, anche per colpa della nostra lenta andatura. Mi chiedo se l’incontro ravvicinato col rapace nasconda qualche significato. Sicuramente nella cultura degli indiani d’America vorrà dire qualcosa, ci vorrebbe uno sciamano. Mi vengono in mente i libri di Castaneda: chissà cosa direbbe Don Juan. Dopo qualche minuto i costoni di roccia degradano fino a sparire. Come per incanto la visuale si allarga e lo spettacolo che si presenta ci lascia a bocca aperta.
Sulla sinistra c’è una piscina con tanto di trampolino, circondata da un giardino con prato all’inglese dove sorge anche una casetta di legno. Accanto alla piscina una grande costruzione che somiglia a un hangar aeroportuale. Dalla parte opposta della strada, una casa con antistante giardino e di seguito quello che assomiglia a un piccolo bar-emporio. La piscina e popolata di ragazzi adolescenti, ragazzini più piccoli e qualche donna. Ci guardiamo increduli non sapendo bene cosa fare. Il contrasto dal nulla del deserto delle ultime quattro ore a questo, è troppo forte e netto. Abbiamo bisogno di qualche minuto per elaborare la visione. Decidiamo di procedere per necessità: comprare acqua la prima. Parcheggiamo davanti all’emporio. Al mio ingresso vengo accolto da un signore di mezza età, capigliatura folta bianca e un paio di occhialetti tondi da vista. Non mostra grande sorpresa nel vedermi, nonostante sia accaldato e sporco di terra e nero di copertone:
«Salve»
«Salve, avete bottiglie d’acqua fredde?».
Mi indica un frigorifero a vetri pieno di bevande. Lo apro e prendo quattro bottiglie. Mi avvicino e le appoggio sul bancone.
«Abbiamo un problema alla macchina, mi saprebbe dire se c’è un meccanico nelle vicinanze?»
«Il meccanico abita qui accanto e quella è l’officina», con un sorrisetto ironico mi indica l’hangar accanto alla piscina. Lo fisso per qualche secondo indeciso se mi stia prendendo in giro. Lo nota:
«Qualcosa non va?»
«No no, mi scusi. Quanto le devo?»
«Sono due dollari e mezzo, e se vuole darsi una pulita qui fuori c’è un rubinetto con lavabo», sorride ancora.
«Grazie. Che lei sappia, il meccanico è in casa?»
«Si, vada pure a bussare non ci sono problemi»
«Grazie ancora, arrivederci»
«Buona giornata».
Esco dal negozio. Simon mi aspetta seduto sul cofano. La mia faccia deve essere tutto un programma. Se ne accorge:
«Che è successo?»
«Se te lo dico non ci credi»
«Dai spara»
«Questa è la casa del meccanico e quella l’officina», Simon mi guarda senza parlare «il tipo dentro mi ha detto che possiamo bussargli».
Ci beviamo quasi un‘intera bottiglia a testa e ci diamo una sciacquata nel lavabo. Sono le due e mezza di pomeriggio e il caldo è al suo apice. Entro nel giardino e busso alla porta. Mi apre il meccanico in tuta da lavoro. Ha i capelli castani e due baffoni scuri.
«Salve, mi dispiace disturbarla a quest’ora. Il proprietario del negozio qui accanto mi ha detto che potevo bussarle»
«Salve, nessun problema. Dimmi»
«Ho un guaio alla macchina. Montando la ruota di scorta ho rotto due perni...», non mi fa finire il discorso.
«Dammi dieci minuti, intanto porta la macchina davanti all’officina che gli do un’occhiata»
«Perfetto, grazie».
L’officina è enorme. Simon parcheggia sul montacarichi e Mike, questo è il nome del meccanico, solleva l’auto per lavorare comodo. Una volta resosi conto del danno ci dice quello che deve fare:
«Per aggiustarla ho bisogno dei perni. Il negozio che li vende è a un’ora e mezza da qui. Considerando il viaggio e il tempo che mi ci vorrà di lavoro, ne avrete per cinque ore»
«Per noi va bene»
«Potete tranquillamente aspettare in piscina, con questo caldo un bagno è quello che ci vuole»
«Davvero non è un problema, non vorremmo approfittare»
«State sereni, siete miei ospiti».
