mercoledì 19 marzo 2008

L'OTORINOLARINGOIATRA Capitolo 2

Qualche giorno fa mi si sono tappate le orecchie. Insieme, all'unisono. Neanche lo avessero pianificato a tavolino. La governante è riuscita a svegliarmi solo a forza di violenti scossoni. Ha ululato il mio nome per cinque minuti buoni. Pensava fossi morto. Era abituata a trovarmi già sveglio al suo arrivo in camera. Sono sicuro che il tappo alle orecchie sia una conseguenza del catarro accumulato grazie alla bronchite. So anche che mi tocca andare dall'otorinolaringoiatra per una sciacquata mediante siringone. Così, per avvantaggiarmi, inizio a mettere delle gocce di cerulisina. Una sostanza lubrificante e compattante che favorisce la pulizia. Come mi avevano insegnato gli otorini con cui avevo avuto a che fare in precedenza. Dopo due giorni di sordità semi totale, terribile sensazione, provo a contattare uno studio medico dove ero già stato. Niente da fare. Per la visita avrei dovuto aspettare tre giorni. Troppi. Per uno che lavora con le orecchie, non sentire è l'incubo peggiore. Figurarsi per me, che mi sono rimaste solo quelle. Decido allora di affidarmi alle sottovalutate pagine gialle, trovando una pagina gialla piena di numeri e annunci a lettere cubitali. C'è solo l'imbarazzo della scelta. Provo prima a chiamare gli studi più vicini a casa. Con scarso successo. Uno è al quarto piano senza ascensore. Impossibile con la sedia a rotelle. All'altro risponde una segreteria che sembra più quella di una casa privata che di uno studio medico. Alla fine  scelgo il vecchio metodo 'per ordine alfabetico'. A come Dr. Acquaviva. Il primo della lista. Chiamo e spiego al dottore la situazione. «Chiami questo numero» risponde lui «dica alla signorina di infilarla anche se non c'è posto, tanto si tratta di una cosa veloce». Era il numero di uno studio medico all'eur. Non troppo lontano da casa. Prendo appuntamento per le tre. Arrivo puntuale e parcheggio, o meglio il mio assistente parcheggia, di fianco a un cassonetto che occupa un posto riservato ai disabili. In effetti a guardarlo è proprio malandato. Ne ha quasi più diritto lui. L'ingresso dello studio è perfettamente accessibile a parte la doppia porta un po' scomoda. Mi fanno accomodare (...) nella sala d'aspetto. Asettica, mattonelle bianche a terra, muri bianchi con appese le solite stampe di vedute dai tetti delle case (ma le fanno apposta per gli studi medici?) e una sfilza di poltroncine finta pelle degne di una sala d'attesa aeroportuale. Inquietantemente vuota. Su una parete giganteggia una lastra di plastica trasparente con su scritte tutte le prestazioni e le visite ambulatoriali che si possono effettuare nello studio. Quattro colonne di specialità mediche. Quasi tutto. Inizio a preoccuparmi. Dopo una ventina di minuti la segretaria mi chiama ad alta voce, nonostante sia l'unico nella sala, e mi conduce nella stanza del dottore. Il posto non è grande. Attraversiamo un corridoio con alcune stanze chiuse e arriviamo in fondo. L'ultima porta si apre. «Salve dottore» saluto entrando. «Salve, prego le faccio spazio» risponde lui spostando una sedia. Racconto di nuovo brevemente il mio problema mentre lui, seduto dietro la scrivania, rovista dentro un cassetto. «Chi le ha dato il mio numero?» chiede continuando a ravanare. Rispondo sinceramente: «E' il primo nome sulle pagine gialle». «Ha trovato il migliore» conclude e si avvicina agli strumenti alla mia sinistra. Ora sono decisamente preoccupato. Si infila in testa la fascia di plastica rigida con la luce al centro e, mediante un conetto argentato mi guarda dentro