sabato 14 aprile 2012

Ausili

A seconda della patologia ogni disabile, di tre mesi in tre mesi, riceve gli ausili necessari alla vita di tutti i giorni. Si affida a una sanitaria che glieli fornisce gratuitamente, e che successivamente si fa rimborsare dalla Regione di appartenenza. Non esiste un budget annuale oltre il quale non si può sforare, dipende dalle singole necessità. Personalmente dipendo dalla Regione Lazio che finora ha sempre soddisfatto tutti i miei bisogni. Purtroppo la musica è cambiata. Le grandi e potenti sanitarie hanno presentato, su diversi ausili, un’offerta al ribasso che oscilla tra il quindici e il cinquanta percento, a differenza del materiale. La Regione, non curandosi degli effetti devastanti che tale ribasso avrebbe prodotto sugli utenti, ha pensato bene di accettare l’offerta. Dal 14 Dicembre 2011 sono entrati ufficialmente in vigore i nuovi prezzi. Faccio un esempio che mi riguarda personalmente per spiegare quello che sta succedendo: per svuotare la vescica uso dei cateteri speciali che costano due euro e settanta centesimi l’uno. Se prima della transazione la Regione rimborsava circa due euro e dieci centesimi, adesso rimborsa un euro e novanta centesimi. La conseguenza di questa riduzione comporta che la sanitaria alla quale faccio capo, non è più in grado di fornirmi il numero adeguato dei cateteri di cui ho bisogno. Sono quindi costretto ad acquistarne a mie spese. In poche e chiare parole: devo pagare per fare pipì. Considerando che c’è chi vive con la sola misera pensione d’invalidità, e presenta patologie anche più gravi e più costose della mia, si tratta di un gioco al massacro. Sono sicuro che la crisi nella quale siamo immersi costringa le istituzioni a portare grandi tagli economici, forse sarebbe il caso di mirare su altri bersagli. Fortunatamente ho saputo che molte associazioni si sono fatte sentire e stanno cercando di sedersi intorno a un tavolo con la Regione per convincerla a fare marcia indietro. A mio parere sarebbe un atto dovuto, oltre che una dimostrazione di intelligenza e sensibilità.

lunedì 26 marzo 2012

All'ormai famoso gioco: appoggialo sul disabile (giacche, cappelli, sciarpe, guanti, non travisate...), si è aggiunta la new entry: sovrasta il disabile. Quando due persone (conoscenti, amici o anche perfetti sconosciuti) si salutano con abbracci e baci, non curandosi che in mezzo e sotto di loro c'è un essere umano su ruote. Talvolta il nuovo trastullo è corredato da gomitate e panciate, ma solo dai più esperti. (Kids don't try this at home).

venerdì 9 marzo 2012

Sesso e disabilità

Oggi mi è capitato di leggere un articolo contenente la lettera di una madre, che raccontava cosa le è successo una delle numerose volte in cui ha portato suo figlio disabile in una casa di appuntamenti. Vi allego il link così vi fate un'idea e capite anche le ragioni di questo post: http://invisibili.corriere.it/2012/03/09/il-sesso-dei-disabili-e-labbraccio-di-una-madre/.