Ringrazio di cuore. Anche se dentro di me ho paura che il conto finale sarà salato. Tiriamo fuori pantaloncini e asciugamani dalle valigie e facciamo il nostro ingresso nella meravigliosa piscina. Ci accolgono due signore che evidentemente sono state avvertite da Mike mentre ci cambiavamo. Entrambe tondeggianti nei loro costumi interi a fiori, si presentano: sono Margareth e Giudy. Cordiali, disponibili e sorridenti. Personalmente sono sempre diffidente verso l’eccessiva cordialità, nasconde quasi sempre secondi fini. La città dove vivo ne è un esempio continuo: se a New York qualcuno si mostra troppo disponibile e accomodante, vuol dire che ti sta derubando. Al contrario, qui sembra faccia parte del loro dna. E’ genuina, non premeditata. Margareth ci fa da cicerone. La casetta di legno ospita gli spogliatoi e un piccolo bar con sandwich e bevande dissetanti i cui ricavi servono per la manutenzione della piscina. C’è anche un telefono che siamo liberi di usare se dobbiamo avvertire qualcuno. Lettini e sedie sono disseminati ovunque senza un ordine particolare:
«Potete mettervi dove volete. Rilassatevi e qualsiasi cosa vi serva, basta chiedere. Mike è un bravo meccanico, ma sui tempi non è molto affidabile».
In realtà io ho delle domande che mi frullano in testa, colgo la palla al balzo per fargliele:
«Scusi Margareth spero di non essere invadente, ma tutti questi ragazzi da dove arrivano? Non vedo case qui intorno, e da dove veniamo c’è solo deserto. E questa piscina?».
Margareth scoppia a ridere:
«La comunità di Kingstown è abbastanza grande. Le case ci sono, con tutto questo spazio perché costruirle attaccate? La piscina è stata un’idea per creare un punto di aggregazione per i giovani. E poi, ragazzo mio, il deserto nasconde mille sorprese, a volte i miraggi sono più concreti della realtà».
Pronunciate queste parole, Margareth si congeda con un’espressione soddisfatta. Io ripenso alla frase finale. Simon, cha ha ascoltato la conversazione già comodamente disteso su un lettino, spezza i miei pensieri:
«Enigmatica la signora eh?»
«Mica saremo già morti?»
«Si, e questo è il paradiso. Un po’ arido, ma decisamente comodo e accogliente. Invece di dire cazzate, vai a vedere che offre da mangiare il bar paradisiaco»
«In effetti per essere il paradiso, fa un caldo infernale. Se poi anche da morto mi tocca sentire le tue battute ironiche, allora sono davvero finito all’inferno»
«Purgatorio amico mio, e io sono la purga».
Ecco, appunto. Mi avvicino al bar, ma ho la sensazione di essere osservato. I bambini hanno fatto gruppo intorno a un tavolino. Non mi perdono di vista e confabulano a bassa voce. Se questo è l’inferno, loro sono i diavoletti e si stanno accordando su quali torture subirò. Al bar trovo Giudy:
«Affamato?»
«Direi di si, che c’è nel menu?»
«Hamburger, Hot Dog, Club Sandwich»
«Due hamburgers perfavore»
«Da bere?»
«Due lattine di coca cola»
«Perfetto, il tempo di preparare i panini».
Mentre aspetto mi cade l’occhio sul telefono. Se sono morto di certo non posso telefonare. Non si è mai sentito di uno che chiama dopo essere deceduto. Non è come quando ti arrestano, che hai diritto a una telefonata. Quando muori, muori. Punto e basta. Non hai diritto a un bel niente. Giudy è sparita in cucina. Mi guardo intorno e, oltre ai potenziali diavoletti, vedo un gruppo di ragazzi più grandi. Mi avvicino a una di loro:
«Ciao, è possibile usare il telefono?»
«Ciao, dipende da dove devi chiamare»
«Los Angeles?»
«Si, accomodati pure»
«Grazie!».
