giovedì 19 marzo 2009

Udite udite!! E' appena uscita, in un libro, una raccolta di lettere scritte da persone più o meno note e indirizzate a genitori, fratelli, figli e parenti con disabilità diverse. Il libro si chiama «Amore Caro» (Cairo Editore) ed è a cura di Clara Sereni. Uno degli autori meno noti (forse «il» meno noto visto che è la prima volta che mi pubblicano) sarei io, gli altri sono: Franco Amurri, Pulsatilla, Giovanni Maria Bellu, Oliviero Beha, Gloria Buffo, Paola Free Martin, Barbara Garlaschelli, Paola Cortellesi, Valentina Locchi, Kicca Menoni, Lunetta Savino, Marco Savino e Clara Sereni che ha scritto il bellissimo capitolo introduttivo. Tutti i proventi verranno devoluti alla fondazione «La città del sole», una Onlus impegnata nell'integrazione di varie diversità. Quindi, riassumendo, vi elenco alcuni motivi per i quali dovete comprarvi il libro:

A: Perchè è un bel libro, e potrebbe aprire qualche mente.

B: Perchè è scritto da fior di giornalisti, scrittori, attori e quant'altro.

C: Perchè i proventi andranno a una fondazione che lavora concretamente e seriamente.

D: Perchè una delle lettere l'ho scritta io (è o non è il mio blog questo?!).

E: Perchè «Caro» m'è costato, «Amore», denudarmi in questa maniera. E, come a me, credo a tutti gli autori presenti.

Come direbbe una mia cara amica: ACCATTATEVILLO!

sabato 14 marzo 2009

Ho avuto un incubo. Premetto che ho il terrore di volare. Detesto prendere l'aereo. All'occorrenza, ne faccio volentieri a meno. Forse perchè il mio segno, il capricorno, è saldamente attaccato alla terra o, più probabilmente, perchè un amico di famiglia, pilota alitalia in pensione, tempo fa mi ha detto che non riesce a spiegarsi il motivo per il quale permettano alla gente di viaggiare in aereo:«E' il mezzo più insicuro che conosco». Fatto sta che odio volare. Ovviamente ho sognato di schiantarmi con un volo di linea. L'aereo, come nei migliori film del settore, inizia a tremare e sussultare sempre più forte. Poi precipita, roteando in una vorticosa spirale: la carlinga piegata sul lato sinistro, come se qualcuno avesse preso al lazo l'ala e stesse tirando giù con forza. La gente urla terrorizzata, mentre borse e pacchetti cadono dagli scomparti spalancati dalla forza centrifuga. Ho le mani attaccate ai braccioli e il corpo teso, spiaccicato contro lo schienale del sedile. Mi rendo conto che sto per schiantarmi. Tutti se ne rendono conto. In quel momento, la voce del comandante si diffonde attraverso gli altoparlanti:«Siamo davvero spiacenti che l'aereo stia precipitando e che morirete con la nostra compagnia. Ci auguriamo che l'evento risulti indolore e vi assicuriamo che faremo chiarezza sull'accaduto. Addio.». Mi sveglio con la voce del comandante nelle orecchie e il cuore in piena tachicardia. Ho il fiatone. Accendo la luce: casa dolce casa. Mai stato così felice di essere nella mia stanza. Sembrava vero.
Non parlatemi di volare per almeno sei mesi.

