lunedì 7 marzo 2011

Assistenza Domiciliare

L’OSA è la cooperativa che nella mia circoscrizione fornisce l’assistenza domiciliare. Faccio capo a questa cooperativa, per quanto riguarda l’assistenza infermieristica settimanale, da quattordici anni. Avrò conosciuto all’incirca una ventina tra infermieri e infermiere, e sto arrotondano per difetto. Il rapporto professionale e umano che si instaura con la figura è, per forza di cose, molto intimo. D'altronde non potrebbe essere diversamente visto che si occupa delle cure igieniche e dello svuotamento rettale (l’indispensabile cagata mattutina per intenderci), almeno nel mio caso specifico. Come ho già detto ne ho cambiate molte negli anni, chi più chi meno brava, chi più chi meno simpatica com’è naturale che sia. Negli ultimi due anni ho avuto un’infermiera davvero speciale sotto tutti i punti di vista: Annalisa. Tra di noi, sin dal primo giorno, è nato un forte legame umano e professionale. Col senno di poi, avrei dovuto registrare le nostre interazioni mattiniere. Ve ne propongo una, dettata dal ricordo, che riassume il fantastico rapporto che si era creato.
Il suo arrivo si sentiva già all’ingresso di casa:
«E’ sveglio il principe?», di solito lo ero. A volte mi trovava appena alzato e partiva l’immediata ramanzina:
«Ancora stai a dormì?! Guarda che io ho da fare, non ho tempo da perdere»
«Cos’è un incubo? Sto ancora dormendo?»
«Ora ti do un bel pizzico dove senti così vediamo!»
«Oh madonna è arrivato l’uragano, stai calma»
«Te lo faccio vedere io ‘stai calma’, avanti in carrozza».
Il siparietto proseguiva in bagno mentre mi aiutava a fare la doccia, tra lanci di palle di bagno schiuma e schizzate d’acqua. Inframezzato da strofe e ritornelli di improbabili canzoni (da Mina a Rocky Roberts), cantati a squarciagola.
Insomma una ventata di energia positiva e leggerezza che aveva il potere di trasformare in bello anche il risveglio più cupo. Aspetto psicologico a mio avviso estremamente importante, che non viene neanche lontanamente preso in considerazione dalla cooperativa. Morale della favola: da un giorno all’altro decidono di effettuare un cambio infermiera per motivi amministrativi. Così mi è stato giustificato nelle mie accorate telefonate. Nel mese successivo c’è stato un avvicendarsi di figure talvolta imbarazzanti per la scarsa preparazione professionale. Non sto qui a dilungarmi in esempi, ma vi assicuro che in quattordici anni di disabilità un minimo di esperienza l’ho acquisita. Sono in grado di capire nel giro di cinque minuti se uno sa fare il suo lavoro o meno. Alla fine la situazione si è pressochè stabilizzata con un’altra infermiera più o meno preparata e sufficientemente piacevole (lontana anni luce da Annalisa). Con una fastidiosa novità: se Annalisa veniva tra le nove e mezza e le dieci, questa non arriva prima delle undici-undici e mezza. Per me è un problema. Non sono mai pronto e seduto prima delle dodici e trenta. Mi rovina tutta la mattinata facendomi perdere ore fondamentali per scrivere, oltre che precludermi qualsiasi tipo di appuntamento (ospedali, banca, mercato), che devo posticipare al pomeriggio togliendo ulteriori preziose ore alla scrittura. Inizio a chiamare