Allora sono vivo! Mi precipito all’apparecchio e digito il numero di mio fratello. Vive in California da anni. Il numero è libero ma non risponde nessuno, neanche la segreteria telefonica. Cosa abbastanza strana. Lui è un maniaco: quando ho preso casa a New York me l’ha fatta comprare sotto minaccia. A suo avviso è inaccettabile chiamare qualcuno e non ricevere risposta. Un brivido mi corre lungo la schiena. Provo subito a chiamare casa di mia madre. Mi risponde la segreteria. Quando arriva il momento di lasciare il messaggio, sento una serie di bip ravvicinati e cade la linea. Significa che la macchina è piena.
«Ma cos’è uno scherzo?»
«Hey che succede?», Giudy è sbucata dalla cucina con i panini in mano.
«No niente, non riesco a contattare nessuno»
«I panini sono caldi, puoi riprovare dopo»
«Certo, quanto le devo?»
«Cinque dollari»
«Solo?»
«E’ poco?»
«In città ci sono altri prezzi»
«Qui il cibo, soprattutto la carne costa poco».
Pago e prendo panini e bevande. Arrivo trafelato da Simon, che se ne sta sempre sdraiato sul lettino, e sbatto violentemente il piatto con il cibo a terra:
«Qui c’è qualcosa che non va!»
«Cibo di merda?»
«Ho provato a chiamare mio fratello e mia madre ma non rispondono»
«Vuol dire che non ci sono, che c’è di strano?»
«E non risponde neanche la segreteria»
«Rotta?»
«A tutti e due!?»
«Senti non so che paranoie ti stai facendo ma io ho fame».
Si avventa su un panino come un leone sulla preda. Il viso si rilassa in un’espressione di puro piacere. Spinge delicatamente il piatto nella mia direzione e mi fa segno di mangiare. Prendo in mano il panino. A guardarlo sembra perfetto: lattuga, pomodori, hamburger e salse in un mix di meravigliosi colori dentro un pane con sesamo leggermente tostato. Sarebbe da fotografare per quanto rappresenti lo stereotipo dell’hamburger americano. Gli do un morso che affonda dolcemente nella morbida carne cucinata al sangue. Le papille gustative impazziscono di piacere. Non so se dipenda dall’appetito, ma credo sia il più buon panino che abbia mai assaggiato. L’esperienza culinaria cancella momentaneamente le paranoie trascendentali. Mentre lo divoro con accanimento e totale dedizione, ho di nuovo la sensazione di essere osservato. Mi giro con il panino tra i denti. C’è un ragazzino in piedi davanti a me: ha i capelli biondi e mi guarda con i suoi occhioni azzurri spalancati. Mi viene subito in mente un film che da piccolo mi terrorizzava: ‘Il villaggio dei dannati’ di John Carpenter. Dove un gruppo di ragazzini biondi con gli occhi azzurri controllava le menti delle persone attraverso lo sguardo. Rimango pietrificato con il panino in bocca.
«E’ buono vero?»
«Ottimo direi»
«Giudy fa i panini più buoni del mondo! Ma tu di dove sei?»
«New York».
Al bambino brillano gli occhi in un misto di stupore e meraviglia. Quegli sguardi che solo a loro riescono; quelli che sfoderano davanti al regalo desiderato; quelli dettati dall’innocenza, dalla purezza di spirito, dalla sincerità; quelli che rimarresti li ad ammirare per ore e che hanno il potere di cambiare in bella anche la più buia giornata.
«New York...anch’io un giorno andrò a New York»
«Non ci sei mai stato?»
«No, magari. Sono stato qualche volta al camping dopo la scuola in tenda»
«Dove?»
«A Nord sui monti, è bellissimo!»
«E poi sempre qui?»
«Si, a Kingstown si sta veramente bene sai?».
«E che si fa a Kingstown?»
«Per esempio: le gare di tuffi. Io sono bravo»
«Allora facciamo così, finisco di mangiare e poi mi fai vedere»
«Ok!»
Il ragazzino si gira svelto per tornare dagli amici, ma ha un sussulto e torna sui suoi passi:
«Ma tu che ci sei venuto a fare qui?»
«A vedere come ti tuffi».
