lunedì 29 settembre 2014

La codeina schiarisce gli occhi.
Di tanto in tanto spostavo lo sguardo dallo schermo del computer e scrutavo la lunga lingua di sabbia che mi separava dal mare. In particolare tenevo d'occhio il piccolo cancello di legno ammaccato dal tempo che si affacciava sulla spiaggia. "Vado a farmi una nuotata, torno presto", mi aveva detto, e a me dispiaceva non poterla seguire. Il mare, lì davanti, era pieno di scogli: era impossibile per me immergermi senza rischiare di farmi male; per non parlare del muretto crollato davanti al cancello, che rendeva difficile raggiungere la spiaggia anche a chi usava le gambe. E il gioco durava finché non intravedevo la sua snella sagoma risalire lentamente. Dapprima minuscola che quasi si confondeva con la sabbia e la scarna vegetazione mediterranea che cresceva timida ai lati del cammino. Poi sempre più grande man mano che si avvicinava, elegante nei movimenti e con le cuffie bianche infilate nelle orecchie che sparavano musica a tutto volume, e i fili che le sfioravano dolcemente il corpo e sembravano far parte della leggera maglietta di lino che indossava. Dietro di lei la linea dell'orizzonte dove cielo e mare si incontrano, e a volte si fondono uno nell'altro come due amanti, era solcata da petroliere, navi da carico, da crociera e traghetti che si incrociavano e le attraversavano il corpo come possenti frecce, senza ferirla. Aveva la fronte liscia e il viso rilassato - e oserei dire felice - di chi si trova nel posto dove aveva voglia di essere. Gli occhi verdi chiari luccicavano come pietre preziose, e i lineamenti - più pronunciati del solito forse dall'eccessiva magrezza - completavano un ritratto iperrealista di rara bellezza. Continuavo a guardarla avvicinarsi alla veranda, e non vedevo l'ora di sentirle pronunciare la frase che ripeteva ogni volta: "Ti sono mancata?".
"Da morire", le rispondevo ridendo, quasi fosse un modo per dirsi che andava tutto bene.
La codeina schiarisce gli occhi e toglie dolori e brividi.
Un po' come faceva l'eroina un tempo, ma quella degli occhi è solo una mia teoria, o forse solo un'impressione. Unita alla tachipirina risolve il pacchetto febbre dolori, e regala una sensazione piacevole - e anche un'odiosa insonnia.
Oggi pomeriggio, prima di sentirmi male, mi scaldavo ai raggi dell'ultimo sole che irrompono prepotenti attraverso la finestra del mio studio. Prima che scompaia dentro il fianco del palazzo di fronte. A inizio estate il suo cammino finiva sul tetto, e le giornate erano più lunghe e calde, e non mi veniva la febbre per un colpo di freddo.
Adesso sposto lo sguardo dallo schermo del computer, ma non vedo né sabbia né mare, solo ricordi lontani di brevi momenti piacevoli, che si posano sul corpo come piccole gocce d'acqua prima di evaporare.

domenica 13 ottobre 2013

Una serie di post da fb (per chi non li avesse letti).

Pensieri post sbronza #1

Le dita della mano destra si muovono.
Il pollice e l'indice, in costante contatto da convivenza forzata, fanno piccoli scatti nervosi. Come due fidanzati che litigano per la mancanza di spazio vitale.
Il mignolo, invece, ha movenze circolari sinuose, sensuali. In assenza del suo vicino anulare si sente solo, e cerca di attirare l'attenzione del medio che è l'unico fermo nella sua imponenza. Nichilista e cinico spietato, conosce bene i suoi molteplici significati e li sfrutta.
La sa lunga il medio.


Pensieri post sbronza #2

Un ragazzo filippino di nome Brian che ho provato in questi giorni come possibile sostituto del mio attuale assistente, e al quale oggi ho comunicato che non è adatto per il tipo di lavoro, mi sta tempestando di chiamate e messaggi minatori in cui si augura la mia morte.
Se mi dovesse succedere qualcosa, sapete chi è stato.


Pensieri post sbronza #3

Ho freddo. Ho caldo. Ho l'acidità. Ho mal di stomaco. Mi bruciano gli occhi. Mi fa male l'avambraccio destro. Ho sonno. Sono nervoso. Sono contento. Ho la nausea. Mangio una cosa. Non berrò mai più un goccio di alcol in vita mia. Ho voglia di un bicchiere di vino. Non voglio parlare con nessuno. Mi sento solo e abbandonato.
Alla mia età, ecco cosa si intende per hangover.


Svelato il mistero sulle telefonate notturne da numero sconosciuto. Guarda caso ieri alle 23 e 30 ne ho ricevute sei di fila. Se uno più uno fa due, non poteva che essere Brian il filippino stalker. Ho rischiato di mettermi in casa uno psicopatico di prima categoria. E me lo avevano anche caldamente consigliato:''E' un bravo ragazzo''. Solo un tantino bipolare.