la caposala della coperativa per risolvere il problema. Ogni volta mi sento dire che parlerà con l’infermiera e farà di tutto per cambiare l’orario, ma la musica non cambia di una nota. E non potrà mai cambiare visto che la ragazza viaggia in autobus e ha tanti pazienti prima di me. Non ce la può fare prima di quell’orario. Qualche giorno fa esasperato dall’attesa, alle undici e quaranta ancora neanche l’ombra, chiamo la cooperativa. La caposala non c’è, mi passano un responsabile: Daniele.
Gli spiego il mio problema e lui mi risponde con un discorso anche giusto: ci sono pazienti che necessitano di cure a orari precisi per insuline e altri trattamenti importanti. Lungi da me scavalcare persone che necessitano di cure precise. Se c‘è una dote che ho sviluppato in questi anni è la solidarietà, soprattutto nei confronti di chi sta male. Gli faccio però notare che ho un lavoro e che c’è stato un cambiamento di orario abbastanza importante (allora potevate lasciarmi Annalisa), e che di conseguenza anch’io ho delle necessità. E’ qui che il discorso di Daniele cade in un buco nero che mi ha obbligato a scrivere questo post, pronunciando le frasi che da un ‘responsabile’ non ti aspetti:
«Lei quindi lavora, esce?»
«Si perché?»
«Sa noi diamo assistenza esclusivamente a chi non deambula».
Qui sarebbe stato giusto coprirlo di insulti. Mi sono limitato a dargli del ridicolo. In realtà la frase è di un’incompetenza e di una superficialità agghiaccianti. Innanzitutto caro Daniele, visto che sai che sono anni che ricevo la vostra assistenza, dovresti anche sapere che la mia patologia è: tetraplegia completa spastica a livello C 5-6. Significa che ho l’ottanta per cento del corpo paralizzato, muovo il braccio destro bene, quello sinistro molto male e ho entrambe le mani paralizzate (scrivo con la nocca del mignolo della mano destra). Deambulo su una sedia a rotelle e si, caro Daniele, esco. Potrà sembrare strano a qualcuno che evidentemente pensa, come purtroppo gran parte della gente, che il disabile è tale quando sta a casa con mamma e zia e con una copertina sulle gambe. Io invece esco, vivo, condivido emozioni e mi diverto come se non più degli altri. Dovresti essere così sensibile da capirlo visto il ruolo che ricopri. Ti dirò di più, oltre che scrivere, sono anche musicista e produttore musicale. Io e la mia carrozzina abbiamo ‘deambulato’ in turnè per tutta l’Italia, su palcoscenici importanti. Pensa un po’ che strano. Oltretutto la mia patologia mi garantirebbe per legge l’assistenza sei giorni a settimana. E’ solo per mia scelta che ne usufruisco per soli tre, quindi vi sto facendo un favore. Ultimo aspetto da non tralasciare: mi hai congedato al telefono dicendo, anche tu, che ne parlerai con l’infermiera. Questo aspetto democratico del rapporto lavorativo non esiste. Voi imponete una determinata mole di lavoro ai vostri dipendenti che, se non ce la fanno, sono liberi di trovarsi un altro impiego. Ce ne fosse stato uno in questi anni che non mi ha parlato male della vostra conduzione. Tutto questo mi ricorda il nostro governo: democratico fuori, dittatoriale dentro. Adesso, siate gentili, cercate di venirmi un minimo incontro sugli orari. A presto.

