giovedì 18 aprile 2013

Aperitivo con Autore

Sono stato a Montepulciano. Mi hanno invitato all'ultimo appuntamento, dopo quattro anni di attività, di ''Aperitivo con Autore''. Un meraviglioso evento organizzato e presentato da Olivia La Pegna. Mi hanno accompagnato in questa serata il mio grande amico e incredibile pianista Andrea Pesce (detto Fish), e l'attore Andrea Bosca che è stato per me una felice scoperta sia a livello professionale che (soprattutto) umano. Io e Fish siamo partiti sabato mattina da Roma, come ci è capitato di fare molte volte in passati tour musicali, insieme al mio assistente Giorgio e a una mia cara amica. Dopo un paio d'ore di crociera autostradale e qualche chilometro di super strada, siamo arrivati a S.Albino: un paesino vicino Montepulciano dove si trova l'agriturismo 'Podere Monti', nostro alloggio notturno. Arrivando da una strada sterrata, sorpassato un piccolo cimitero che ti faceva venir voglia di morire tanto era accogliente, ci siamo ritrovati in un piccolo paradiso (appunto). Prati curatissimi sommersi di margherite bianche, salici piangenti, una bella piscina, un meraviglioso casale in pietra e la simpatica padrona di casa ad accoglierci. Appena entrato in stanza la seconda folgorazione: un letto a cinque piazze in ferro battuto che mi è venuta subito un'irrefrenabile voglia di saltarci sopra in stile Fosbury (quello del salto in alto). A completare l'arredamento minimale, un vecchio armadio e una vecchia scrivania con secretaire scorrevole di lato, qualche quadro sull'unica parete liscia e luci piazzate a dovere (a terra sotto la parete in pietra e sul soffitto). Il posto perfetto per scrivere. Oltretutto anche il bagno era accessible senza volerlo essere, per culo. Posati i bagagli, ci siamo subito diretti verso l'antico ''Caffè Poliziano'', luogo dove si svolgerà la presentazione e dove abbiamo appuntamento per pranzo. Si tratta di un locale arredato decò con una vista mozzafiato, dove sono transitati grandissimi autori del passato. Le mura testimoni di questi passaggi, infatti, emanano un'energia particolare. In realtà c'è stato un siparietto iniziale prima di arrivare: dopo una serie di telefonate con Olivia, mentre ancora viaggiavo in autostrada, ci siamo accordati sul fatto che, arrivato all'agriturismo, avrei trovato Andrea Bosca e Antonella, la sua compagna, e li avrei portati a Montepulciano. Il casale, tolta la proprietaria, sembrava silenzioso e deserto. Per sicurezza ho chiamato Andrea, ma il telefono squillava a vuoto. Ho chiamato Olivia, ma il suo non prendeva. Ho immaginato che Andrea fosse andato con lei. Mi sono avviato. Ho immaginato male, a metà strada mi squilla Andrea: se la dormiva bellamente in stanza senza suoneria. Mi sta già simpatico.
Come dicevo, il locale è molto bello e suggestivo. Fish si è sistemato al pianoforte e sono bastate poche note per farci sentire subito ambientati. Abbiamo pranzato, fatto prove microfoni, posizioni e un accenno di scaletta musica/letture, e ci siamo presi un'ora di tempo per guardarci intorno. Montepulciano è una rocca in salita, ma una salita ripidissima. Diciamo che ho avuto la possibilità di muovermi in un raggio di cinquanta metri dal caffè, senza rischiare di partire come un proiettile e schiantarmi su un muro. Era difficile anche per chi cercava di spingermi. Per di più c'era una gara di corsa, con tanto di corridori numerati, che sfilavano in salita distanziati di alcune decine di metri. Ti accorgevi del loro arrivo dai rantoli di diversa intensità, alzavi lo sguardo e incrociavi questi volti costernati, consumati dalla fatica, che sembravano chiedersi: ma perché ho partecipato? Voglio davvero morire? C'è il sole, fa caldo, ma non era meglio un pic nic? Se non avessero indossato i numeri, avrei pensato a una processione di penitenti per un santo sadico del posto. Un gruppo di otto ragazzi, senza numeri, correva facendo rotolare un'enorme botte (vuota voglio sperare) in salita, spingendola due per volta e dandosi il cambio ogni tanto. Un allenamento che neanche Rocky sarebbe arrivato ad architettare. Puro masochismo.
Per riprendermi da tanta sofferenza, altro che riabilitazione svizzera, mi sono piazzato di nuovo nel caffè poliziano e ho ordinato tè verde e pasticcini. Questo sì vero sport. Ho fatto appena in tempo a gustarmi la merenda e a recarmi alla toilette, che è arrivato il momento di entrare in scena. Voglio riassumere la presentazione con una parola: magica. Si è creata un'alchimia istantanea tra di noi (non avevamo mai interagito) e il numeroso pubblico presente, che ha trasportato la serata in volo, rendendola interessante, divertente, intensa e a tratti commovente. Mi sono ritrovato a ridere e a commuovermi (dentro...) mentre Andrea leggeva estratti del libro, che ormai dovrei conoscere bene (...). Segno che è stato bravissimo. Le musiche suonate da Fish si sono intrecciate come radici di mangrovie, e hanno giocato con i testi accompagnandoli dolcemente. Olivia ha saputo dettare il tempo degli interventi con grande maestria, affrontando argomenti importanti anche al di fuori del romanzo. Insomma: un successo. Tutte le presentazioni dei libri andrebbero fatte così, ci sarebbe molta più partecipazione e coinvolgimento. Alla fine mi sono goduto la firma dei libri e le interessanti chiacchiere di alcune persone. Su tutte Cristina, che ha tirato fuori una teoria geometrica dei sentimenti legata al libro semplicemente fantastica (grazie!). Un assessore molto simpatico mi ha regalato un'enorme bottiglia di vino Nobile di Montepulciano col mio nome sull'etichetta, stupenda. E abbiamo terminato con un'ottima cena annaffiata da eccellenti vini Luna D'Oro offerti da Gigliola e Dario. Il giorno seguente, dopo una colazione nel paradisiaco giardino dell'agriturismo, siamo stati ospiti per un pranzo d'altri tempi (pici al ragù, agnello e pollo cotti nel forno a legna) con vista su vallata a casa di Simonetta e Mario, amici di famiglia, che hanno terra e case a Montepulciano. Credo sia stato il finale perfetto di due giorni incantevoli.
P.S. Il vero finale se lo merita, però, la mia amica Ilaria del blog 'Il pesce volante'. La ragazza si è fatta ore e ore di macchina da Vicenza insieme al compagno, solo per venire a conoscermi di persona. Non contenta mi ha anche regalato un libro, 'Sinapsi' di Matteo Galiazzo, autore del quale non conoscevo l'esistenza che mi ha immediatamente rapito con i suoi racconti. Ilaria: hai vinto tu, grazie!!