Lo stalker, anzi lo stronzo continua a chiamare da numero anonimo. Ieri, però, mi sono iscritto al sito Whooming che svela i numeri di tali chiamate. Indovinate un po' di chi si tratta? Sono andato dai carabinieri i quali mi hanno consigliato di preparare un esposto che consegnerò domani. In questo modo loro possono telefonargli e diffidarlo dal continuare con le ''molestie telefoniche'' (nome del reato). Se non viene a uccidermi, vi terrò informati.


Lo stronzo insiste. Ore 6 e 53 stamattina, e io ho dormito due ore. I carabinieri mi hanno rimandato a domani perché oggi non c'è il comandante che deve ratificare l'esposto. E' all'Angelus del papa, e io bestemmio.

sabato 20 luglio 2013

Breve racconto estivo #1

Una vecchia ape arancione su tre ruote sfrecciò lungo la strada sconnessa che costeggiava il ristorante. Sul cassone, insieme a qualche scatolone sistemato ordinatamente, sedeva un ragazzino grassottello dalla carnagione scurissima, abbronzata da ore sotto al sole. Aveva una maglietta verde militare maculata e teneva le mani premute sulla bocca, e gli occhi serrati in modo innaturale carichi di tensione – come se stesse pregando di arrivare salvo a destinazione.
Sul marciapiede davanti al ristorante un uomo anziano, al contrario, camminava lentamente – quasi conservasse le energie che il caldo consumava in fretta – scrutando le immediate vicinanze con due occhi celesti luminosi come il cielo terso che lo sovrastava. Una piccola bottiglia di plastica blu da mezzo litro semivuota, appoggiata su un mobile di legno con vetro semicircolare, di quelli che si usano per tenere il pesce in bella vista, attirò la sua attenzione. Contrariato da quell’immagine, forse al suo sguardo stonava con il mobile e anche con il muro giallo sbiadito, si fermò e la afferrò con una velocità sorprendente se paragonata all’andamento claudicante che aveva sfoggiato fino a quel momento. Con un movimento altrettanto veloce la lanciò verso un secchio quadrato distante un paio di metri, facendo centro al primo colpo. Lo sguardo soddisfatto e ammiccante che lanciò verso il cameriere, che aveva seguito tutta la scena immobile sulla soglia con le mani dietro la schiena, e adesso contraccambiava con una smorfia quasi identica, dimostrava che l’anziano non era nuovo a questi piccoli sprazzi di vitalità inaspettati.
Di tutto questo Anna non si era curata, o forse non si era proprio accorta talmente era concentrata sul vuoto che la lacerava interiormente. Si era appena seduta a tavola con padre e fratello. Aveva lunghi capelli scuri mossi, legati senza un ordine preciso, e quattro o cinque trecce rasta le pendevano sulla spalla destra. Carnagione scura di natura, aveva un viso dai lineamenti dolci – nonostante l’espressione funerea – e due splendide labbra carnose con piercing di lato. Di orecchini ne aveva anche uno al naso e diversi su entrambe le orecchie; un paio di ciondoli con filo di cuoio legati al collo e una canottiera bianca con disegno indecifrabile sul quale si stagliava la scritta: ‘Pretty’.
Era diversa da suo fratello, più curato nel vestiario e con la faccia pulita e priva di ninnoli. Era diversa e basta, e non ne faceva mistero. Sedeva alla destra del padre e lo disprezzava, neanche di questo faceva mistero. Immobile, mentre il cameriere sistemava la tovaglia e apparecchiava la tavola, l’unico fugace abbozzo di sorriso le illuminò il volto quando incrociò lo sguardo di un cane disteso accanto al tavolo vicino. Ma fu troppo fulmineo per essere notato, e si perse nel nulla dei discorsi provenienti dagli altri tavoli che facevano da colonna sonora indefinita di quel momento – che lei aveva già dimenticato prima ancora di averlo vissuto, o così avrebbe voluto. Teneva il menù tra le mani appoggiato sul tavolo, con l’espressione di chi potrebbe piangere da un momento all’altro, tanto che il fratello non riuscì a resistere:
«E’ davvero così triste? Se vuoi cambiamo ristorante»
«Alici e gamberi rossi crudi, e basta», pronunciò la frase guardandolo dritto negli occhi, facendogli intendere che non era il caso di avventurarsi in battute inutili. In realtà Michele, così si chiamava il fratello, avrebbe voluto solo migliorare un po’ il suo umore. Si sarebbe accontentato della metà di quel sorriso lampo dedicato al cane. Le voleva bene, e quella tristezza ostentata come un vestito elegante lo feriva, lo spaventava.
«Sei sicura di non volere altro? Mi sembra un po’ poco, di questo passo sparirai», sentenziò il padre senza rivolgerle lo sguardo.
«Da quando in qua ti interessa quello che mangio?», lei invece lo guardava, come lo stesse sfidando.
«Da quando sei nata. Tua madre non sarebbe felice»
«Si direbbe non fosse troppo allegra neanche prima, altrimenti non si sarebbe buttata dal quarto piano».
Pronunciò la frase con rabbia, senza un filo di tristezza negli occhi. Voleva fargli male, vederlo sanguinare, riempire ogni poro di quel corpo con lo stesso senso di colpa che provava lei, come se il dolore che già lo consumava non fosse abbastanza.
Dopo quella morte improvvisa e inaspettata, si era concentrato sul lavoro. Restava in azienda più del necessario, cercando di accumulare impegni, caricandosi anche quelli che non gli spettavano. Tutto per passare meno tempo possibile in casa, per non affrontare discorsi con i figli. E il pranzo domenicale era un’altra scusa per restare fuori da quelle mura dense di ricordi – dove ora aleggiava anche l’ombra del tradimento - di certo non un’occasione per cercare un dialogo con chi ancora gli rimaneva accanto e aveva bisogno di un appiglio a cui aggrapparsi. Non aveva capito niente, neanche il minimo sentore dell’imminente tragedia, e questo lo devastava a tal punto da non riuscire a parlarne con nessuno. Rimase impassibile. Non alterò un muscolo facciale, né gli comparve una luce diversa negli occhi, e neanche un pensiero di rivalsa gli attraversò il cervello.
Il silenzio cadde su di loro come una fitta nebbia marina che attutiva anche i rumorosi discorsi provenienti dagli altri tavoli. I tre uniti dal vincolo famigliare e dalla tragedia, non erano mai stati così lontani. Lo squillo del telefono di Anna dissolse di colpo la nebbia, almeno la sua. Guardò il display illuminato e così si fece il suo viso: era lui, l’unico che dava ancora un briciolo di senso alla sua esistenza.
«Ciao!»
«Ciao, dove sei?»
«A pranzo in città, tu?»
«Io ancora lontano, non credo che riuscirò a scendere prima di un mese. Mi hanno allungato il turno»
«Ma avevi detto che saresti arrivato entro due giorni»
«Non dipende da me lo sai, e poi ho bisogno di soldi»
«Ora non posso parlare, ti chiamo dopo?»
«No, ti chiamo io appena posso».
La linea le cadde addosso come un pesante macigno. La luce del display si spense e così il suo viso. Neanche l’ultimo sguardo scambiato col cane le strappò un sorriso.
L’uomo anziano passò di nuovo davanti al ristorante ma nella direzione opposta, mantenendo sempre la stessa lenta andatura claudicante. Non c’erano bottiglie ad attirare la sua attenzione, e i suoi occhi celesti non scrutavano più le immediate vicinanze. Guardava dritto davanti a se, perso in chissà quali ricordi ormai lontani.