mercoledì 2 marzo 2011

Incontri (un racconto breve scritto mesi fa...)

Vago per strade a me familiari, in mezzo alle ombre di ciò che potrebbe essere stato mio, di ciò che ho perso e di quello che sarei potuto diventare. Credo siano pensieri comuni dopo una certa età. Si invecchia e si pensa agli errori commessi, alle occasioni mancate. Solo che io una certa età ancora non ce l’ho. Non sono neanche vicino ad averla. Si dice che uno è vecchio quando vive di ricordi. Io semplicemente ricordo, ma non mi sento vecchio. Forse sono proprio le proiezioni nel mio passato a tenermi in vita. Così lontano ormai che sta diventando sempre più difficile metterlo a fuoco. Un passato sfocato, ma ancora vivo e vibrante.

Se non fossi mai tornato da New York?
Se avessi comprato la nuda proprietà della casa in fondo alla via?
Se avessi suonato la tromba invece della chitarra?

Certo sarebbe un altro presente. Chissà se più o meno doloroso e difficile di questo. E un nuovo passato, e un futuro incerto, com’è giusto che sia.
Vorrebbe dire cancellare incontri, amicizie, amori. Cancellerei anche tanto dolore, ma per trovarne di nuovo e sconosciuto. Insomma tabula rasa e via, si ricomincia da zero. Da una tela immacolata.
Ma io non ho voglia di ricominciare, non voglio cancellare il quadro che a fatica ho dipinto finora.
Apro gli occhi e sono davanti al ristorante di Aria. Sorpreso. Mi ero scordato di essere uscito per venire qui. Guardo i tavoli fuori, pieni di gente. Una ragazza di schiena, con taccuino e penna in mano, prende un ordine. E’ una schiena che non ho mai visto. Si apre il portellone del furgone: è Michele che mi saluta e inizia immediatamente le operazioni per farmi scendere.
«E di chi sarebbe quella bellissima schiena?», chiedo.
«Sarà Daniela»
«No, Daniela la conosco e quella schiena se la sogna»
«Gina?», Michele continua a rispondermi senza guardare, intento a liberare la carrozzina dalle cinghie che la bloccano.
«Gina di spalle sembra un giocatore di rugby, se magari ti fermi un secondo e guardi la finiamo con l’interrogatorio». Si ferma giusto l’attimo necessario per darle un’occhiata distratta:
«Non l’ho mai vista»
«Ma è il ristorante della tua fidanzata o no?»
«Sarà nuova».
Come potrei vivere un presente senza Michele. Non sembra esserci cosa in grado di sorprenderlo o coglierlo impreparato.
Entriamo nel ristorante e veniamo accolti da Aria e da suo padre Gianfranco, romano doc vecchio stampo. Mentre lo saluto, la ragazza che avevo visto di schiena mi passa davanti con due portate in mano. Mi sorride. E’ un sorriso dolce, solare anche se di passaggio. Un sorriso indaffarato. E un bel viso.
Gianfranco ci sistema di fuori, vicino alla cucina:«Così magni prima».
Saluto il resto del personale e mi faccio elencare i piatti del giorno. Tanto so già che ordinerrò la pasta con le telline. Vado a periodi, e questo è il periodo che mi piacciono le telline. Tra un po’ passerò al risotto agli scampi piuttosto che ai vermicelli coi moscardini. Una bottiglia di bianco fredda e un secondo.
«Chi mangia?», eccola di nuovo con tovaglioli e posate in mano.
«Io bevo», dichiara con la solita flemma Michele.
«Io mangio e, se avanza, berrei anche».
Sorride ancora. Sistema il coperto e mi porta il pane. La ringrazio.
Mangio la tellina e ordino anche il tonno alla griglia, annaffiando il tutto con l’ottimo vino. Sono di spalle rispetto agli altri tavoli esterni; vorrei sapere dov’è, guardarla per cercare il suo sguardo. Sperare che si avvicini per scambiare una battuta. Vivere quel momento di beato conflitto quando non sai dove troverai il coraggio per aprire bocca. Ma la carrozzina è bloccata sotto al tavolo e il mio collo non è più mobile come una volta. Potrei chiedere ad Aria di presentarmela o di portarla al tavolo, ma non voglio trucchi ne strategie. Mi basta uno sguardo sincero. Finisco la cena senza vederla. Anche perché il mio tavolo è circondato da tutto il resto del personale più proprietari. Ne deduco che lei sta impazzendo dietro al resto del ristorante.
«Non saremo in troppi a servì ‘sto tavolo?», come se mi avesse letto nel pensiero e con tutto il carico della sua romanità, Gianfranco riavvia i cervelli sopiti dei lavoranti, che riprendono le rispettive posizioni. Sembravano lavorare solo per il mio tavolo. Come potrei sopportare un presente senza le persone che ho intorno; che ho conosciuto dopo l’incidente; che amo profondamente.
Finisco la cena e il vino. Mi libero dalla morsa del tavolo e mi metto schiena al muro per riuscire a guardarla. I tavoli fuori sono vuoti e di lei neanche l’ombra. In effetti è già mezzanotte. Il mio girovagare mi aveva fatto arrivare tardi.
Finalmente la vedo uscire. Ha sciolto i capelli. Apre lo sportello della macchina e mi guarda.
«Ciao» le grido quasi senza volerlo.
«Ciao» mi risponde con lo stesso sorriso solare, stavolta meno indaffarato ma sempre di passaggio. Entra nell’auto ma continua a guardarmi. E’ semi nascosta da una pianta ma sento i suoi occhi addosso. Lo sguardo sincero. Rimani ancora li, ferma con la macchina in moto. Se potessi alzarmi verrei a convincerti che devi rimanere, che stai commettendo uno sbaglio di cui ti pentirai per sempre. E chissà cos’altro sarei in grado d’inventarmi per non lasciarti andare. Ma tu stai uscendo dal parcheggio e io sono inchiodato qui. E’ mezzanotte, sei Cenerentola e scappi via. Ma non lasci scarpette, e io non sono il principe azzurro.
Magari la prossima volta ti fermerai per qualche minuto, magari mi rivolgerai la parola, magari mi penserai un po’, magari non ti ricorderai nemmeno di avermi visto.
E allora ti porterò un fiore.
E questo racconto attaccato al gambo.
E la consapevolezza che qualcuno non potrebbe sopportare di vivere un presente diverso.