mercoledì 13 marzo 2013

Un'estate anomala (quarta e ultima parte)

Si presenta puntuale. La prima domanda esce senza possibilità di controllo, ancor prima delle presentazioni rituali:
«Ma quanto sei alto?».
Per passare dalla porta della mia stanza ha dovuto abbassare leggermente il capo.
«Due metri e otto».
Si chiama Marco, ha capelli e barba rosso acceso e, ovviamente, lentiggini. Ha giocato a basket professionalmente (non ho dubbi) e porta il numero cinquantaquattro di scarpe. L’altra domanda che mi balena per un attimo nella testa, e che evito di porre vocalmente, è inutile che la scriva. Avrete già capito immagino. Non avete capito? Va bene allora ve la dico: se è alto due metri e otto, e porta cinquantaquattro di scarpe, la proporzione di quello che nasconde nei pantaloni dovrebbe essere notevole. Non che mi interessi particolarmente, ma come si fa a non pensarci!? E non fatemi il classico segno con pollice e indice sulle presunte dimensioni di chi è troppo alto, non è vero. Quello vale per i cultori dei muscoli, non per i giganti. Dopo questa parentesi ai limiti del cattivo gusto, torniamo a cose più serie. Il ragazzone mi racconta che ha già lavorato con una persona disabile e che ha gradito l’esperienza (chissà se anche il disabile ha gradito). Vorrebbe continuare a farlo. Gli spiego minuziosamente il tipo di lavoro (ormai è come se recitassi un testo teatrale) e iniziamo subito con la pratica. Ho già avvertito Eric del possibile avvicendamento, spiegandogli che è un’occasione molto rara e non posso lasciarmela sfuggire. Marco segue con attenzione le operazioni base: il trasferimento sul letto, la pipì. Poi inizio a mostrargli dove tengo il materiale medico, gli asciugamani e via dicendo. E’ venerdì, lui può iniziare fisso da lunedì. Io ho intenzione di partire per Ibiza martedì. Va bene, penso, la prova la faremo in vacanza. E’ italiano, sembra anche sveglio, non può andare male. E poi c’è tutto lunedì per provare. Per di più i miei amici di Ibiza sono abituati ad aiutarmi, ha tutto il supporto necessario. Passiamo il lunedì a preparare le valigie e organizzare il viaggio. Scopro due cose: gli piace mangiare e quindi cucina bene (molto positivo); è di chiacchera facile, con ragionamenti tendenti al banale (molto negativo), ma potrebbe essere tutto dettato dal fatto che si tratta del primo giorno di lavoro. L’emozione, la novità, il brivido della partenza. Arriviamo in aeroporto con grande anticipo e, grazie alla comprensione di un’addetta al check in, riusciamo a imbarcare tutte le valigie senza pagare sovrappesi (che indubbiamente c’erano). Il trasferimento dalla sedia a rotelle da aereo alla poltrona, nonostante l’aiuto degli addetti, è disastroso. La regola incomprensibile della compagnia low cost su cui viaggio, è che devo sedere nel posto finestrino, per non intralciare in caso di evacuazione (in che modo intralcerei rimane un mistero). Per farmi arrivare fino lì, mi appoggiano e tirano su tre volte. Il risultato è che mi ritrovo i pantaloni storti e calati a metà chiappa. I due operatori si dileguano alla velocità della luce e Marco, non ancora esperto nei movimenti da fare, riesce a tirare un pochino su i pantaloni ma non a raddrizzarli. Per fortuna il volo è breve, non succede niente se resto così. Mi rassegno. All’arrivo aspettiamo molto a lungo gli operatori spagnoli. Al ritiro bagagli non c’è più nessuno, e non c’è neanche il mio materasso antidecubito. I bagagli sì, il materasso no. Vado a parlare con la tipa che si occupa dei bagagli non pervenuti e scopro che l’oggetto è rimasto a Roma. Domani dovrebbe arrivare. Le faccio presente che è molto importante che lo recuperino al più presto, altrimenti rischio di farmi male (e loro rischiano una denuncia per danni). Una volta fuori dell’aeroporto il materasso è già un ricordo lontano: è una giornata bellissima, calda, con una luce meravigliosa, caratteristica di Ibiza. E sono felice di vedere Andrea, erano più di sei mesi che non ci incontravamo:
«Sticazzi del materasso, mo te porto in paradiso».
Lavora come dj in un ristorante su una delle spiagge più belle di Ibiza: Benirras (la foto del tramonto sul mio profilo fb l’ho fatta proprio lì).
Ha una piccola casa con due stanze e un bagno dietro al ristorante, a cinquanta metri dal mare. Conosco bene il luogo, è forse la spiaggia che amo di più in assoluto. Conto di restare in pantaloncini per tutta la durata della vacanza, senza muovermi mai oltre quei cinquanta metri. Ma non sono qui per raccontarvi l’andamento della vacanza, né per parlarvi della bellezza dell’isola, torniamo quindi al punto focale: l’assistente. Senza usare mezzi termini o giustificazioni, il gigante roscio risulta essere di gran lunga il peggior assistente avuto in sedici anni di disabilità. A volte mi ritrovo a rimpiangere perfino l’umpa (e ho detto tutto). Ha grosse difficoltà a farmi fare pipì: non riesce a stringere il catetere con le pinzette, lo fa sbattere ovunque, tanto che ogni volta ne devo usare due o tre (deve essere fatto in modo sterile, se tocca qualcosa prima di entrare va cambiato). Con il rischio di finirli prima del ritorno a Roma. Nessuno, prima di lui, ha mostrato difficoltà nel portare a termine questa facile operazione. Quando spinge la carrozzina, fatica come se stesse spingendo un trattore in panne (oltretutto mi fa il bagno con la pioggia del suo sudore: che schifo). Ogni volta che deve superare un gradino, gli devo spiegare come farlo altrimenti sbaglia e io rischio di ritrovarmi steso per terra. Dopo l’ennesima spiegazione gli faccio notare, con un leggero rimbrotto, che è impossibile che ancora non abbia capito. Mi risponde piccato:
«Guarda che ho lavorato con una signora in carrozzina per quattro mesi»
«E’ ancora viva?»
«...».
Per di più, spesso mentre cerca di portare a termine una delle operazioni che di solito non riesce a portare a termine, parla da solo ripetendo quello che dovrebbe fare, ma che poi non fa. Inizio a pensare che abbia qualche rotella non proprio funzionante, ma evito accuratamente qualsiasi commento in merito. Il quarto giorno di vacanza, dopo un pomeriggio passato tra bagno e letto per un ‘problemino’ intestinale, mi ritrovo con una sbucciatura all’osso sacro e una perdita di sangue dall’ano che dura tutto il resto della vacanza (deve aver operato lo svuotamento rettale con scarsa delicatezza: e che ti vuoi aspettare...). Da quel momento in poi non posso più fare il bagno a mare, rischio che la ferita peggiori. Resto con un piglio positivo perché non voglio farmi rovinare l’unica vacanza dell’estate, per fortuna ho accanto i miei amici e una schiera di cameriere (quelle del ristorante dove lavora Andrea) molto carine e dolci che mi coccolano tutto il tempo. L’ultimo giorno, dopo aver passato la nottata in un locale (abbiamo l’aereo alle 7 di mattina), arrivati in aeroporto non riesco più a contenermi. Di fronte alla persistente incapacità a infilare il catetere, mi esce fuori il mostro che con immensa difficoltà avevo tenuto a bada per tutta la durata della vacanza. Evito di riportare il monologo per decenza, ma credo che le mura del bagno abbiano tremato per qualche minuto. Sull’aereo non gli rivolgo parola. Una volta arrivati a casa convoco subito il buon Eric, che a questo punto nel mio immaginario ha assunto le sembianze del Santo assistente, e congedo – con grande gioia e soddisfazione - il gigante incapace (sperando di non rivederlo mai più). Purtroppo Eric può restare solo qualche giorno, deve andare nelle Filippine per un lutto famigliare. Mi rimetto subito alla ricerca del sesto assistente in due mesi (un record). La fortuna vuole che lo trovi subito: si chiama Gheorghe (Giorgio per gli amici) e a tutt’oggi è ancora il mio assistene. Su di lui potrei scrivere un libro. A tratti devo assisterlo io (è un po’ rincoglionito), ma almeno è una persona buona e disponibile. Attenti però al suo umorismo, quello inglese non è nulla a confronto. Ma questa è un’altra storia...