martedì 24 febbraio 2009

Ho voluto farmi del male. Mi sono auto-inflitto una pena d'altri tempi, pur sapendo a cosa andavo incontro. Ho visto la terza serata di Sanremo. Per intero, dall'inizio alla fine. Agghiacciante, disgustoso, reiterante, politicamente scorretto, vergognoso, sono aggettivi che non riescono a rendere l'idea reale dello spettacolo a cui ho assistito. L'aggettivo adatto non esiste, bisognerebbe inventarlo. Le tante sentenze acclamate a priori, quali: «Sarà il festival dei giovani» o «Una ventata di novità, per il futuro della musica italiana», sono risultate, all'atto pratico, totalmente inesistenti. Ma iniziamo dalle canzoni. Dalla 'ventata di novità' portata dai giovani. Ogni nuova proposta si presenta accompagnata dal proprio mentore, ben preservato nella naftalina: Simona Molinari con Ornella Vanoni; Filippo Perbellini con Cocciante; Malika con Gino Paoli solo per citarne alcuni. Ogni canzone sembra scritta nello stile e nelle corde del mentore. Come si fa a parlare di novità. L'unica novità è stata portata dal personaggio 'manga' che è Arisa. Una canzone semplice e diretta, cantata, come recita il titolo, con grandissima sincerità. Senza movimenti inconsulti delle braccia (vedi Malika), senza ammiccamenti e faccette alla x factor (vedi quasi tutti), senza 'look sosia' (vedi Perbellini-Cocciante) e nonostante Lelio Luttazzi. Vittoria meritata (per una volta). Ma veniamo ora alla direzione. Tra una canzone e l'altra passano una quindicina di minuti: cinque tra presentazione e canzone, dieci di scenette patetiche. Una su tutte: il bacio tra Bonolis e quella vittima sacrificale di Laurenti, sfociato in una pantomima gay di cattivo gusto. Dopo che la sera prima, il buon presentatore aveva lasciato che il presidente dell'arcigay esternasse, a ragione, tutto il suo disappunto verso la canzone di Povia. Alla faccia del politicamente corretto. Ma il picco massimo di vergogna e disgusto si raggiunge quando 'bimbumbam' intervista Kevin Spacey. E. dopo una serie di inutili domande 'kiss ass', pensa bene di cantargli 'Imagine' di John Lennon. Nelle tre ore che sembra durare la raccapricciante esecuzione, l'espressione impassibile di mister Spacey è degna dei due Oscar vinti. Tanti ne ha dovuti vincere per affrontare questa prova. Alla fine, è la motivazione della performance a lasciare a bocca aperta. Voleva essere un regalo per un profondo ammiratore di Lennon quale è mister Spacey. A saperlo prima, sarebbe bastato non cantasse. Per di più Lennon non si sarebbe rigirato nella tomba come una trottola; io e tutta l'Italia pensante non ci saremmo vergognati di essere italiani. Un commento di un mio caro amico mi trova pienamente in sintonia:«Bonolis rappresenta tutto quello che odio di più in questo paese». Mentre, oserei aggiungere, il festival rappresenta l'Italia e chi la comanda. In finale nella categoria 'artisti' (perchè gli altri che sono?) sono arrivati: vaticano, camorra e massoneria. Indovinate un po' chi ha vinto...

giovedì 12 febbraio 2009

Sono più leggero. Non solo fisicamente, sento anche l'anima più leggera. Come se l'avessi liberata da una prigione.
Mi sono tagliato i dreadlocks e mi sono tolto delle cisti sebacee (così si chiamano) da viso, collo e orecchie.
Non da solo ovviamente. Sono andato dal mio barbiere (che già di per se è un'assurdità: ho i dreads da otto anni, come faccio ad avere un 'mio barbiere'?), che è in realtà il mio vecchio barbiere ma è anche il luogo dove esercita la mia estetista. Per questo ho continuato a frequentarlo negli anni. Non vi dico quando ho chiamato per prendere l'appuntamento. C'è mancato poco che gli venisse un infarto. Ha iniziato a urlare agli altri soci:«Lorenzo si taglia i capelli‼ Vi rendete conto, si taglia i capelli‼». E pensare che il mio barbiere è un posto fuori dal mondo. Un'isola senza tempo, o meglio ferma in un tempo di eleganza, cortesia e professionalità che non esistono più purtroppo. La notizia ha portato lo scompiglio anche in questo intramondo di tranquillità. Sono entrato accompagnato da mio fratello Franco che, da buon regista, ha voluto documentare visivamente l'evento, dal mio caro amico Alfi, che ha rinunciato a un super weekend a Riccione con super modelle pur di assistere e godere del taglio (li ha sempre odiati) e da Nilusha il mio assistente. Definire lo stato di Stefano, il barbiere, euforico sarebbe minimizzarlo. Non ho fatto in tempo a togliermi la giacca, che già ero posizionato davanti allo specchio con il grembiule girocollo addosso. Non ha voluto concedermi tempo per ripensamenti o dubbi, forbici in mano e sorriso sadico stampato ha iniziato da quelli davanti. Quelli che una volta tagliati, non si torna più indietro. Per un attimo la sensazione è stata sgradevole. Al quinto dread tagliato ho iniziato a sentirmi leggero. Una tranquillità interiore che raramente ho provato negli ultimi anni, mi ha gradualmente sommerso come un'alta marea. Pensavo che avrei fatto la fine di Sansone, ho sempre portato i capelli lunghi. Sono stato vittima del musical 'Hair' che, in tenera età, mi ha folgorato con musiche, colori e capelloni innamorati della vita e della libertà. Invece, più tagliava più sentivo di aver preso la giusta decisione (resto comunque fricchettone dentro). Quando hai i dreads, i capelli vengono convogliati a ciocche in una certa direzione. Mano mano che il tempo passa la direzione si consolida. Così quando li tagli, hai praticamente un cespuglio in testa con rametti che puntano direzioni diverse. Momento di panico terminato subito, grazie all'assistente di Stefano che arriva con balsamo super cremoso e pettine e inizia un lavoro di ammorbidimento del cespuglio. Alla fine del quale Stefano tagliuzza di qua e di là, aggiusta la lunghezza (cortezza in questo caso) e mi fa un megashampoo. Non sentivo due mani massaggiare il cuoio capelluto da troppo tempo. Un'estasi. Dopo avermi asciugato e frizionato a dovere con prodotti rivitalizzanti, Stefano mi ha guardato negli occhi e mi ha ringraziato a dovere:«Ho provato attimi di godimento unici, grazie dell'onore che mi hai concesso». Se ci riflettete un attimo, per un barbiere tagliare un metro di dreadlocks è una cosa più unica che rara. Può non capitare mai. Infatti ha voluto il servizio fotografico. Sto valutando se farglielo pagare il costo di un taglio...