lunedì 24 gennaio 2011

Accessibilità cinematografica

Dopo aver ricevuto alcune giuste e accorate proteste sul fatto che è da un po’ che non scrivo sul blog, rieccomi qua. Oggi voglio parlare di accessibilità, con particolare riferimento ai Cinema. Da qualche anno è uscita la legge che ha obbligato a rendere accessibili tutte le sale cinematografiche. Com’è ormai naturale nel nostro paese, tale legge è stata interpretata a personale discrezione dai vari proprietari. La tipologia dovrebbe in teoria essere una: permettere al disabile di vedere la proiezione dal migliore punto di vista possibile e a contatto con accompagnatori e spettatori. Nella maggior parte dei casi questo avviene. La posizione ideale è al centro dell’ultima fila con accanto le normali poltrone. Per avere la possibilità di vedere il film in compagnia degli amici con i quali ci si è recati al cinema, e insieme godere di un’ottima visuale.
Veniamo ora alle varie interpretazioni della tipologia base, con tanto di esempi.

Tipologia 1: al centro della prima fila.
Qualche giorno fa sono andato, o meglio ho cercato di andare a vedere il film ‘Una vita tranquilla’ con mia sorella Valentina. Appuntamento al cinema ‘Giulio Cesare’. Ci avviciniamo alla biglietteria. Mia sorella chiede due biglietti facendo presente che uno è per un disabile. La bigliettaia stampa gli ingressi e dice:
«Conosce la sala uno?»
«In effetti si, è quella fatta a scalinata. Quindi non accessibile»
«Certo che è accessibile, la carrozzina entra tranquillamente»
«Si ma dobbiamo vedere il film in prima fila, non crede sia quantomeno scomodo per un disabile?»
«Noi le prime file le vendiamo».
Qui bisogna fare chiarezza su tre punti fondamentali:
1- Per vedere un film dalla prima fila sono costretto a tenere il collo piegato all’indietro in una posizione innaturale con il rischio di procurarmi un’altra lesione cervicale (come se una non fosse già abbastanza).
2- Certo che le prime file le vendono. Un conto è sedersi sulla poltrona e appoggiare la testa sullo schienale, un altro è piegare la testa all’indietro. Vi spiego tecnicamente cosa succede se uno, disabile o meno, tiene la testa in questa posizione per più di cinque minuti. Si schiacciano due arterie, di conseguenza affluisce meno sangue al cervello e, semplicemente, si sviene.
3- Mettiamocelo bene in testa una volta per tutte: non basta che l’entrata di un luogo sia abbastanza larga da permettere l’accesso a una carrozzina per considerarlo ‘accessibile’. Ci vogliono le condizioni strutturalmente giuste all’interno. Anche l’androne di casa di mia sorella è accessibile, poi però ci sono quattro rampe di scale senza ascensore!