sabato 12 gennaio 2013

Oggi 12 Gennaio 2013, sedicesimo anniversario del mio incidente, voglio darvi in esclusiva alcune belle anticipazioni. Innanzitutto sulla destra potete ammirare la bellissima copertina del mio romanzo. Di seguito un elenco di alcune imperdibili date:

-21 Gennaio- Uscita libro.
-23 Gennaio- Ospite di Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche.
-31 Gennaio- Presentazione del libro a Fandango Incontro in via dei prefetti 22 (Roma) alle 18.30.

Un'estate anomala (terza parte)

La settimana passa velocemente. Uso la carrozzina per spostarmi tra i vari materassini gonfiabili che ho fatto sistemare in giro per non rimanere chiuso in camera: uno in salotto davanti alla tv e un altro in piscina. L’umpa continua a farsi aiutare dai miei amici. Ho un assistente assistito. Le rare volte in cui si lancia di sua iniziativa a fare qualcosa senza supervisione, combina disastri. Siamo tutti impegnati a controllare che non prenda iniziative e che faccia bene le pochissime cose che gli si chiedono di fare. Forse dovrei stipendiare i miei amici per lo stress da assistenza all’assistente. L’unica nota positiva sono i continui e lunghi bagni in piscina che, oltre a contrastare il caldo torrido d’agosto, sono un ottimo diversivo dalla noia del dover stare steso sui materassi. Il lunedì, come d’accordo, vado al CTO di Ostia dove mi montano uno schienale provvisorio. Scomodo ma almeno posso stare seduto senza correre alcun rischio, in attesa che arrivi l’agognata carrozzina nuova (mi tocca anche agognare per una sedia a rotelle). Mentre si avvicina l’ultimo giorno di lavoro dell’umpa (che sarà una gioia pari alla liberazione dell’Italia dai fascisti), di punto in bianco, si presenta Ramon: non è contento del nuovo impiego e vorrebbe tornare a lavorare per me. Contengo la gioia per evitare eventuali richieste di aumento salario, e mi metto d’accordo sul giorno in cui riprenderà servizio: il cinque di settembre. Non mi sembra vero, dall’inferno del demone umpa sto per risalire nel paradiso del santo Ramon. E infatti non è vero. Inizio a chiamarlo cinque giorni prima di rimanere solo, gli invio una decina di sms, e a due giorni dal congedo del demone non ho ancora ricevuto risposta. Preso dal panico, ricomincio a chiamare le varie agenzie che avevo già contattato senza successo. Sono tutte ancora chiuse tranne una, che mi assicura di avere la persona adatta per il tipo di lavoro. Lo incontro il giorno seguente: si chiama Eric, è filippino e parla inglese. Lo metto subito alla prova e sembra sveglio, e comunque non ho alternative quindi lo prendo. Il giorno seguente arriva l’agognato (questo sì, molto) addio dell’umpa, che prima di andarsene pretende una foto con tutti, anche con il suo sostituto. Evidentemente non gli è mai capitato di guadagnare soldi senza far niente, e vuole una documentazione dettagliata di luoghi e persone che glielo hanno permesso. E’ probabile che diventerà una storia da raccontare ai nipoti, un’esperienza da tramandare come sacro insegnamento: «Se mai vi capitasse una situazione del genere, miei adorati nipoti, non lasciatevela sfuggire!»
Eric impara velocemente. Mia madre gli fa un corso di cucina intensivo al quale, non solo sopravvive (il che porrebbe già a suo favore), ma che mette in pratica con ottimi risultati. L’unico neo, e non di poco conto, riguarda la guida. Nel colloquio aveva dato idea di saper guidare, nelle Filippine guidava un furgone per lavoro, in pratica è pericoloso come un neo patentato e non conosce le strade. Appoggia le mani sul volante in modo innaturale e non tiene gran conto della linea divisoria delle carreggiate. Mi chiedo se nelle Filippine siano tutti sensi unici. Cerco di fargli capire che mi piacerebbe molto evitare un frontale e che è importante tenere la destra, almeno qui da noi si usa così. Per il resto non posso lamentarmi, e mi sembra una persona buona e disponibile. Finalmente sono in grado di programmare un viaggio. Decido di andare a Ibiza. Il mio caro amico Andrea che vive lì da anni, ha una piccola casa a trenta metri da una delle più belle spiagge dell’isola. Si offre di ospitarmi e io accetto con entusiasmo. Voglio passare dieci giorni di totale relax senza spostarmi mai dalla vista del mare, se non per dormire. Conosco bene l’isola e quella parte in particolare che è la mia preferita. Mentre cerco rapidamente due biglietti d’aereo low cost, però, accade l’impensabile. Arriva Osvaldo, il mio fisioterapista, che esordisce così:
«Ho parlato di te con un ragazzo italiano che è molto interessato a farti da assistente».
Lo guardo a bocca aperta, metabolizzo le sue parole e parto con una serie di domande:
«Ma gli hai spiegato il tipo di lavoro? Gli hai detto che deve dormire sempre qui? Che deve aiutarmi nelle faccende più intime? Pulire, cucinare, guidare? Ha già esperienza nell’assistenza? Quanti anni ha? Possibile che un italiano voglia fare questo tipo di lavoro?»
«Gli ho detto tutto. Ha trentotto anni, poi vedi tu. Aspetta una tua chiamata, ti lascio il numero?»
«Certo! Lo chiamo subito».
L’unico assistente italiano che ho avuto in quindici anni è stato Miky, e con lui ho passato cinque anni fantastici. Siamo diventati grandi amici e tutt’ora è il mio jolly quando faccio viaggi intercontinentali. E’ un piacere viaggiare insieme a lui. Non posso farmi sfuggire l’occasione, sarebbe un evento ai limiti dell’incredibile. Lo chiamo e ci diamo appuntamento per il pomeriggio del giorno dopo...

