sabato 12 gennaio 2013

Oggi 12 Gennaio 2013, sedicesimo anniversario del mio incidente, voglio darvi in esclusiva alcune belle anticipazioni. Innanzitutto sulla destra potete ammirare la bellissima copertina del mio romanzo. Di seguito un elenco di alcune imperdibili date:

-21 Gennaio- Uscita libro.
-23 Gennaio- Ospite di Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche.
-31 Gennaio- Presentazione del libro a Fandango Incontro in via dei prefetti 22 (Roma) alle 18.30.

Un'estate anomala (terza parte)

La settimana passa velocemente. Uso la carrozzina per spostarmi tra i vari materassini gonfiabili che ho fatto sistemare in giro per non rimanere chiuso in camera: uno in salotto davanti alla tv e un altro in piscina. L’umpa continua a farsi aiutare dai miei amici. Ho un assistente assistito. Le rare volte in cui si lancia di sua iniziativa a fare qualcosa senza supervisione, combina disastri. Siamo tutti impegnati a controllare che non prenda iniziative e che faccia bene le pochissime cose che gli si chiedono di fare. Forse dovrei stipendiare i miei amici per lo stress da assistenza all’assistente. L’unica nota positiva sono i continui e lunghi bagni in piscina che, oltre a contrastare il caldo torrido d’agosto, sono un ottimo diversivo dalla noia del dover stare steso sui materassi. Il lunedì, come d’accordo, vado al CTO di Ostia dove mi montano uno schienale provvisorio. Scomodo ma almeno posso stare seduto senza correre alcun rischio, in attesa che arrivi l’agognata carrozzina nuova (mi tocca anche agognare per una sedia a rotelle). Mentre si avvicina l’ultimo giorno di lavoro dell’umpa (che sarà una gioia pari alla liberazione dell’Italia dai fascisti), di punto in bianco, si presenta Ramon: non è contento del nuovo impiego e vorrebbe tornare a lavorare per me. Contengo la gioia per evitare eventuali richieste di aumento salario, e mi metto d’accordo sul giorno in cui riprenderà servizio: il cinque di settembre. Non mi sembra vero, dall’inferno del demone umpa sto per risalire nel paradiso del santo Ramon. E infatti non è vero. Inizio a chiamarlo cinque giorni prima di rimanere solo, gli invio una decina di sms, e a due giorni dal congedo del demone non ho ancora ricevuto risposta. Preso dal panico, ricomincio a chiamare le varie agenzie che avevo già contattato senza successo. Sono tutte ancora chiuse tranne una, che mi assicura di avere la persona adatta per il tipo di lavoro. Lo incontro il giorno seguente: si chiama Eric, è filippino e parla inglese. Lo metto subito alla prova e sembra sveglio, e comunque non ho alternative quindi lo prendo. Il giorno seguente arriva l’agognato (questo sì, molto) addio dell’umpa, che prima di andarsene pretende una foto con tutti, anche con il suo sostituto. Evidentemente non gli è mai capitato di guadagnare soldi senza far niente, e vuole una documentazione dettagliata di luoghi e persone che glielo hanno permesso. E’ probabile che diventerà una storia da raccontare ai nipoti, un’esperienza da tramandare come sacro insegnamento: «Se mai vi capitasse una situazione del genere, miei adorati nipoti, non lasciatevela sfuggire!»
Eric impara velocemente. Mia madre gli fa un corso di cucina intensivo al quale, non solo sopravvive (il che porrebbe già a suo favore), ma che mette in pratica con ottimi risultati. L’unico neo, e non di poco conto, riguarda la guida. Nel colloquio aveva dato idea di saper guidare, nelle Filippine guidava un furgone per lavoro, in pratica è pericoloso come un neo patentato e non conosce le strade. Appoggia le mani sul volante in modo innaturale e non tiene gran conto della linea divisoria delle carreggiate. Mi chiedo se nelle Filippine siano tutti sensi unici. Cerco di fargli capire che mi piacerebbe molto evitare un frontale e che è importante tenere la destra, almeno qui da noi si usa così. Per il resto non posso lamentarmi, e mi sembra una persona buona e disponibile. Finalmente sono in grado di programmare un viaggio. Decido di andare a Ibiza. Il mio caro amico Andrea che vive lì da anni, ha una piccola casa a trenta metri da una delle più belle spiagge dell’isola. Si offre di ospitarmi e io accetto con entusiasmo. Voglio passare dieci giorni di totale relax senza spostarmi mai dalla vista del mare, se non per dormire. Conosco bene l’isola e quella parte in particolare che è la mia preferita. Mentre cerco rapidamente due biglietti d’aereo low cost, però, accade l’impensabile. Arriva Osvaldo, il mio fisioterapista, che esordisce così:
«Ho parlato di te con un ragazzo italiano che è molto interessato a farti da assistente».
Lo guardo a bocca aperta, metabolizzo le sue parole e parto con una serie di domande:
«Ma gli hai spiegato il tipo di lavoro? Gli hai detto che deve dormire sempre qui? Che deve aiutarmi nelle faccende più intime? Pulire, cucinare, guidare? Ha già esperienza nell’assistenza? Quanti anni ha? Possibile che un italiano voglia fare questo tipo di lavoro?»
«Gli ho detto tutto. Ha trentotto anni, poi vedi tu. Aspetta una tua chiamata, ti lascio il numero?»
«Certo! Lo chiamo subito».
L’unico assistente italiano che ho avuto in quindici anni è stato Miky, e con lui ho passato cinque anni fantastici. Siamo diventati grandi amici e tutt’ora è il mio jolly quando faccio viaggi intercontinentali. E’ un piacere viaggiare insieme a lui. Non posso farmi sfuggire l’occasione, sarebbe un evento ai limiti dell’incredibile. Lo chiamo e ci diamo appuntamento per il pomeriggio del giorno dopo...