Ne, ovviamente, mi sono tolto le cisti da solo. Per completare l'opera, tagliati i capelli, una mia cara amica e bravissimo chirurgo plastico del Bambin Gesù mi ha ricoverato per togliermi una serie di cistine di grasso sparse tra viso, orecchie e collo. Il problema è iniziato qualche tempo dopo l'incidente. Ogni tanto mi si formano delle cisti a causa dell'eccessiva produzione di sebo (grasso appunto). Probabilmente una reazione chimica di cellule impazzite, che accumulano sebo e lo portano dove non deve andare. Sono entrato di mattina per fare le analisi di routine: prelievo, elettrocardiogramma, radiografia al torace. Premetto che il reparto è nuovo e accogliente. Le stanze sono abbastanza grandi e l'atmosfera è rilassata e professionale. Connubio che non sempre funziona. Un'infermiera mi ha prelevato il sangue e ha cercato di farmi l'elettrocardiogramma senza successo. D'altronde sono in un ospedale per bimbi e i cavetti adesivi della macchina non attaccano sui peli di un trentottenne. Mi ha spedito, con tanto di foglio\richiesta, da una sua collega. Stanza 34. Due piani e un lunghissimo e freddissimo corridoio più sotto. L'elettrocardiogramma della collega è di quelli vecchio stile, con le ventosine e i palloncini. Funziona anche con gli uomini pelosi. Fatto questo sono andato in radiologia dove ho incontrato un infermiere molto simpatico. Che però non aveva ricevuto la richiesta dal reparto, che era invece arrivata al pronto soccorso. Molto cortesemente mi ha accompagnato nel labirinto di corridoi e porte fino alla radiologia del pronto soccorso (da solo chissà quanto avrei impiegato a trovarla) e mi ha lasciato in consegna a due suoi colleghi. I quali prima mi hanno chiesto se potevo stare in piedi per qualche minuto (...) poi, capita la situazione, mi hanno messo a sedere su un sedile di metallo parte di un macchinario radiografico. Hanno infilato una veste anti-raggi a Nilusha, che mi teneva in equilibrio sul metallico trespolo, e finalmente hanno scattato la foto al mio torace. Finiti gli esami, mi sono sdraiato sul letto per riposare. Mentre il mio compagno di stanza, un adolescente di Sulmona, veniva portato in sala operatoria. Tornato dopo due ore, operazione andata bene, ha iniziato a svegliarsi dall'anestesia. Si dice che il risveglio post-anestetico sia lo specchio dell'anima. Il carattere, se c'è, viene fuori. Il suo c'è e piuttosto incazzato direi: raramente ho sentito tante bestemmie e parolacce, che erano le uniche parole comprensibili in mezzo al dialetto, uscire dalla bocca di un ragazzino. Quei poveri genitori massacrati a male parole. Poi ho saputo che era la terza operazione, dopo che due precedenti erano andate male. Aveva tutte le ragioni del mondo per essere incazzato direi. Poco dopo il suo dolce risveglio è arrivato il mio turno. Patricia, la mia amica 'chirurga', è venuta a prendermi in stanza e mi ha portato in sala operatoria. Ho risposto alle domande di routine degli anestesisti (due addirittura!); hanno reso il tavolo operatorio più morbido, per salvaguardarmi da eventuali piaghe da decubito; mi hanno infilato un ago-cannula nel braccio e mi hanno abbattuto come un bisonte (i 5-10 secondi prima di cadere vittima dell'anestetico sono momenti indimenticabili, dove tutto perde importanza e conta solo quel vago benessere che lentamente ti avvolge). Perfetti! Dopo due ore e mezza mi sono svegliato nel letto della stanza, con Patricia che mi rassicurava e il sulmonese che bestemmiava. Aria di casa. Il giorno dopo, in tarda mattinata, mi hanno dimesso. Andasse sempre così liscia, sarebbe un piacere farsi ricoverare. Grazie Patricia, 10 e lode.