giovedì 4 ottobre 2012

Un'estate anomala (seconda parte)

Augusto si presenta puntuale. Passo la giornata a insegnargli tutto il possibile e a fargli vedere dove sono posizionate le cose che mi servono. Intanto intervisto altri due ragazzi, uno dei quali sembra davvero adatto. Ci lasciamo con la promessa che, dopo aver sentito le sue referenze, lo richiamerò. Il nuovo arrivato mostra subito i suoi limiti. Ha detto che sa cucinare. Come faccio tutte le volte che provo qualcuno in cucina, gli chiedo di preparare un piatto di pasta con pomodoro e basilico, niente di più semplice. Il risultato è, ovviamente, disastroso: una piatto di penne rigate scotte navigano in un sugo di pelati dal sapore non meglio definito. Ha detto anche che non ha problemi a sollevare persone pesanti (sarei io, per l’altezza...). Per fortuna è tornato Alex, un mio caro amico al quale ho affittato una stanza. Il sollevatore di pesi si presenta con un busto e ha grosse difficoltà a mettermi in carrozzina. Alex si occupa del busto, la parte più pesante (va bene, un po’ di pancia c’è!), e releghiamo Augusto alle gambe. Non vi descrivo l’agonia del malcapitato per posizionarmi a dovere sul letto. Per farla breve, il giorno seguente, mi chiede udienza:
«Senior Lorenzo, posso parlare un attimo?»
«Certo Augusto, mi dica»
«Sinseramente io non posso fare questo tipo di esforso»
«Questo l’ho capito, ma lei mi ha detto che non aveva problemi a sollevare persone pesanti»
«Per questo voglio esser sensero»
«Poteva essere ‘sensero’ due giorni fa così non perdevamo tempo»
«...»
«Ora deve aspettare che trovi un’altra persona».
Ho già sentito le referenze dell’altro candidato, quindi lo convoco d’urgenza. La cosa davvero buffa è che Augusto e Armando, questo il nome del nuovo arrivo, sono praticamente identici: stesso colore di pelle, stessa altezza, tratti somatici simili. Si muovono per casa insieme, sempre. Sono inseparabili: due perfetti umpalumpa, quelli della fabbrica di cioccolato di Willie Wonka. A volte scambio i nomi. Mi viene voglia di tenerli entrambi, nel letto entrerebbero comodamente, ma le scarse finanze e il fatto che mangiano per quattro, me lo impediscono. Alex e Alessia continuano ad aiutarmi tutti i giorni (mia sorella è giustamente partita), anche perché io dei due umpa insieme mi fido poco, togliendogli fatica e responsabilità. Tanto che l’umpa Augusto mi richiede udienza:
«Posso parlare un attimo?»
«Certo mi dica»
«Io senseramente vorrei restare»
«Come vuole restare? E la schiena, gli sforzi?»
«Posso farcela»
«Guardi che se rimane, fino a Settembre non voglio sentire lamentele fisiche di nessun tipo. D’accordo?»
«Va bene».
Alla fine sono identici, uno vale l’altro, devo solo superare il mese di Agosto.
Arriva il giorno dell’incontro con la dottoressa. Augusto ha detto che ha la patente e sa guidare, ma l’ho visto consultare un libro con il significato della segnaletica stradale. Non ho voglia di morire con l’umpa, mi faccio accompagnare anche da Alex che guida il furgone. Una cosa che ho visto accadere raramente e solo con sudamericani, è la pressoché inesistente curiosità: se c’è qualcuno che fa al posto loro, si disinteressano completamente. Per esempio: devo salire sul mio furgone e legare la carrozzina all’interno. Alex gli fa vedere come si fa la prima volta, si presuppone che al ritorno l’umpa prenda l’iniziativa e ci provi da solo, anche sbagliando non ha importanza, dopo due-tre volte imparerà. Lui resta fermo come una statua e aspetta che Alex prenda in mano, di nuovo, la situazione.
La dottoressa mi ribadisce ciò che già sapevo: letto fino a dopo Ferragosto, poi mi cambieranno lo schienale in attesa dell’arrivo della nuova carrozzina. Oggi è lunedì, il cambio è previsto per lunedì prossimo. Un mese da incorniciare...