Scoppia a ridere e corre via. Sto iniziando a scoprire la realtà della provincia americana che non conosco. La semplicità della vita di un bambino il cui sogno nel cassetto è meravigliarsi di fronte alla città dei balocchi, che scoprirà non essere una chimera, mentre il passare del tempo viene scandito dagli schizzi d’acqua dei suoi tuffi e dal contatto con la natura nel campeggio con gli amici. Natura a cui probabilmente tornerà, dopo aver assaporato l’inutile delirio delle formiche impazzite che corrono senza meta tra tonnellate di cemento. Quel delirio che per chi ci è nato rappresenta la scontata normalità da cui forse vorrebbe fuggire. Alla fine dei conti, quasi invidio la sua esistenza. Lontana e pacifica, senza compromessi.
L’effetto del connubio panino meraviglioso-bambino curioso mi ha messo definitivamente di buon umore. Simon se ne accorge:
«Gara di tuffi eh?»
«Come si può non essere coinvolti da un bambino così»
«E la morte, il paradiso, il purgatorio?»
«E chi se ne frega, tanto se sono morto, sono morto cazzo. Almeno mi diverto!».
Intanto una selva di ragazzini con in testa il biondino, ha circondato il mio lettino:
«Siamo pronti!»
«Wow vi siete moltiplicati, quanti siete?»
«Dodici!»
«Come gli apostoli»
«Sì e tu sei Gesù Cristo», sibila Simon.
«Invece di sfottere, dammi una mano».
Mi alzo in piedi sul lettino e inizio lo show, con i piccoli che mi guardano a bocca aperta:
«Allora, la gara di tuffi è ufficialmente aperta e le regole sono queste: tre tuffi a testa. Il primo classico, di testa; il secondo un’acrobazia a piacere, una capriola, una piroetta, quello che volete voi; il terzo in freestyle ispirato a un animale, quello che vi piace di più! Io e Simon», mi giro e lo indico «questo è Simon, saremo i giudici. Ora dovete preparare venti pezzi di carta rettangolari che ci scriviamo i numeri per le votazioni! E servono anche un foglio e una penna»
«Ok!», gridano in coro e corrono in cerca della carta. Simon mi guarda esterefatto:
«L’hai già fatto o ti è venuto così?»
«Così all’impronta, ho improvvisato»
«A volte mi spaventi. E io che c’entro?»
«C’entri c’entri, mica si lasciano soli gli amici, soprattutto in mano a un’orda di bambini sovraeccitati. Questi mi sbranano».
La piscina ha preso vita. Quando siamo arrivati non volava una mosca, ora si sentono le grida dei bambini che stanno coinvolgendo anche le signore e i ragazzi un po’ più grandi, che finora ci avevano ignorato. Una volta preparati i foglietti per le votazioni (da 1 a 10) e la lista dei partecipanti, io e Simon ci sediamo sul bordo con i piedi a mollo, mentre l’orda si mette in fila dietro al trampolino. Uno a uno sfilano, mano mano che chiamiamo i nomi, e si esibiscono al loro meglio. Nei tuffi di testa più o meno si equivalgono a parte due: Tommy, il biondino, che è davvero bravo e Michael, un bambino cicciottello con i capelli ricci castani, che è meraviglioso nella sua goffagine. Ci dimostriamo essere giudici buoni e oscilliamo tra il cinque (Michael) e il nove (Tommy). Nei tuffi acrobatici iniziano le prime risate. Tra pseudo capriole e piroette finite in dolorose facciate nell’acqua, fioccano i tre. Si divertono tutti, soprattutto i bambini che hanno capito lo spirito goliardico della competizione. Tommy ci stupisce con una capriola degna di un tuffatore professionista, e rimedia un altro nove. Michael ci intenerisce con un tentativo di capriola condita da uno scivolone sul trampolino e si becca un benevolo cinque. Dal comportamento degli altri, capisco che è il più deriso. Il classico bambino che subisce la sua condizione di inferiorità, elevata all’ennesima potenza dagli atteggiamenti dei suoi coetanei. Non amo le ingiustizie, non le ho mai amate. Esce dall’acqua e mi passa vicino a testa bassa.
«Sei stato bravo! Adesso fammi vedere che sai fare imitando un animale, forza!».