In summa, mi sento più leggero. Anche perchè, tra cisti e capelli, peserò un paio di chili in meno.



venerdì 16 gennaio 2009

Tornando al dito infetto.
Sono andato a ritirare le radiografie richieste dal dottore. Radiografie che, per fortuna, hanno scongiurato il pericolo di un osteomielite (infezione dell'osso), ma hanno evidenziato una lussazione palmare della seconda falange. Che chissà da quanto tempo me la porto dietro. Arrivo con qualche minuto di ritardo all'appuntamento col dottore e trovo l'ambulatorio vuoto. Torno verso la segreteria, dove avevo preso le radiografie, e chiedo se possono contattare il dott. Schiaramazzi. Lo trovano e gli dicono che sono lì. Si tratta di prendere un ascensore e scendere due piani. Ma lui non può, deve andare via. Lascia detto che mi potrebbe vedere il giorno dopo alle sette e mezza di mattina. Niente di più semplice per uno che ha bisogno di un'ora e mezza per prepararsi e due persone per scendere dal letto. In quel momento arriva in segreteria l'altro dottore che mi aveva visitato. Il dottor Dell'Uomo. Già, perchè erano in due. Non ne bastava uno per un'infezione a un dito. Aspetto, cortesemente, che abbia finito di interagire con la segretaria e lo fermo:«Scusi dottore, si ricorda del mio dito? Darebbe un'occhiata alle radiografie?»
«No guardi, lei non è un mio paziente, l'ha presa in carico Schiaramazzi.» risponde indietreggiando. Lo seguo e incalzo:
«Ma scusi, qual'è il problema se mi da un consiglio su come procedere con la cura?»
«Che io non ho tempo, ho altro da fare.».
Non ha tre minuti per guardare una radiografia che, tra l'altro, lui ha consigliato di fare. Rimango in silenzio mentre si allontana e sparisce dentro un corridoio. Il mio momentaneo accompagnatore, Enrico, gira la sedia a rotelle e ci avviamo verso l'uscita. Il problema è che a me sta montando una rabbia incontenibile, di quelle che se non le sfoghi subito rischi di avere la nausea nervosa per una settimana. Quindi sfogo. Torno indietro e inizio a inveire a trecentosessanta gradi, sperando in cuor mio di arrivare alle orecchie del dottore. L'onda sonora dei miei insulti investe le due segretarie e un portantino, che rimangono pietrificati come i busti del Pincio. Percorro lo stesso corridoio dove è passato il dottore e sbuco davanti al laboratorio analisi. «Lorenzo che succede?»
Finalmente una voce amica. La dottoressa del laboratorio mi conosce bene. Da anni faccio le analisi da loro. Le spiego concitatamente l'accaduto. Mi tranquillizza e guarda le radiografie. Per la lussazione non si può fare niente, per fortuna non sento dolore. Mi consiglia un antibiotico da prendere per bocca. Dopo quattro scatole, esce ancora pus. Stavolta riesco a far vedere la ferita a Patricia, una mia cara amica e un eccellente chirurgo. Decidiamo di medicare giornalmente il dito con un antibiotico mirato per il batterio che mi tormenta. Ora, dopo poche medicazioni, va già molto meglio. Con un ringraziamento speciale per la disponibilità e il sacrificio al dott. 'Ho il pranzo che mi aspetta devo andare' e al dott. 'Pover'Uomo'.