domenica 23 settembre 2012

Un'estate anomala (Prima parte)

Avete già letto il post ‘Giustizia italiana’, inutile quindi soffermarmi ancora sul mercenario srilankese (o cingalese, non ho mai capito). Voglio invece raccontarvi quello che è successo dopo essermi felicemente liberato di lui. Non fatevi ingannare dalle mie parole, non è stato il preludio di un’estate all’insegna della spensieratezza, bensì l’esatto contrario: un flusso costante di problemi che neanche il rito voodoo più perverso sarebbe stato in grado di creare.
Mentre avviene il fattaccio col mercenario (cambio tempo per farvi vivere più direttamente la tragica escalation), contatto un’agenzia che fornisce personale secondo i requisiti richiesti. Parlo con il titolare che, dopo aver ascoltato le mie esigenze, mi risponde raggiante:
«Ho proprio la persona che fa per lei!»
«Mi dica»
«Filippino, trentadue anni. Da ventisette in Italia, praticamente parla con accento romanesco. Sa fare tutto e ha esperienza nel campo dell’assistenza, anzi è proprio il tipo di lavoro che cerca. Glielo mando per un’intervista?»
«Certo!»
«Si chiama Ramon e questo è il suo numero, lo chiami e si metta d’accordo direttamente con lui»
«Grazie».
Incredibile, penso, bingo al primo tentativo. Non mi è mai successo, quindi nutro ancora qualche perplessità, ma allo stesso tempo sono fiducioso. Tempismo perfetto: cacciato un mentecatto, arriva il superman degli assistenti. In effetti, dopo l’intervista, sono io quello raggiante. Ramon è davvero superman: un ragazzone dalla possente stazza, ha molta esperienza e ottime referenze. E’ sveglio (forse anche troppo), e lo dimostra subito lamentandosi per la sporcizia della casa. Oltretutto è un ex kickboxer, quindi all’occorrenza anche guardia del corpo, che non guasta. Lo prendo in prova. Per i seguenti diciotto giorni mi sembra di aver raggiunto il Nirvana: impara tutto subito, la casa non è mai stata così pulita, cucina e guida benissimo, spesso anticipa i miei pensieri. Posso finalmente delegare senza ritrovarmi davanti a disastri inaspettati. Praticamente perfetto. E’ un po’ sopra le righe dal punto di vista degli approcci: sciorina soprannomi e storpiature dopo averti conosciuto da un minuto, e tende a farsi sentire se qualcosa non funziona, ma va bene così. D’un tratto, tutto ciò che ho passato con il mercenario sembra avere senso: c’era super Ramon ad aspettarmi. Mi faccio preparare il contratto dal mio commercialista, e finito il periodo di prova, lo firma. E’ fatta, mi dico, per i prossimi anni sono in una botte di ferro. Il giorno dopo aver firmato, mi comunica che ha trovato un lavoro dove lo pagano molto meglio e può dormire a casa. Avendo moglie e figlio, non può perdere l’occasione. Gli dispiace molto e mi promette che aspetterà finché non avrò trovato un degno sostituto. Mi cade il mondo addosso. Cerco di farmene una ragione pensando ai suoi difetti (pochi) e concentrandomi sul fatalismo: vuol dire che doveva andare così, ne arriverà uno ancora più bravo, anche se ci credo poco. A distanza di un giorno mi danno il numero di Arlyn, una filippina molto fidata che sicuramente sarà in grado di trovarmi qualcuno. La chiamo e le espongo i miei bisogni. Non mi lascia finire la spiegazione, e sbotta entusiasta:
«Mio marito!»
«...»
«Signore la prego, smetta di cercare. Mio marito è perfetto e cerca disperatamente lavoro. Veniamo subito a trovarla»
«Va bene domani?»
«Certo signore. Mio Dio, è come vincer«e la lotteria! Grazie, a domani!».
Si presentano insieme al figlio e a un suo amichetto, figlio della sua datrice di lavoro. Il candidato alla vincita della lotteria si chiama Jimmy: tarchiato ma robusto, con un baffetto anni ’70. Parla un italiano stentato e quasi sottovoce. Sembra molto meno entusiasta della moglie. Gli spiego che dovrà iniziare subito per imparare velocemente, perché è venerdì e ho intenzione di partire il martedì successivo. E’ molto meno espansivo di Ramon, e questo è un bene. Mi chiede se, quando usciamo in macchina, si deve mettere in giacca e cravatta. Ho la tentazione di dire sì, sarebbe una scena meravigliosa: un fricchettone tatuato, scortato da un impeccabile assistente in completo nero. Gli chiedo solo di impegnarsi perché il tempo è poco, e ci sono tante cose da capire.
Passa tutto il sabato a lezione da Ramon, e rimane anche la notte. Sembra sveglio e capace (il soprannome, inutile che ve lo dica, viene da se: Jimmy il Fenomeno). Ci diamo poi appuntamento per la mattina di lunedì, per iniziare ufficialmente il lavoro e preparare le valigie per l’imminente partenza.