Vorrei iniziare con un messaggio forte e chiaro: I DISABILI FANNO SESSO.
Quasi tutti sono in grado di scopare, chi più chi meno attivamente, ma tutti provano piacere nel fare sesso e ne hanno lo stesso bisogno di una persona ''normale''. Spesso sono anche più bravi, soprattutto quelli che non avendo più la sensibilità fisica, provano piacere nel soddisfare il partner e vengono trasportati in orgasmi diversi, ma ugualmente soddisfacenti, proprio dal godimento di chi hanno vicino. Oltretutto sono meno distratti dalla ricerca del proprio piacere, e più sensibili e concentrati su pratiche alle quali l'abituale amatore dedica scarsa attenzione e superficiale applicazione.
Sono stanco di sentire storie legate a una moralità, a un'ignoranza e a un'educazione religiosa da santa inquisizione. Per quale motivo un disabile dovrebbe smettere di avere pulsioni sessuali? Nel mio caso sono uno degli ottimi motivi per andare avanti, per sentirsi parte integrante di questo mondo. E anche nel caso in cui si nasca con una condizione diversa, per quale motivo si dovrebbe negare o limitare una pulsione che fa parte della natura umana? Il disabile che sbava, ha spasticità nei movimenti e problemi cognitivi; ha anche il cazzo, ha erezioni e prova un immenso piacere quando viene. E non si tratta solo del piacere fisico, ma di quello di cui tutti abbiamo un gran bisogno: amore. Essere amati, avere di fronte qualcuno che prova il nostro stesso sentimento, che ci coinvolge in quel vorticoso benessere che è l'unico vero paradiso sulla terra, anche solo per un giorno, credo sia un diritto di tutti. Per quanto mi riguarda, ho capito che non esistono scopate occasionali. Ogni volta che vado a letto con una donna, lo faccio per amore, perché sono coinvolto emotivamente, perché provo un sentimento. E non importa se durerà una notte, un mese o una vita; e non importa neanche se si tratta di una nuova conoscenza, di un'amica o di una mestierante. Non esiste il sesso senza il trasporto emotivo, diventa uno squallido esercizio fisico. Lo lascio a chi lo accomuna a un pomeriggio passato in palestra.
Io sono dalla parte della mamma nell'articolo, sono per un risveglio delle coscienze, della sensibilità umana necessaria a capire il bisogno dell'altro. Sarebbe un grande passo avanti nella scala evolutiva della nostra specie, e sono ancora fiducioso che lo vedrò succedere.

mercoledì 22 febbraio 2012

L'utilità del vigile urbano

Ogni tanto capita che trovi il mio posto auto riservato, con tanto di segnale e numero di concessione stampato sopra, occupato da macchine di altri disabili (più raramente) o da chi semplicemente se ne frega, o fa finta di non vedere il segnale. Esiste un numero di telefono del pronto intervento dei vigili che, se chiamati, dovrebbero intervenire (appunto), multare e rimuovere il veicolo. In quindici anni di disabilità, neanche una volta sono riuscito a veder portare a termine questa operazione. Le mie molteplici telefonate hanno avuto gli esiti più diversi: non risposte; risposte ma mancanza di personale e mezzi; risposte con promessa di mandare subito personale e mezzo, che però si presentavano ore più tardi quando l'auto denunciata era già andata via. Sconsolato, sono passato al fai da te: messaggi cartacei lasciati sul parabrezza; tergicristalli alzati; furgone parcheggiato in modo da rendere quasi impossibile l'uscita del fuorilegge; fino alla rigatura con chiave (in pochi casi).
Qualche giorno fa ho trovato l'ennesimo rappresentante della rinomata educazione civica che rende il nostro paese famoso nel mondo, piazzato nel mio posto. Per di più con permesso d'invalidità in bella vista sul cruscotto, che se vogliamo è un'aggravante visto che lo dovrebbe sapere bene. Per solidarietà sono tollerante con i miei simili, quindi gli parcheggio dietro senza esibirmi in azioni dimostrative e me ne vado a casa. Passa invece mia madre che prende e telefona al pronto intervento, e visto che non lo ha mai fatto, le rispondono e prontamente intervengono. A questo punto devo fare un passo indietro.
Circa due anni fa ero parcheggiato in un autogrill in uno dei posti riservati ai disabili. Era estate e il mio sportello era aperto. Aspettavo il ritorno degli amici con cui ero in viaggio, con rifornimento di panini e bibite. Un poliziotto si è avvicinato al furgone, ha controllato il permesso e mi ha detto:
''Guardi che ha il permesso scaduto, appena torna nella sua città le consiglio di recarsi al Comune per il rinnovo''
''Perché scade?''
''Purtroppo sì, anche se nel suo caso non dovrebbe''.
Il poliziotto doveva essere ferrato in materia, ma io davvero non sospettavo che ci fosse una scadenza nei permessi. Di certo io non torno a camminare. Arrivato a Roma ho trovato un'altra bella sorpresa: quarantacinque multe per ingresso nel centro storico, anche queste riconducibili all'avvenuta scadenza del permesso (tralascio quello che ho passato per farmi togliere le multe, il post diventerebbe un romanzo). Mi sono precipitato in Comune a chiedere spiegazioni e, nel totale imbarazzo, mi hanno dato assolutamente ragione. Nel giro di una settimana mi hanno riconsegnato il permesso senza data di scadenza. Tutto risolto penserete voi. E invece no, perché a nessuno è venuto in mente di dirmi che il numero di concessione era cambiato. Per quanto mi riguarda non c'era motivo per il quale dovesse essere cambiato e quindi neanche ho controllato. Torniamo al presente.
Dicevo i vigili intervengono prontamente quando l'altro veicolo è già andato via (non poteva succedere diversamente) e quando anche mia madre si è dileguata. Controllano il numero di concessione sul permesso nella mia auto e notano che non corrisponde a quello sul segnale stradale. Indovinate un po' a chi fanno la multa? In tutto questo le sinapsi cerebrali del portiere del mio condominio non funzionano abbastanza da suggerirgli di chiamarmi, per evitare la beffa. Ora devo andare al Comune e mi devo incazzare, al solito. Non posso pensare al fatto che in quindici anni non si sono mai presentati, e una volta che vengono fanno la multa a me. A presto per il seguito in Comune.