giovedì 1 gennaio 2009

E' Capodanno.
E' anche il mio trentottesimo compleanno.
Io odio il mio compleanno. Non si tratta del classico 'fa fico odiare il proprio compleanno', molto in voga presso una borghesia nichilista che mio malgrado conosco fin troppo bene, è piuttosto il frutto di una semplice equazione. Compiere gli anni uguale invecchiare. Qualunque sia l'età in questione, il tempo a disposizione diminuisce. Che cazzo ci sarà mai da festeggiare?
Per molti è un 'rito di passaggio' estremamente importante, ricco di riferimenti simbolici; a me sembra più un 'rito di avvicinamento' alla tomba. Inesorabile avvicinamento direi, soprattutto dopo una certa età. Detto questo, è bello passare l'ultimo dell'anno in compagnia degli amici più intimi, notare che il loro invecchiamento viaggia di pari passo col vostro e che se ne vanno ogni anno più presto, accusando stanchezza, acciacchi e difficoltà del caso. Se continua così, tra un po' non riusciremo neanche ad arrivare alla mezzanotte insieme.
E' Capodanno.
E' il mio maledettissimo compleanno.
Mi sento come il Palazzaccio.
Il Palazzo di Giustizia di Roma, detto il 'Palazzaccio', si porta dietro un'oscura leggenda. Si dice che l'architetto, una volta ultimata l'imponente costruzione, si sia accorto di alcune imperfezioni dovute a progetti sbagliati. Vinto dallo sdegno e dalla vergogna, è salito sul tetto dell'edificio e si è buttato di sotto, non prima di aver lanciato una maledizione secondo la quale il palazzo non sarebbe mai stato totalmente a posto (del resto cosa lo è in Italia). Per me si è tolto la vita dopo essersi reso conto della bruttezza di ciò che aveva costruito, fatto sta che così è stato. E' in perenne lavoro in corso.
Così mi sento io.
Sempre alle prese con qualche problema. Una piaghetta sul sedere, un'infezione a un dito, uno sfogo cutaneo. Mai completamente sano. In questo momento sono a letto, mentre il mio salotto è popolato di amici che ballano con tanto di dj. Io preservo il mio sedere ferito rintanato nelle mie stanze come un nobile in decadenza, gli amici giustamente ballano. Che sia anch'io vittima di una maledizione? Voglio continuare a pensare di no. Voglio pensare a qualcosa di bello. Voglio pensare al capodanno passato. Perchè ero più giovane di un anno. Perchè ero con l'unica persona che vorrei accanto in questo preciso istante. Buon anno.

p.s. la visione tragicomica del compleanno-capodanno va ben oltre la realtà dei fatti, ma io l'ho vista così.
probabilmente l'anno prossimo ricorderò quest'anno per gli stessi motivi.
la leggenda del palazzaccio potrei essermela inventata di sana pianta, è capodanno e si beve forte.