l'orecchio. L'otorino è in realtà una sorta di speleologo, con tanto di faretto in testa. Alla scoperta dei cavernosi condotti uditivi, e di ciò che ci si trova all'interno. Riemerso dall'esplorazione dice: «In effetti sembra un po' sporco, facciamo un lavaggio». Agguanta il siringone metallico lo riempie d'acqua tiepida e facendosi tenere il fagiolo (piccola bacinella metallica) dal mio assistente, spara l'onda pulitrice. Che và a finire ovunque tranne che nel fagiolo. Per poi immergersi di nuovo, stavolta munito di pinzette e attrezzini vari. Quest'operazione si ripete per cinque o sei volte, tra commenti poco rassicuranti: «L'acqua esce pulita, non è un buon segno. Il cerume è finito». «Non capisco, sembra pelle morta». «E' tutto infiammato, c'è un otite». Continuo a non sentire niente. All'improvviso si fulmina la lampadina del faretto. Il dottore ricomincia a rovistare nel cassetto della scrivania, da dove escono una serie di mini lampadine di diversa forma. Ne prova un paio, manipolando il voltaggio del trasformatore senza successo. Esce dalla stanza e chiede a un altro medico, probabilmente il titolare dello studio, se ci sono lampadine. Altro insuccesso. Alla fine spedisce una delle segretarie all'elettronica di zona. Intanto continua l'operazione con l'aiuto di un aggeggino autoilluminante da visita a domicilio. Continua a spruzzare acqua. Continuo a non sentire niente. Il dottore inizia a sudare. Mi domando se riacquisterò mai l'udito. Rientra la segretaria con le lampadine nuove. Funzionano. L'oto-speleologo si tuffa di nuovo nell'antro misterioso. Al ventesimo lavaggio esclama: «Ecco ci siamo!». Prende una pinza e all'improvviso il mio orecchio si stappa. Sento come non ho mai sentito prima d'ora. Se ci fossero delle formiche, ne sentirei lo zampettio. Mi volto verso il dottore che mi mostra con soddisfazione, come fosse un trofeo, quello che è uscito dall'orecchio. Una palletta di pelle morta e non so cos'altro della grandezza di un nocciolo di prugna. Un ovetto alieno che si sarebbe impadronito a breve del mio cervello, e avrebbe infestato le orecchie di tutto il genere umano. Doveva essere la conseguenza di un otite curata male. «E ora diamo un'occhiata all'altro orecchio». L'espressione è di chi sta salendo sul patibolo. Comunque riesce a svelare anche i misteri della nuova caverna uditiva. Esorcizzandola, dopo ripetuti lavaggi, dalla creatura aliena. «Sembrava cemento» è l'ultimo commento del dottore. La visita 'tanto è una cosa veloce' si è trasformata in un combattimento di un'ora. Mi congeda con una cura a base di gocce antibiotiche da fare per una settimana. E una prevenzione da fare una volta a settimana per il resto della vita. In modo che il problema non si ripresenti. «Arrivederci dottore» saluto uscendo. «Arrivederci. Adesso devo farmi una doccia». E bravo il dottor Acquaviva. Nonostante le difficoltà, la mia perenne mancanza di fiducia verso i medici e le sue battute ironiche, ha vinto e convinto. Me ne torno a casa bagnato come un pulcino (la doccia l'ha fatta a me!) ma felice. Grazie dottò.   Te tocca pure la prossima visita, se mi ritrovo il numero...Avventuroso.                     

2 commenti:

Franco ha detto...

Fratè, ammiro il tuo coraggio... e la tua penna.

Anonimo ha detto...

grazie Lorenzo per avere apprezzato la tenacia dell'estrattore di cerume, ma grazie soprattutto per avermi ricordato che esiste un mondo piazzato proprio nel mezzo tra le due orecchie. E se tutti i pazienti scrivessero al medico un commento sulla visita, o lo pubblicassero su un blog ?
Gilberto (dott. Acquaviva)