Tipologia 2: posto riservato in alto a destra.
Qui parliamo della multisala di viale Marconi. Sono uscito con due mie amiche, Giulia e Ilda. Se uno esce in compagnia, cosa potrà mai significare se non che vuole stare insieme a qualcuno, condividere emozioni, scambiare opinioni. A maggior ragione se si va al cinema. In questa sala all’ultima fila c’è un muro divisorio. Sull’estremo angolo a destra del muro, c’è un mini balconcino (posto unico) che fuoriesce sopra la sala. Questo è il ghetto riservato ai disabili. Anzi ‘al disabile’ perché ci entra solo una carrozzina. E se, metti lo straordinario caso, i disabili sono due? Fanno la conta per scegliere chi vede il film? Però puoi sempre scambiare qualche opinione con il muro accanto a te, e se hai sete chiami le tue amiche al cellulare che hanno tolto la suoneria (del resto siamo al cinema) e non lo sentono. Insomma una posizione vantaggiosa.

Tipologia 3: sala in discesa.
Si tratta del cinema ‘Reale’ a Trastevere. Qui devo fare una premessa che riguarda la mia condizione di tetraplegico. Non avendo i muscoli addominali, non ho il controllo del busto. La sala in questione è in discesa. E non un leggero dislivello, come uno sarebbe portato a pensare, ma una bella discesa. Se levo i freni alla carrozzina parto come un proiettile. La sala è molto grande e anche i corridoi tra le poltrone quindi uno, per quanto riguarda il posto, ha l’imbarazzo della scelta. Il problema è che passo tutta la durata del film a cercare di reggermi per non finire piegato in avanti con la faccia tra le ginocchia. Alla fine mi sento come se avessi passato due ore in palestra, e non ricordo quale film ho visto. Non sarebbe meglio fare le sale leggermente in salita? Staremmo tutti più comodi, disabili e non.

Ci vuole tanto a spendere due lire in più per uniformare l’accessibilità di tutti i cinema alla tipologia base? Evidentemente si, soprattutto in un paese dove l’educazione civica è un optional che a nessuno interessa.
La piantina da bagno che mi ha regalato la mia infermiera sta miracolosamente sopravvivendo. Il mio bagno è famoso per la propensione allo sterminio di qualsiasi forma di vita vegetale. Guardarla germogliare è uno di quei ‘Momenti di trascurabile felicità’ di cui parla Francesco Piccolo nel suo nuovo libro, che vi invito a comprare. Non c’entra niente con il post sull’accessibilità cinematografica lo so, ma volevo condividere questo piccolo evento. Il blog è mio no?

mercoledì 29 dicembre 2010

Ricomincio a soffrire d’insonnia. Una fastidiosa, dolorosa, ostinata insonnia. Densa di pensieri che spezzano il respiro. Che soffocano ogni tentativo di reazione.
Vorrei vivere nei miei sogni, confusi dai mille inspiegabili accadimenti. Rimbalzare da uno all’altro, senza ragioni ne spiegazioni. Lanciare una palla da football americano a qualcuno che non conosco da una sponda del Tevere all’altra; ritrovarmi in un colorato e affollato aeroporto , tra drappi e poltrone rosse e luci come in un teatro, in attesa di entrare in scena su un volo di cui ignoro la destinazione; camminare in un appartamento le cui finestre si affacciano su Central Park a New York, e spiccare il volo dal cornicione e volare volare sopra gli alberi, volare sul Metropolitan Museum, volare sul lago e sulla città tutta fino al mare, volare sull’oceano, libero.
Succede invece che resti sveglio. Che i sogni svaniscono via come piume al vento. Che la realtà è un’altra. E sono qui che lascio le tracce delle mie ruote sulla terra dove sono sepolti i miei amici. Sono qui che disprezzo compiaciute situazioni di un tempo. Un tempo passato dal ritmo serrato, impazzito.
Ho visto una generazione senza ideali, senza sogni, senza valori, senza voglia, disadattata per volontà, bruciare rapida come carta velina. LI ho visti abbracciati a una bottiglia, a una lattina, a una siringa. Li ho visti viaggiare in altri mondi, e ho condiviso mollti viaggi e molti abbracci. Li ho visti morire annoiati da se stessi. Annoiati dal piccolo mondo che si erano creati e in cui sguazzavano come girini. Li ho visti tramutarsi in rane, ma mai in principi azzurri. Mentre io combattevo per restare in vita, loro combattevano per lasciarla. E con tenacia ci sono riusciti.
Li ricordo cosciente, li ricordo in sogno, li ricordo per tenerli in vita. Vorrei averli accanto a festeggiare la vita che hanno lasciato, che in fondo non è così male. Mi vergogno di averli lasciati andare, di non aver avuto la forza di trattenerli, di non essere stato esempio. Ma nessuno può essere esempio per chi non ha occhi. Per chi non ha coscienza. E allora brindiamo all’incoscienza, alla cecità, alle futili frasi di circostanza, ai pensieri distorti e ossessivi. Brindiamo all’assenza, alla solitudine, al caos. Brindiamo all’impotenza, all’egoismo e alle notti in braccio all’oblio. E brindiamo alla pace che spero abbiano trovato, dopo una vita combattuta. Buon Natale.