martedì 2 luglio 2013

News

Oggi su LUnità esce un mio racconto inedito, e non dite che non vi tengo informati. (In realtà è uno dei primi pezzi del blog, ma vederlo su un quotidiano fa un certo effetto).

mercoledì 26 giugno 2013

Prossime e, per fortuna, ultime date:
- Lucca per il Premio Lucca, venerdì 28 giugno.
- Viterbo al Festival Caffeina il 1 luglio.
- Gavoi (Sardegna) al Festival letterario dal 5 al 7 luglio.

Poi, finalmente, mi eclisserò per una meritata e lunga vacanza. E, nel contempo, posterò succulenti racconti estivi. A presto

mercoledì 5 giugno 2013

Ho accettato, presto saprete dove trovarmi. Comunque questo blog continuerà a esistere, su Repubblica dovrò essere più breve quindi mi sfogherò qui quando avrò post più succulenti. Grazie a tutti per la spinta positiva!

venerdì 24 maggio 2013

Dubbio

Ho da sottoporvi un quesito che riguarda una decisione che devo prendere a breve. Ho la possibilità di trasferire il mio blog su Repubblica.it. Il lato negativo è che qui scriverò più raramente (già lo faccio poco); il lato positivo è che su Repubblica devo scrivere uno o due post a settimana, più brevi di quelli che scrivo qui, e che il blog sarebbe molto più seguito. Di conseguenza le mie piccole denuncie arriverebbero a molte più persone. E' chiaro che non chiuderò questo blog, rimarrà dedicato alla sfera più intima (i deliri, i racconti, i resoconti dei viaggi): che ne pensate? Oltretutto mi pagherebbero anche, non molto ma di questi tempi...