Abbozza un timido sorriso e si dirige verso il trampolino. Mentre ci prepariamo a dare il via all’ultima manche, si avvicina Giudy:
«Se vuoi puoi riprovare a chiamare»
«Grazie ma non importa, non devo avvertire nessuno»
«Grazie a te per quello che stai facendo, era tanto che non si divertivano così»
«Anch’io Giudy, te lo assicuro».
Mio padre era morto da poco tempo. Anche se cercavo di non pensarci, il dolore della sua scomparsa mi accompagnava costantemente, come la mia ombra sul terreno. Un dolore lancinante con cui avrei convissuto per anni.
I tuffi animaleschi sono la vera attrazione della gara. Non vedevo l’ora di arrivarci. Le imitazioni si susseguono incessanti: il puma, il ragno del deserto (più simile a una rana), il serpente a sonagli, l’avvoltoio, l’aquila, il coyote, il bisonte, lo scorpione. Arriva il turno di Michael che annuncia il suo: l’armadillo.
Lo guardo concentrarsi, prendere la rincorsa e balzare dal trampolino tutto rannicchiato in un tuffo a bomba che, visto l’abbondante peso, alza una muraglia d’acqua che ci investe come uno tsunami. Quando riemerge si volta verso di noi, zuppi, in attesa del verdetto:
«E questo sarebbe l’armadillo?»
«Si, quando si chiude per difendersi e diventa una palla».
Io e Simon ci guardiamo e scoppiamo in una fragorosa risata. Punteggio: due dieci con applauso. Tutta la piscina ride e applaude. Michael è paonazzo di vergogna ma felice. Alza le braccia in segno di vittoria. Alla fine il vincitore della gara è Tommy, ma grazie all’armadillo, Michael si piazza al terzo posto. Ci buttiamo tutti in acqua nel delirio generale. In realtà hanno vinto tutti, e l’hanno capito anche i partecipanti, e forse il piccolo cicciottello d’ora in poi avrà più fiducia in se stesso, almeno lo spero. Nel frattempo è tornato Mike che ci chiama perché la macchina è pronta. Ci asciughiamo e lo raggiungiamo nell’officina. I due perni mancanti sono di nuovo al loro posto. Per di più ha aggiustato la ruota forata. Non è riuscito a trovarne un’altra uguale, ci consiglia di farlo quando arriveremo nella prima grande città. E’ il momento di pagare e mi aspetto la batosta:
«Quanto ti dobbiamo?»
«Venti dollari sono troppi?».
Lo guardo sconcertato. Ero pronto a sborsare duecento dollari con grande naturalezza. Sarebbe stato anche un prezzo vantaggioso. Prendo il portafogli e gli metto in mano cento dollari. Adesso è lui a mostrare sorpresa:
«Non posso accettare, sono troppi»
Gli prendo la mano e la chiudo con i soldi dentro:
«Senti Mike, forse non hai capito ma ci hai salvato la vita. Dopo tutto il lavoro e la splendida giornata che ci hai fatto passare, questo è il minimo insindacabile. Grazie, davvero».
Torniamo in piscina a prendere le nostre cose e a salutare prima di rimetterci in marcia. Margareth e Giudy ci baciano e ci augurano buon viaggio. I ragazzi ci ringraziano e ci pregano di tornare a trovarli. Sto per rientrare nell’officina quando mi sento tirare la maglietta. Mi giro e davanti a me c’è Michael che alza le braccia. Mi inginocchio alla sua altezza e mi abbraccia forte senza dire una parola, per poi scappare via verso gli altri ragazzi. Scappo anch’io prima di commuovermi. Passiamo davanti alla piscina e li troviamo schierati dietro la rete per l’ultimo saluto. Imbocchiamo la strada per rientrare nella satale, mentre le possenti rocce che la costeggiano nascondono la piscina, l’hangar, la casa e il bar. E’ quasi il tramonto e l’aria si fa più fresca. Sono nella stessa posizione di quando siamo arrivati, con i piedi appoggiati sullo specchietto retrovisore. La tanica dell’acqua è piena. Lancio un’occhiata furtiva in alto in cerca dell’aquila, che non c’è. Senza staccare gli occhi dalla strada, Simon rompe il silenzio:
«Lo sai che se torniamo indietro non c’è più niente?»