P.S. Udite Udite: ho finito la prima stesura del romanzo. Ora inizia il delicato lavoro della revisione, ma sarò più presente sul blog.

sabato 7 gennaio 2012

Ho la febbre.
Dopo aver passato la notte in bianco tra dolori, brividi di freddo, tachipirina e conseguente caldo infernale, sconsiderato uso del condizionatore per abbassare la temperatura (dopo essermi tolto il pile e la maglietta naturalmente) che mi colpisce e sì, mi rilassa fino a farmi prendere sonno (ore 8.30), salvo poi congelarmi e farmi risvegliare poche ore dopo con un grande mal di gola ( fino qui siamo nella norma), la situazione è la seguente: sono seduto in carrozza con la stufa accesa sulla destra, il fon puntato sulle spalle e il condizionatore che spara aria calda e segna trentacinque gradi, e ho comunque brividi di freddo e dolori. Sono in paziente attesa che il coefferalgan, con la sua meravigliosa composizione codeinica, faccia effetto. Non è una situazione normale. Il condizionatore mente, ci saranno quarantacinque gradi nella stanza, se avessi un rettilario anche i serpenti si lamenterebbero. Quando il connubio calore estremo/codeina mi concede l'agognata pace, e anche qualche ottimo svarione, organizzo la cura: tisane varie, antibiotico naturale (un intruglio con aglio e limone, ma non puzza giuro!), antibiotico normale (purtroppo ho anche una piccola infezione urinaria), brodo di pollo, areosol, spray per la gola e, dulcis in fundo, sciacqui con la coca-cola - rimedio impressionantemente efficace e perla di saggezza dell'ormai defunto fornaio di zona. In tutto questo, ho solo trentotto di febbre. A questo punto ho il dovere di citare mio padre. Non lo faccio mai, il mio bersaglio preferito è mia madre, ma questa volta non ne posso fare a meno. Anche lui come me, del resto era mio padre, con 37.4 si sentiva già prossimo alla morte. Era il momento perfetto per chiedergli dei soldi, rispondeva sempre si: «Prendi ciò che vuoi, per me è arrivata la fine. Stai un po' con tuo padre in quest'ora funesta».
Nonostante mi divertisse la teatralità del tutto, me la filavo col bottino nel minor tempo possibile. La vendetta, però, era dietro l'angolo. Quando la febbre veniva a me, e mi trasformavo nel morente, lui era felice come se avesse vinto la lotteria perché gli concedevo tutto. Lo lasciavo propinarmi aspirine, lasciavo che mi ficcasse la testa sotto un asciugamano davanti a una pentola fumante piena di bicarbonato e, soprattutto, lasciavo che si esprimesse in tutte le dimostrazioni d'affetto possibili, che gli erano assolutamente vietate nella normale convivenza famigliare: svolazzava con la grazia di una libellula tra carezze, prolungati abbracci, massaggi, baci in fronte. Adesso sarei disposto a ''concedermi'' anche senza febbre, purtroppo allora ero un povero deficiente. Mi stendo sul letto, sperando che la febbre passi velocemente. Ho un libro da finire e qualcuno da incontrare...