venerdì 10 dicembre 2010

Mi sono rotto il cazzo di...!

Ci sono una serie di cose che mi hanno davvero e irrimediabilmente sfrantumato i maroni. Dal momento che in questo periodo vanno di moda le liste, vado a esporvi la mia. Titolo:
«Mi sono rotto il cazzo di...».

Leggere su facebook i messaggini dei poveri mentecatti che scrivono 'buongiorno' e 'buonanotte', smettetela!

Leggere su facebook altri poveri mentecatti (molte volte gli stessi di sopra) che pubblicano applicazioncine di dubbio gusto tipo:
Oroscopo, significato del nome, caratteristiche del giorno di nascita, impegnato/a, single, che anno sarà il 2011, farmville, caratteristiche del proprio segno zodiacale, che frutto sei, chi eri nella tua vita passata, che organo del corpo sei e via dicendo...smettetela!

Leggere su facebook chi pubblica un post o una canzone o un video e si autoclicca 'mi piace'. E' sottinteso che ti piace, l'hai pubblicato tu cazzo!

Leggere su facebook.

Facebook.

Avere un'infermiera che arriva sempre in ritardo e chiamare la cooperativa che la manda protestando inutilmente (post dedicato in arrivo).

Andare al cinema e vedere i film dalla prima fila che secondo loro è il posto più giusto per un disabile (anche qui post dedicato in arrivo).

Sentire mia madre che parla ininterrottamente di argomenti di cui non me ne frega un cazzo.

Repubblica che pubblica articoli sullo sconforto di Silvio Muccino che non ha idee per un nuovo film e non vede il fratello da tre anni (anche sticazzi!).

Vivere in un paese le cui caratteristiche principali sono nepotismo e corruzione.

Vivere in un paese dove Moccia e Volo vendono milioni di libri.

Vivere in un paese dove la musica è rappresentata da programmi come X Factor e Amici.

Vivere in un paese dove un disabile riceve una pensione di invalidità di 270 euro.

Dover spendere 264 euro per cinque garze speciali per fare una medicazione di cui non posso fare a meno.

E fa pure freddo...cazzo!