«E’ probabile, ma non ha importanza. A volte un miraggio è più concreto della realtà».

mercoledì 3 agosto 2011

Numana estate 2011/4

Finalmente è arrivato il sole. Dopo due settimane autunnali, sia come tempo che come temperatura – giornate passate chiuso in casa con doppia felpa mentre fuori imperversava la bufera con quindici gradi – mi sono potuto dedicare con impegno alla faticosa opera di giacere bello spaparanzato al sole. Immobile e rilassato, quasi morto direi, mi sono arrostito a puntino. Incurante dei continui consigli di zie e cugine:
«Mettiti la crema protettiva che sei già tutto rosso, così finirai per bruciarti».
Io mi voglio bruciare. Pretendo di tornare a casa nero come il mio assistente. Se devo passare per bruciature e ‘peeling solare’ benvenga, sono pronto.
Mio malgrado, vengo coinvolto nel gossip legato ai settimanali dedicati che la fanno da padroni:«Ma quant’è bella Ilary Blasi? Si, perché la donna di Ronaldo?».
Mi presto volentieri. Anche perché guai a chi parla male della moglie del ‘Capitano’!
Intanto Tommy continua nella sua febbrile pesca quotidiana, tornando sempre incazzato per qualche motivo.
«Ho pescato i gamberetti e me l’hanno fatti tagliare a pezzi per usarli come esca»
«E allora?»
«E poi non li hanno usati»
«Va bene, dai»
«Va bene un cazzo! Quelli erano vivi e ora sono morti».
Tommy è un pescatore animalsta. Prende i pesci, ce li fa vedere e poi li ributta in mare. Odia le uccisoni gratuite degli animali, salvo augurare la morte a chiunque gli impedisca di andare a pesca. Spazzerebbe via l’intero genere umano senza distinzioni di parentela e senza il minimo rimorso.
Sono andato a mangiare da Alvaro alla Torre. Uno dei più buoni ristoranti di pesce di Numana. Ho dovuto parcheggiare il furgone fuori dal paese, perché è iniziata una settimana di spettacoli di piazza. Dalle venti alle ventiquattro è tutta zona pedonale. Questa sera è la volta di un terrificante concerto per fisarmoniche. Il palco è gremito di fisarmonicisti. Immaginate lo schieramento di una filarmonica, composta da venti fisarmoniche, un basso e una batteria. La piazzetta di Numana è piena fino all’orlo. Tutti comodamente seduti sulla schiera di sedie ordinatamente piazzate per l’occasione. Riesco a passare indenne nell’unico passaggio lasciato libero e, nonostante gli incontri parentali che mi rallentano, riesco anche a non sentire una nota. Tempo fa ho letto una freddura che recitava così:«Un vero gentiluomo è quella persona che sa suonare la fisarmonica, ma non lo fa».
La verità è che pur non amando particolarmente lo strumento, in certe musiche popolari ci sta decisamente bene. Il concerto però, preferisco evitarlo.
Alvaro è pieno. Questa volta sono stato previdente e ho prenotato. Mi accoglie cordialmente, non siamo amici ma ci conosciamo da sempre. Sono con mia cugina Monica e il mio immancabile assistente Nilushe. Fortunato, perché si sta godendo delle cene davvero prelibate. Con Monica abbiamo deciso di non badare alla linea e di mangiarci l’impossibile. Cosa che in realtà stiamo facendo da due settimane. Qualche rara volta ci controlliamo a pranzo, ma le cene ci lasciano boccheggianti e storditi come cuccioli dopo una poppata. Ci destreggiamo tra i mille antipastini di mare: moscardini e lattarini fritti, scampetti, salmone, cozze, vongole, capesante al gratin, insalatine varie di calamari e gamberetti. Il tutto logicamente annaffiato da un ottimo Muller Thurgau freddissimo. Per poi passare a una mega frittura di scamponi e calamari, che solo a ripensarci ci riandrei ora. Mentre ci godiamo il succulento pasto, non possiamo fare a meno di sentire i discorsi di una giovane coppia seduta accanto. Più che i discorsi, le cazzate che escono dalla bocca di lui. Capiamo che è in procinto di essere lasciato, e sta facendo d tutto per evitare che accada. Il risultato, se avesse davanti una ragazza con un minimo di cervello, sarebbe l’esatto opposto. Arriva il cameriere e lui parte con la prima malaugurata frase:
«Quant’è bella la mia ragazza eh?»