P.S. Ho la tastiera con qualche problema, a volte non digita le lettere. Non sapete quanto ho impiegato a scrivere questo post, spero apprezzerete.

sabato 24 dicembre 2011

Si è rotta la mega serranda del salotto. Non poteva che succedere il 24 Dicembre. Per fortuna c'è Marco ''il polacco'', tuttofare di quartiere, che si è gentilmente precipitato a risolvere il problema. Sarebbe tutto molto bello, se non fosse che: Marco ha la voce più squillante che abbia mai sentito; quella di mia madre è nota per superare l'insonorizzazione di uno studio di registrazione; il connubio delle due, che conversano come se fossero due amici ritrovatisi dopo trent'anni, sta disintegrando le mie già provate sinapsi cerebrali. Cercando di arginare il sangue che mi sta uscendo dalle orecchie con la potenza delle cascate del Niagara (si scrive così?), vi auguro un buon natale e un felice anno nuovo!

venerdì 4 novembre 2011

New York/Charleston prima parte

In questo preciso momento mi trovo su un volo nazionale americano diretto a Charleston, città dove si celebrerà il matrimonio di mia nipote Eva, motivo del viaggio negli Stati Uniti. L’aereo è davvero piccolo e stretto. L’unica robustissima hostess presente ha non poche difficoltà di movimento, e nonostante sfoderi grandi sorrisi di circostanza, si vede che sotto sotto non gradisce il velivolo assegnatole. Non lo gradisco nemmeno io, ma è un altro discorso che non ha niente a che vedere con le difficoltà di movimento (del resto io non mi muovo). Si tratta della mia atavica paura di volare, che ormai conosco così bene da non avere quasi più paura. Un tempo, alla vista di un aereo così piccolo, sarei stato capace di rifiutarmi di salire a bordo inscenando improvvisi quanto drammatici malori da premio Oscar della tragedia. Ora semplicemente ignoro la paura, faccio finta di non averne, e devo dire che mi riesce bene (ovviamente non quanto i finti malori). Ma facciamo un passo indietro. Sono arrivato tre giorni fa a New York con un volo Alitalia. L’assistenza aeroportuale è ormai perfetta, l’assegnazione dei posti no, anche perché quelli dove le mie lunghe gambe sarebbero a loro agio sono gli unici vietati a un disabile. Per motivi di sicurezza infatti, non posso sedere vicino alle porte dell’aereo, in caso di evacuazione intralcerei il passaggio. Questo presuppone che io e il mio assistente, in caso di evacuazione – invece di lanciarci fuori più veloci della luce -, ce ne staremmo belli comodi e rilassati aspettando il completo svuotamento dell’aereo: due imbecilli. Il volo è stato quindi molto scomodo, ma tranquillo dal punto di vista della mia paura: non ho davvero avuto motivi per averne, neanche a cercarli con pignoleria.
Una bellissima novità è la possibilità di vivere decollo e atterraggio in video grazie a telecamere posizionate a dovere. L’atterraggio in particolare sono riuscito a viverlo con meno angoscia del solito, proprio grazie alla distrazione visiva culminata in una scenetta da sit com: alla fine del tratto di pista percorso per arrivare al punto di parcheggio dell’aereo, sempre ripreso dal vivo, un omone nero con dietro una parete di mattoni rossi lo ha guidato con le classiche lampade segnaletiche rosse, andando perfettamente a tempo con la musica che in quel momento suonava all’interno. Finendo l’improvvisato balletto alzando lentamente entrambe le braccia verso l’alto, fino a incrociare le due lampade sopra la testa, e ridendo da solo mentre usciva di scena (probabilmente consapevole della spietata inquadratura).
L’assistenza americana non è ancora all’altezza. Come al solito, dopo aver visto sfilare tutti i passeggeri, sono rimasto da solo in attesa degli addetti. Dopo alcuni minuti è apparso un funzionario che mi ha chiesto:
«Può camminare?»
«Ovviamente no».
Il funzionamento del cervello umano a volte è davvero misterioso. Se avessi potuto camminare, non sarei rimasto mezz’ora sull’aereo completamente vuoto. Sarebbe stato un comportamento psicologicamente instabile. Ma è proprio quando si crede di aver raggiunto l’assurdo, il surreale, che arriva la richiesta che rompe tutte le barriere dell’immaginario:
«Neanche piano piano, se la aiutiamo noi?»
«...».
E allora preferisco non rispondere, e aspetto l’arrivo della mini carrozzina da aereo guardando il nulla fuori dal finestrino. Che immancabilmente arriva (la carrozzina, non il nulla), guidata da un ragazzo accompagnato da una signora attempata che non fa neanche il gesto di aiutare, si tiene a debita distanza. Proprio non possono accettare il fatto che qualcuno, non solo non sia in grado di camminare, ma non riesca nemmeno a trasferirsi autonomamente dal sedile dell’aereo alla mini carrozzina. Un evento più unico che raro. Per fortuna viaggio con il mio caro amico Miky, mio ex assistente, che sa bene come gestirmi. Grazie al suo prezioso aiuto, arrivo illeso al recupero della mia amata (...) sedia a rotelle.