Ovviamente non si presenta. Lo chiamo e mi sciorina una serie di problemi surreali che faccio fatica a capire:
«Signore sono in un ufficio, mi hanno sequestrato il furgone dei fiori»
«...»
«E poi mi stanno cacciando di casa perché non pago affitto»
«...»
«E devo fare nuovi documenti per me»
(Ho reso la conversazione comprensibile focalizzando le frasi importanti, in realtà era condita da ragionamenti privi di senso).
«Scusa ma non riesco a capire, tutti questi problemi li avevi già, perché hai accettato il lavoro?»
«Pensavo di risolvere oggi»
«Non mi sembrano problemi di facile risoluzione»
«Lo so, infatti i miei problemi sono molto più gravi del suo».
Quest’ultima frase mi lascia davvero senza parole. Mi libero del telefono quasi fosse incandescente, e lo passo a Ramon:
«Parlaci tu con questo».
Ramon ci scambia qualche battuta in lingua madre e attacca. Inizia a bestemmiare (in italiano) e maledice il povero squilibrato.
La situazione ora è pessima: Ramon deve andare via, e io non so dove sbattere la testa per trovare una nuova persona, e per di più è saltata la vacanza. Il risultato è che per quattro giorni rimango da solo, con l’aiuto di mia sorella Valentina e di Alessia: una mia cara amica che sto ospitando per l’estate. Gestirmi non è cosa semplice, dalla pipì alla sistemazione in carrozzina e a letto nelle giusta maniera, fino alla vestizione e svestizione. Più altre pratiche che, normalmente, sono per me routine, ma che fatte da ‘novizi’ risultano più difficili del previsto. E mettiamoci anche il mio disagio quando sono costretto a farmi aiutare da amici e affetti. Insomma, un disastro. Per di più, da un giorno all’altro, lo schienale della mia sedia a rotelle decide che è arrivato il momento di morire. Non prima, però, di avermi creato dei problemi. Torno a letto e mi ritrovo graffi sulla schiena e punti ampiamente arrossati. La cosa non mi preoccupa molto, magari Ramon mi ha graffiato mettendomi seduto e mia sorella mi ha posizionato male. Mi sembra impossibile che sia lo schienale, così dal nulla. Il giorno dopo mi siedo qualche ora e torno a letto per controllare. Ci sono nuovi graffi e gli arrossamenti sono peggiorati. Non posso assolutamente stare seduto. Chiamo in ospedale: la mia ergoterapista sta andando in ferie e mi dice che comunque non può vedermi se prima non parlo con la dottoressa. C’è una nuova circolare che le impedisce di avere pazienti esterni non ufficiali. Chiamo la dottoressa che mi da appuntamento al lunedì successivo per capire la situazione.
Intanto cerco, tramite amicizie, agenzie, caritas e qualunque canale mi venga in mente, un nuovo assistente. La caritas prende i miei dati e le informazioni su cosa mi serve. Mi risponde una signora che, dal suono della voce, sembrerebbe anziana; neanche sente molto bene e, di conseguenza, urla. A dirla tutta sembra anche contrariata e infastidita dalla telefonata, forse l’ho svegliata durante il riposino. Comunque non riceverò chiamate dalla caritas. Le agenzie sono chiuse fino ai primi di Settembre. Tramite amicizie condominiali e non, ricevo i alcuni candidati. Il primo è africano e ispira fiducia come una tigre affamata, mi faccio lasciare il numero anche se so già che non lo chiamerò. Dopo qualche ora si presenta un signore: Augusto, boliviano. E’ basso ma dice che non ha problemi a sollevare persone pesanti. Restiamo a parlare per un’ora e mi lascia il suo numero e delle referenze per informarmi sul suo operato. Chiamo il numero del suo vecchio datore di lavoro. Mi risponde una signora che mi racconta, in termini entusiastici, che Augusto si è occupato del padre emiplegico per cinque anni in modo impeccabile. Aggiunge che è una persona molto affidabile e precisa. Lo richiamo per confermargli il mio interessamento, e qui arriva la solita frase che non ti aspetti (vi rammento che gli ho spiegato per un’ora il tipo di lavoro):
«Scusi, ma lei può camminare?».
〚La risposta che vorrei dare è questa:
«Che c’entra certo che posso, ma sono ricco e non mi va».〛
Resto un secondo in silenzio:
«Ma abbiamo parlato per un’ora, no che non posso»
«E fino a quando ha bisogno di assistenza?»
«Almeno fino a Settembre, ma le ho già detto anche questo»
«Allora va bene, vengo domani mattina»
«Va bene, a domani».
In realtà non va bene per niente, sono già preoccupato, ma per ora non ho scelta. Domani ho altri due appuntamenti, intanto mi copro. Ho imparato la lezione.