«Dai smettila», interviene subito lei.
«Ma io vorrei che dicesse sinceramente cosa pensa».
Il cameriere tace saggiamente. Anche perché, a essere sinceri, non siamo di fronte alla Venere di Milo. Dopo un po’ arriva la seconda:
«Ma tu mi vuoi bene?»
«Si certo...», bugiarda.
«Ma davvero mi vuoi bene, sei sicura?».
A questo punto, fossi stato in lei, mi sarei alzato, gli avrei urlato in faccia la verità e me ne sarei andato. Purtroppo non è successo.
Finita la cena, con l’andatura dei trichechi, ci siamo diretti verso la piazza. Le fisarmoniche tuonavano ancora imperterrite, lanciandosi in assoli dalle mille note su ritmiche da ballo di paese, davanti a una platea immobile e forse anche un po’ scioccata. Siamo passati da una via che costeggia la piazza dietro al palazzo del comune, ascoltando due pezzi praticamente identici. Mi sono fermato due minuti dai miei amici della gelateria Morelli, per due chiacchiere e un amaro. Anche loro devastati dalla violenza delle fisarmoniche.
«Hai capito perché vogliamo vendere tutto? Non se ne può più!».
Siamo scappati verso il furgone, passando per la via dove gli artisti numanesi espongono i loro quadri. Gli stessi da anni, come le bancarelle. Se non li vendono, ci sarà pure un motivo? Ma loro non sembrano curarsene. Stanno seduti da una parte, fumano e parlano. E il tempo scorre, sul pianeta Numana...

mercoledì 27 luglio 2011

Numana estate 2011/3

Non sto scrivendo perché in realtà c’è poco da raccontare. Il tempo è brutto e fa freddo come d’inverno. Le uscite e le giornate di mare, assai limitate. Tuttavia qualche piccolo evento degno di nota posso riportarlo.
Il primo riguarda il piccolo Tommy/Danni, che è felicemente rimasto il bambino ‘vivace’ dello scorso anno. Il suo unico interesse compulsivo è la pesca. E’ super attrezzato con retini, lenze, togne, ami di ogni tipo e una compagna senza la quale non si muove: una bambina più grande di lui con la stessa passione. Qualche giorno fa il connubio è saltato perché lei non aveva voglia. Non l’avesse mai fatto. Tommy è partito in un capriccio/lamento da tragedia greca, piangendo e inveendo con anatemi di morte:
«Per colpa sua non posso andare a pescare, magari muore!».
Un signore e suo figlio, pescatori anche loro, si sono offerti di portarlo. Ma lui niente, ha continuato sulla sua linea intransigente: senza di lei non vado. Dopo una ventina di minuti di tragicommedia mia cugina Maddalena, madre del piccolo estremista – spazientita fino al midollo – gli ha dato l’out out:
«Se vuoi pescare vai con loro, altrimenti smettila di frignare e stai zitto», rincarando la dose «e complimenti per la bella figura da piagnone che stai facendo davanti a tutti».
A questo punto i freni inibitori dell’anfant terrible, già ampiamente scarsi, si sono abbattuti sulla madre con la violenza delle cascate del Niagara:
«Perché ho una madre che deve morire! Hai capito, devi morire!».
E la madre ha risposto con la stessa violenza. L’ha preso per un braccio, gli ha rifilato quattro sganassoni e l’ha chiuso in cabina in temporaneo isolamento. Sotto gli occhi atterriti di qualche spiaggiante, distratto dal tranquillo bagno di sole dai rumorosi colpi e dalle urla della cugina, ora visibilmente alterata.
Dopo il trattamento, il piccolo Tommy è effettivamente tornato mansueto. Questa la spiegazione della mamma:
«Mio figlio ha due neuroni che girano nello stesso verso. Ogni tanto uno gira da una parte e l’altro dalla parte opposta. Tre o quattro ceffoni bastano per rimetterli sulla stessa carreggiata. Purtroppo sono due, e due rimangono». Non fa una piega.