venerdì 26 novembre 2010

Ieri sera sono stato alla festa di compleanno del mio caro amico Max. Che ha pensato bene, nella migliore delle tradizioni delle sue particolari feste di compleanno, di farla in un locale erotico di S. Lorenzo: il caffè 'Veleno'. Ma facciamo un passo indietro. Una settimana fa apro, come di consueto, la mia posta elettronica e mi ritrovo ventinove messaggi con oggetto:«Porn D'». Penso subito a uno sconsiderato attacco di spam. Mi rendo invece conto che si tratta di un nuovo gruppo su facebook. A invitarmi a tale gruppo è proprio Max. Dopo aver eliminato le ventinove mail e modificato la ricezione nelle opzioni di facebbook, vado a curiosare nel gruppo. E' incredibile quanto la gente sia attratta dalla trasgressione, soprattutto quella a sfondo sessuale/erotico. Nel giro di tre giorni gli iscritti al gruppo lievitano come il pane nel forno. Il tutto accompagnato da un frenetico pubblicare di video e frasi sul tema. Un esempio del tenore dei video pubblicati: tre hostess (hotstess sarebbe il termine più adatto in questo caso) orientali di una non precisata compagnia aerea, si fanno una ricca pomiciata di tre minuti sotto a un ponte. A mio avviso sarebbe una pubblicità perfetta, diventerebbe la linea aerea più frequentata del mondo. La destinazione del volo non avrebbe più importanza. Leggendo scopro che lo scopo del gruppo è convogliare la gente alla festa. La provocazione: tutti si devono presentare con un oggetto fetish come biglietto da visita. Trovo che sia un'idea fantastica. Dalla velocità di aggregazione consiglierei al PD di fare una campagna elettorale a sfondo soft/erotico.
Il locale è meraviglioso. Piccolo con bar quadrato al centro della sala, classica stanzetta vetrata con lap dancer senza palo e scadente sia dal punto di vista sessuale che da quello ritmico: si muove come Freinkenstein e suscita sesso come l'alluce di Shrek. Tavolini e sedie vicino alle pareti dipinte chiaramente di rosso, e mini stanza con mini dj - il grande Giovannino (con tanto di mascherina rossa)- che ci ha deliziato spaziando dai Duran Duran ai Rage Against The Machine devo dire con grande gusto musicale. Gogna piazzata davanti all'entrata, non quella classica per mani e testa ma quella con lettino e travi a v per le gambe (una sorta di divaricatore ginecologico medioevale). Sono in compagnia del mio amico Michael che mi è venuto a prendere e mi ha portato alla festa. Bravissimo attore oltre che persona davvero speciale. Con una peculiarità: gli tremano le mani come se ci fosse un terremoto del settimo grado della scala Richter. Bere o farsi mettere in bocca una sigaretta con il suo aiuto diventa una manche di giochi senza frontiere. Ma veniamo ora al vestiario degli invitati. Quasi tutti in nero. Le donne sfoggiano toppini di pizzo e maculati, catene, manette (immancabili) e mascherine di ogni tipo. Gli uomini giacche di pelle, polsiere con punte di ferro (quelle dei metallari), fruste, una sorta di battiscopa in pelle e maschere (una da maiale e una da wrestler degne di nota). Il travestimento più riuscito è quello di Manu: vestaglia orientale e pacchetto di patatine a rappresentare Rocco Siffredi nella famosa pubblicità. Quello meno riuscito il mio: pantaloni di velluto e maglione di lana a collo alto. Se però consideriamo il lato fetish della sedia a rotelle allora vinco io! Bravo Max, serata ottimamente riuscita. Dovremmo farne un appuntamento fisso mensile. Vi lascio con foto della 'lap dancer' per farvi un'idea... (venuta mossa perchè l'ha fatta Michael).

martedì 9 novembre 2010

Vi allieto la giornata con qualche novità dell'ultim'ora:

ho trovato la macchina di mia madre parcheggiata davanti alla discesetta per disabili del marciapiede antistante il cancello di casa. Ho chiamato i vigili e gliel'ho fatta portare via. Avrà capito?

A pranzo: mia madre si guarda un dito e sentenzia:«Sento uno strano formicolio», mi guarda «sicuramente mi sta venendo una paralisi».

Al cinema: mi avvicino al botteghino e chiedo due biglietti. La signora mi guarda di sfuggita:«Sono quattordici euro».
«Veramente ci dovrebbe essere una riduzione per i disabili»
«Perchè lei ha l'invalidità?»
Guardo il mio corpo per assicurarmi di essere effettivamente seduto su una carrozzina:
«A occhio e croce direi di si»
«Che ne so, potrebbe essere un incidente, potrebbe riprendersi»
«...».