I tre giorni a New York sono stati fantastici, soprattutto per gli incredibili incontri: qualche giorno prima di partire ho scoperto che Simone, il mio migliore amico che vive a Delhi, sarebbe passato nella grande mela insieme alla moglie Jenny, nel mio stesso periodo. Il fatto che io e Simone abbiamo vissuto insieme a NY per più di un anno, tra il ’92 e il ’93, rende l’incontro ancora più speciale. Se ci aggiungiamo anche che Jenny viveva a NY nel nostro stesso periodo, a poche centinaia di metri dal nostro appartamento; frequentava gli stessi locali dove andavamo noi, e che nonostante questo, non ci siamo mai visti, diventa surreale (come le domande del tipo sull’aereo: tutto quadra). Abbiamo trovato una città nuova, cambiata in ogni suo aspetto – come già ho raccontato in un precedente post – ma sempre affascinante. Tanto che dopo due giorni, siamo arrivati a pianificare un futuro ritorno a viverci. Ho incontrato anche Luca, un altro caro amico che vive qui da una ventina d’anni. Mi ha portato subito a Zuccotti Park, il posto occupato dagli ‘indignados’ americani. Vicino Wall St. e davanti a Ground Zero. Chi conosce un minimo gli stati uniti, sa quanto sia strano assistere a un’occupazione con tende, cucina, libreria, gruppi elettrogeni per fronteggiare il freddo incombente, tamburi che suonano durante il giorno, discorsi e gruppi di discussione dalla mattina alla sera. Insomma una mobilitazione sapientemente organizzata, con l’aiuto di ogni genere di donazione: da quella economica a quella culinaria, dai libri alla costituzione di un giornale ironicamente chiamato: The occupied wall street journal. Mi ha colpito molto il modo che hanno trovato per amplificare discorsi e annunci. Visto che per questioni di disturbo della quiete pubblica non è possibile abusare di impianti stereo o urlare dentro megafoni, usano un curioso metodo: la persona che espone il suo discorso, lo fa pronunciando una frase alla volta che viene ripetuta a voce alta da tutta la gente che ascolta. Una specie di eco-megafono naturale, molto democratico.
La tre giorni new yorkese è, purtroppo, filata via velocemente, condita da uno sfrenato shopping favorito dal vantaggioso cambio euro-dollaro, e dall’altrettanto sfrenato abuso di cibo: malese, marocchino, giapponese e, naturalmente, americano. Overdose di hot dog ai baracchini su strada e hamburgers vari. E’ stato bellissimo tornare al Lucky Strike, un bar-ristorante che negli anni ’90 era l’unico posto dove si poteva mangiare fino a tarda notte. Ogni volta che ritorno a NY, ho la sensazione di essere a casa. Mi sta balenando in mente l’idea di venirci a stare due mesi in primavera e magari, in un prossimo futuro, trasferirmi di nuovo in pianta stabile. La città è cambiata molto, anche in peggio da alcuni punti di vista, ma anche gli abitanti sono cambiati, e in meglio. Ho trovato un’umanità nuova, una voglia di socializzare e di condividere che non è mai stata una loro caratteristica, semmai il contrario.