Ieri sono andato, insieme a Monica e all’amico Teo, a Offagna, un delizioso paesino dell’entroterra marchigiano dove si svolge una settimana di festa ispirata al medioevo. Il centro storico del paese è davvero di stampo medievale, con alte mura sia lungo il perimetro che all’interno, e una meravigliosa torre all’apice. Tutto egregiamente mantenuto. Per l’occasione il paese si divide in contrade che si affrontano in duelli di spada e tiro con archi e balestre, il tutto condito da travestimenti in stile: priori, re, regine, damigelle, giullari, giocolieri e mangiafuoco. Bande musicali si aggirano tra i viali suonando, presumo, le hit in voga a quei tempi. Un misto di cornamuse e percussioni piacevoli e interessanti. Una coreografia studiata nei particolari che riesce nell’intento di trasportare il visitatore indietro nel tempo. Siamo arrivati a combattimenti finiti, deliziandoci però col vino offerto dalla contrada vincitrice. Uniche due note stonate: l’assenza di una mega brace con maiale allo spiedo e cacciagione tipo Asterix, che sinceramente mi aspettavo di trovare; l’unica rappresentazione che siamo riusciti a vedere, fatta da un gruppo di ragazzi di Jesi (la compagnia Avalon...). Con tristi combattimenti tra cavalieri, arbitrati da un tristissimo Re e accompagnati da uno squallido voice over che spiegava l’uso delle armi, la passione e il sacrificio settimanale che impiegano nello studio storico e nelle tecniche di combattimento. I miei nipoti di dodici e tredici anni avrebbero offerto uno spettacolo spadaccino molto più spettacolare, senza impegno settimanale.
Dopo un giro di bancarelle (queste si spettacolari, altro che quelle di Numana) e un incontro ravvicinato con due Poiane di Harris (rapaci tipo Falco), trasportate in mano dai padroni (poianieri?), ce ne siamo tornati a casa. Mediamente soddisfatti.
Da Numana, in una giornata fredda e piovosa, è tutto per ora.

domenica 17 luglio 2011

Numana estate 2011/2

Tornando da una splendida giornata di mare, ho letto un'indicazione che recitava così:''Panificio aggiornato del Conero''.
Uno spaventoso mix tra analogico e digitale. Come si fa ad aggiornare un panificio? Di che versione si tratterà? Trattasi forse di panificio 2.0? Vendono pane o chiavette usb con sole immagini? Sarà una nuova forma di commercio, il pane te lo scarichi direttamente da casa...
Domani vado a controllare.
Ieri ho cenato dai miei zii preferiti, Irma e Maurizio. Che mi hanno accolto felici, con una teglia di pomodorini al gratin. Che io, altrettanto felicemente, ho divorato a quattro ganasce. Con l'occasione ho scoperto che mio zio, sostenitore Pdl, ha iniziato a parlare nel sonno. Mia zia gli ha nitidamente sentito intonare:''Bandiera rossa la trionferà...''. Il vento sta cambiando davvero!
Dopo cena ho fatto un giretto in piazza insieme alla mia cugina/sorella Monica. E' incredibile che da trent'anni a questa parte ci siano le stesse bancarelle con gli stessi oggetti in vendita. Ancora più incredibile è che io le costeggi una per una e, a volte, compri anche qualcosa. Recidivo fino al midollo.
Attirati dalla voce di un presentatore e tirati da Hobbs, il cane di Monica, ci siamo spinti fino ai giardinetti. Dove un nutrito pubblico numanese assisteva a una sfilata di moda: ''Numana Sfila 2011''. Siamo arrivati al culmine dell'evento dove, a modelle e modelli schierati in fila sul palco - richiamato dall'agghiacciante presentatore, faceva il suo davvero poco acclamato ingresso il sindaco in persona. Che era molto fiero che l'evento si svolgesse proprio nel centocinquantesimo anno dell'unità d'Italia. Sono ventiquattro ore che cerco di trovare la più piccola particella di nesso tra le due cose, senza successo. Qualcuno di voi può aiutarmi nell'impresa?