giovedì 23 agosto 2012

Che cos’è la solitudine?
E’ difficile rispondere perché, almeno per quanto mi riguarda, è una condizione legata a tanti fattori. Non importa se sono circondato da persone che mi vogliono bene, e che non perdono mai l’occasione di dimostrarlo. E’ una solitudine interiore la mia, una compagna di vita costante, che si fa piccola e si nasconde nei momenti spensierati, e poi riaffiora in superficie quando trova il giusto nutrimento, come un pesce affamato alla ricerca di cibo. Quel nutrimento che, negli ultimi due mesi, è arrivato in abbondanza (ne parlerò nel prossimo post). Non c’entra la condizione fisica che mi accompagna da ormai quindici anni, o meglio in parte sì, ma è solo una conseguenza che recita un ruolo di minore importanza. Passo giornate intere a riflettere, analizzare, cercare le precise motivazioni del malessere, ma non faccio altro che aumentare la confusione. Forse ora è colpa dell’estate. Un’estate passata in casa a combattere contro eventi inaspettati; un’estate senza sabbia, senza bagni salati purificanti, senza sole che ricarichi le batterie consumate dall’inverno; un’estate senza tramonti, senza colori, senza vento; un’estate in cui il frinire delle cicale e il profumo delle piante bagnate, amplifica il dolore. L’estate che illumina ogni cosa, ma che questa volta mi ha mostrato il suo lato più oscuro. Forse è colpa dei sentimenti che, quando meno te l’aspetti, ti avvolgono e ti consumano. Quelli legati al passato, che la malinconia di passaggio risveglia, e quelli presenti, quando desidero che qualcuno mi guardi con occhi diversi. Gli stessi occhi con i quali mi guardava poco tempo fa, ma che non ho saputo cogliere al momento giusto, e ora sembrano spenti e ciechi di fronte ai miei sforzi per farmi notare di nuovo. E allora vorrei avere il potere di tornare indietro per porre rimedio agli sbagli incautamente commessi, vorrei mi fosse concessa la possibilità di sentire quello sguardo nel cuore, così come vorrei sentirlo adesso. A pensarci bene, le scoperte fuori tempo fanno parte della mia vita e della mia essenza da sempre. Potrei farne un lungo elenco. Faccio del mio meglio per rendermi conto quando mi trovo di fronte qualcosa di importante, ma succede sempre che me ne accorga dopo, quando è troppo tardi. Anche questo aspetto alimenta la solitudine che mi blocca, come fossi incastrato nelle chele di un granchio. Ed è qui che si manifestano le immagini della mia vita passata: la libertà e l’indipendenza perdute, la voglia di far vedere tutto quello che so fare, ma che questo corpo immobile rinchiude come fosse una gabbia. Un tuffo in piscina, una nuotata solitaria, un’immersione notturna dentro quel mondo liquido e ovattato del quale sento un’incolmabile mancanza. Pensieri stupidi, lo so, ma non riesco a tenerli sempre chiusi in un cassetto. E la solitudine aumenta, senza alcun possibile rimedio. Sono sempre gentile con tutti. Ascolto con attenzione, assorbo e aiuto a risolvere – per quanto possa – i problemi degli altri, come è giusto che sia. Mi diverto e condivido momenti spensierati. Ma in realtà sono assente, e forse dovrei esserlo davvero. Mi sento diverso dagli esseri umani che mi circondano e da questo strano mondo che gira, ma sembra sempre più fermo. Forse mi sono sempre sentito così, fuori posto.
Scrivere, a volte, è come piangere: esternare un pensiero opprimente per poi sentirsi meglio.
Non mi sento meglio per niente.