mercoledì 17 dicembre 2008

Rieccomi qua. Per i pochi (ma buoni) 'aficionados', scusate l'assenza. Non succederà più, o quasi. Diciamo che ho avuto il 'blocco dello scrittore' che ancora non sono. Il che è abbastanza curioso. Come si fa ad avere difficoltà a fare qualcosa che ancora non si sa fare? Probabilmente Freud avrebbe scritto un trattato in merito:"L'inconscio e le doti innate dell'essere" o, più semplicemente, "Come incartarsi da soli"; io spero solo di aver superato il momento di 'empasse'.
Oggi mi è successa una cosa degna di nota. E' qualche anno ormai che nei periodi di stress, durante la notte mentre dormo pesantemente (le poche volte che succede), mi mangio un dito. Si, avete capito bene. Precisamente una nocca dell'anulare della mano destra. Lo faccio inconsciamente (vedi Freud), e certe volte mi sveglio con la nocca ancora in bocca. La cosa è anche un minimo splatter, dato che mi ritrovo sporco di sangue rappreso come un vampiro dopo una notte di baldoria. Circa un mese fa, dopo una bella mangiatina notturna, mi sono svegliato con il dito gonfio e un'infezione con tanto di pus (dai e dai...). Sono andato dalla dottoressa, brava e anche molto bella, che da un po' si occupa, con grande successo, delle mie piaghette da decubito. Mi ha dato una cura a base di antibiotici e polvere disinfettante. Dopo cinque giorni il dito si era sgonfiato e la ferita aveva fatto la crosta. Il problema sembrava risolto, ma due giorni dopo aver smesso la terapia antibiotica il dito si è gonfiato di nuovo e ha buttato pus. Abbiamo riprovato, sempre con antibiotici ma in dose più massiccia, mettendo il dito a mollo in acqua e sale due volte al giorno. Risultato: dito meno infiammato ma sempre gonfio e infetto. Si era formata una piccola fistola interna che si infettava in continuazione. La ferita si chiudeva superficialmente, ma sotto il pus aveva scavato una caverna che arrivava fino all'osso. Oggi sarei dovuto andare al CPO di Ostia dalla mia dottoressa (quella brava e bella) per capire cosa fare, ma la pioggia battente e un inizio di influenza mi hanno fermato. Ho deciso allora, viste le pessime condizioni dell'inerme prensile terminazione, di prendere appuntamento con un chirurgo dermatologo all'ospedale che ho di fronte casa. Alle due e mezza esco, arrivo al cancello del condominio e di colpo mi scende la pressione sotto le scarpe. Vedo tutto bianco, sento il rumore delle macchine ma non vedo niente. Con un filo di voce e a meno di un passo dalla perdita di coscienza riesco a dire:«Sto svenendo portami a casa di corsa». Enrico, il mio nuovo e momentaneo assistente, si spaventa. E' la prima volta che gli capita di vedermi così e l'unica cosa che mi ripete mentre spinge la carrozzina è:«Ti prego non svenire». Arriviamo davanti al cancelletto del mio giardino:«Che faccio ora??».
«Letto», continuo a vedere bianco ma, stranamente, non svengo. Sul letto mi risale la pressione, con il tipico suono di rubinetti aperti nelle orecchie (mai provato?). Mi riposo un attimo e prendo delle gocce per tenerla su. Credo che il malore sia legato all'influenza. Arrivo all'appuntamento con un po' di ritardo. Anche perchè l'accesso all'ospedale non è dei più agevoli. L'uscita si trova proprio sulla via dove abito. Il problema è che bisogna attendere l'arrivo di una macchina che inneschi il sistema di apertura, che si trova sotto l'asfalto qualche metro prima della sbarra. Quando è chiusa non c'è spazio sufficiente per il passaggio di una carrozzina. La cosa buffa è che pur vedendo perfettamente dove si aziona l'apertura, l'unico modo per innescarla è passarci sopra con una ruota. Non importa se carrozzina, automobile o bicicletta purchè rotoli. Se provi a saltarci sopra non succede nulla. Misteri tecnologici. La segretaria delle visite ambulatoriali mi indica la stanza:«Stanza quattro!», esclama, neanche fossimo a cinecittà. Sono l'unico in sala d'attesa, che non è mai un buon segno. Arriva il medico. Racconto brevemente la storia del mio povero anulare. L'infermiera toglie il cerotto e il dottore, dopo aver visionato la situazione, prende una pinza sterile e inizia a cacciarmela dentro il buchino per capire la grandezza della caverna. La infila per quasi due centimetri dentro, rovistando intorno e raschiando l'osso. Passa un minuto e il dottore, mentre continua a rovistare, mi guarda e chiede:«Le fa male?». Lo guardo anch'io per qualche secondo. Giusto il tempo di pensare. Certo che non mi fa male. Per fortuna (...) non ho sensibilità su quel dito, altrimenti il suono delle urla sarebbe rimbalzato per tutto l'ospedale. Magari lo dovrebbe chiedere prima se fa male ai pazienti, e non dopo avergli arato un dito con un pezzo di ferro. Arriva anche un altro medico e insieme decidono che devo aspettare che si riformi il pus per analizzarlo e trovare l'antibiotico adatto al tipo di batterio. Mi incerottano di nuovo e mi congedano cordialmente. Torno dalla segretaria che, cordialmente, mi presenta il conto: cento euro per tre minuti e mezzo di visita. Cordiali Saluti.