Charleston è una città turistica piena di negozi e bar di ogni tipo, con le sue costruzioni tipiche del sud degli States. Case basse, coloniali con la classica veranda fuori dell’ingresso. Storicamente importante perché culla dello scoppio della guerra civile. E’ anche una città universitaria piena di giovani, pronti a fare festa tutte le sere, e un’ambita meta per la celebrazione di matrimoni. La mia famiglia si è spostata in massa proprio per questo: il matrimonio di mia nipote Eva. Nonostante le ansie pre partenze di mia sorella Roberta, che cerca in tutti i modi di farti provare in egual misura, e il favoloso mondo in cui vive mia madre, fatto di articolate quanto inesistenti preoccupazioni e sistematica perdita di oggetti della quale incolpa tutti (per poi scoprire di averli ordinatamente riposti in cassetti troppo visibili per essere presi in considerazione), siamo riusciti a non implodere. Anzi, il matrimonio ha agito da collante per ritrovarsi tutti insieme, fatto assai raro. Che questa reunion avvenga a Charleston in South Carolina, è un dettaglio marginale e al contempo surreale (d'altronde è il light motif di questa vacanza). Ma andiamo per gradi.
La stanza accessibile del Francis Marion Hotel dove alloggio, è tutto meno che accessibile: la moquette rende difficile qualsiasi spostamento; il letto è così alto, che anche una persona normale avrebbe bisogno di un’attrezzatura da scalatore per raggiungerlo; il lavandino del bagno ha due rubinetti impossibili da aprire; la doccia, oltre a avere una porta di vetro con scalino, ha il getto fisso attaccato al muro e non quello mobile standard. Siamo costretti a usare un secchio per lavarmi le gambe, i piedi e il sedere (tirandogli secchiate d’acqua dal basso verso l’alto). Insomma, una stanza da percorso di giochi senza frontiere.
Il matrimonio super americano si sviluppa in tre giorni. A me sembrano già infiniti i nostrani, questo mi spaventa. La prima sera ci ritroviamo tutti al secondo piano di un bar, con bellissima balconata e free drinks. Manca la sposa, che dopo le fatiche organizzative e l’ovvio accumulo di stress, si è presa un giorno di riposo. Oppure sta già recitando da protagonista il film del suo matrimonio. D’altra parte, come insegna Moretti:«Mi si nota di più se non ci sono». La serata risulta essere molto piacevole. La lunga schiera di fratelli della madre della sposa, ci accoglie amorevolmente. I due fratellastri di mia nipote, ormai cresciuti (l’ultima volta che li ho visti erano bambini), sono fantastici: Jack vuole fare il regista e già lavora con il padre; Miles fa il musicista-cantautore, e oltre a essere bravo, è anche bello come il sole. Anche se praticamente non ci conosciamo, si mostrano molto affettuosi. Anche Tim, il papà, si comporta come se ci fossimo visti il giorno prima. E non sono comportamenti di circostanza, me ne accorgerei. Arriva Kyle, lo sposo, che ho conosciuto a Roma mesi fa. E’ un ragazzo intelligente e simpatico. Ci accomuna l’amore per il calcio: io da appassionato, e lui da ex calciatore professionista. Giocherebbe ancora, ma ha un problema di fragilità ossea e per questo ha dovuto smettere. Ora fa il commentatore sportivo per la tv americana Fox. Faccio amicizia con alcuni suoi amici e con parte della sua famiglia. L’alcol gratuito comincia a fare effetto e i giovani invitati iniziano a lanciarsi in sconclusionate danze, che sfociano in sfide di improvvisata breakdance (che fa molto america). Al momento di lasciare la festa per rientrare in albergo, vengo intercettato da Kyle che mi propone un’altra bevuta veloce. Con un gruppo di suoi amici, Tim, Jack e Miles ci trasferiamo nel bar di fronte, dove finiamo di ubriacarci a dovere. Rientrando in albergo incrocio una marea di giovani travestiti e truccati nei modi più impossibili. Non è l’alto tasso alcolico a farmeli vedere, ci sono davvero. E’ il week end che coincide con la festa di Halloween, e qui la prendono alquanto seriamente. Non posso fare a meno di notare che sono tutti vestiti molto leggeri, estivi. Non fa freddo, ma non è neanche più estate. Io, con maglioncino, pantalone di velluto e tasso alcolico fuori norma, sono al limite della sopportazione. Ne deduco che: o sono tutti più ubriachi di me (opzione più che realistica), oppure si tratta di una presa di posizione netta contro l’inevitabile arrivo del freddo, una specie di esorcismo contro la cattiva stagione. Accompagnato da questo dubbio cosmico, vado a preparare la cordata per conquistare la vetta del mio letto.
La mattina, in teoria, è in programma una caccia al tesoro; in pratica, non ci vado. Io e Miky ci svegliamo in tempo per saltarla a piè pari, cioè tardi. Con grande calma ci prepariamo, facciamo colazione a suon di muffins e caffè americano e ce ne andiamo in giro per negozi, in compagnia dei postumi della sbronza. La temperatura è scesa notevolmente e tira vento. Indosso una felpa di pile e un piumino mezze maniche acquistati a New York, mentre la gente continua con i pantaloncini e le magliettine. Non capisco, ho quasi voglia di fermare qualcuno e chiedergli perché non sente freddo. Incontriamo sorelle e madre di ritorno dalla caccia al tesoro, infreddolite (loro sì) e affamate. Ci infiliamo in un sushi-thai dove, nonostante la persistente nausea da hangover, ordino una zuppa tom gha khai che mi rimette al mondo. Altra peculiarità del posto, in linea con l’atteggiamento esorcistico contro il freddo, è la costante presenza di aria condizionata nei locali. Fa più freddo al chiuso che all’aperto. Forse hanno accumulato talmente tanto caldo in estate, che il corpo deve ancora smaltirne gli eccessi.
Alle 16.30 ci vengono a prendere davanti all’albergo con un tipico autobus del posto. Tutto di legno, dalla forma rettangolare e tipicamente inaccessibile. L’autista si scusa e ci aiuta a farmi salire a bordo. Arriviamo in una meravigliosa e enorme casa che si affaccia sui canali della laguna interna di Charleston, dove si tiene un «Oyster Toast»: un aperitivo-cena a base di ostriche e cibo cajun sudista. Gli sposi accompagnati dalla schiera di testimoni, amici e parenti, si presentano su due motoscafi che attraccano sul molo antistante la costruzione. Fa un freddo cane. Infatti la grande veranda si svuota presto. L’unico spazio praticabile è quello davanti al meraviglioso camino esterno. Il salone interno è enorme e pieno di tavoli. C’è uno spazio dedicato ai musicisti - con microfoni, chitarre e due grandi altoparlanti - e alle eventuali danze. Alla fine della cena (non scorderò mai le tortine di granchio calde) partono i discorsi di rito, introdotti dal padre dello sposo. La sua famiglia è originaria di Charleston, per questo il matrimonio si celebra qui. Mi perdo il primo, quello del migliore amico dello sposo – che mi dicono essere stato molto divertente -, perché ipnotizzato davanti al fuoco del camino esterno (i camini mi fanno questo effetto). Mi becco invece quelli dei due testimoni ufficiali: il fratello di Kyle e l’amica del cuore di Eva. Fossi rimasto davanti al camino, non avrei fatto un soldo di danno. Questo genere di discorsi, dove vengono esaltate le incredibili qualità delle persone, il loro essere perfetti e meravigliosi esseri umani, mi da il voltastomaco. Li trovo di una rara ipocrisia. Perché non essere sinceri? Non è possibile che tutte le coppie che si sposano siano composte da due creature meravigliose. Avranno anche loro dei difetti, dei lati oscuri, degli aneddoti di pura cattiveria. Sarebbe più divertente mischiare le due facce della medaglia, sempre in vena ironica. Io l’avrei fatto, e se mai mi dovessi sposare (evento improbabile), vorrei che il mio testimone lo facesse. Devo dire che il discorso completamente autoreferenziale del fratello mi ha fatto ridere. Ha parlato di se stesso, e bene, per l’ottanta per cento del tempo, a tratti auto commosso, fantastico! La serata è andata avanti a suon di musica. Molti amici e parenti hanno dedicato canzoni alla coppia. Tutti molto bravi tranne, ahimè, uno: Tim. Il patrigno della sposa ha cantato due canzoni: un pezzo di Dylan molto bello, che gli è venuto anche bene; e uno scritto appositamente per Eva, il giorno stesso.
Ecco, ci sono delle cose nella vita che non andrebbero mai fatte. Una di queste è comporre una canzone cinque ore prima di presentarla in pubblico, a maggior ragione se dedicata a qualcuno che ami. Nel novantanove percento dei casi, viene fuori una cagata. La musica è una cosa seria, non va violentata. Oltretutto si tratta di una tripla violenza: verso la musica, verso la persona per cui l’hai scritta e verso il pubblico che è costretto a sentirla. Testo da rabbrividire, esecuzione musicale da dimenticare, melodia non pervenuta. Potrei essere ancora più cattivo, ma per affetto mi fermo qui.
A serata finita ci siamo ritrovati democraticamente in fila al freddo in attesa del tipico autobus. Miles ci ha intrattenuto, chitarra in braccio, cantando le sue canzoni, e ha continuato sull’autobus per tutto il tragitto. Per un attimo mi è sembrato di essere negli anni ’70, con la mia famiglia fricchettona in giro per l’America. Non avrei potuto immaginare una conclusione migliore...