giovedì 4 ottobre 2012

Un'estate anomala (seconda parte)

Augusto si presenta puntuale. Passo la giornata a insegnargli tutto il possibile e a fargli vedere dove sono posizionate le cose che mi servono. Intanto intervisto altri due ragazzi, uno dei quali sembra davvero adatto. Ci lasciamo con la promessa che, dopo aver sentito le sue referenze, lo richiamerò. Il nuovo arrivato mostra subito i suoi limiti. Ha detto che sa cucinare. Come faccio tutte le volte che provo qualcuno in cucina, gli chiedo di preparare un piatto di pasta con pomodoro e basilico, niente di più semplice. Il risultato è, ovviamente, disastroso: una piatto di penne rigate scotte navigano in un sugo di pelati dal sapore non meglio definito. Ha detto anche che non ha problemi a sollevare persone pesanti (sarei io, per l’altezza...). Per fortuna è tornato Alex, un mio caro amico al quale ho affittato una stanza. Il sollevatore di pesi si presenta con un busto e ha grosse difficoltà a mettermi in carrozzina. Alex si occupa del busto, la parte più pesante (va bene, un po’ di pancia c’è!), e releghiamo Augusto alle gambe. Non vi descrivo l’agonia del malcapitato per posizionarmi a dovere sul letto. Per farla breve, il giorno seguente, mi chiede udienza:
«Senior Lorenzo, posso parlare un attimo?»
«Certo Augusto, mi dica»
«Sinseramente io non posso fare questo tipo di esforso»
«Questo l’ho capito, ma lei mi ha detto che non aveva problemi a sollevare persone pesanti»
«Per questo voglio esser sensero»
«Poteva essere ‘sensero’ due giorni fa così non perdevamo tempo»
«...»
«Ora deve aspettare che trovi un’altra persona».
Ho già sentito le referenze dell’altro candidato, quindi lo convoco d’urgenza. La cosa davvero buffa è che Augusto e Armando, questo il nome del nuovo arrivo, sono praticamente identici: stesso colore di pelle, stessa altezza, tratti somatici simili. Si muovono per casa insieme, sempre. Sono inseparabili: due perfetti umpalumpa, quelli della fabbrica di cioccolato di Willie Wonka. A volte scambio i nomi. Mi viene voglia di tenerli entrambi, nel letto entrerebbero comodamente, ma le scarse finanze e il fatto che mangiano per quattro, me lo impediscono. Alex e Alessia continuano ad aiutarmi tutti i giorni (mia sorella è giustamente partita), anche perché io dei due umpa insieme mi fido poco, togliendogli fatica e responsabilità. Tanto che l’umpa Augusto mi richiede udienza:
«Posso parlare un attimo?»
«Certo mi dica»
«Io senseramente vorrei restare»
«Come vuole restare? E la schiena, gli sforzi?»
«Posso farcela»
«Guardi che se rimane, fino a Settembre non voglio sentire lamentele fisiche di nessun tipo. D’accordo?»
«Va bene».
Alla fine sono identici, uno vale l’altro, devo solo superare il mese di Agosto.
Arriva il giorno dell’incontro con la dottoressa. Augusto ha detto che ha la patente e sa guidare, ma l’ho visto consultare un libro con il significato della segnaletica stradale. Non ho voglia di morire con l’umpa, mi faccio accompagnare anche da Alex che guida il furgone. Una cosa che ho visto accadere raramente e solo con sudamericani, è la pressoché inesistente curiosità: se c’è qualcuno che fa al posto loro, si disinteressano completamente. Per esempio: devo salire sul mio furgone e legare la carrozzina all’interno. Alex gli fa vedere come si fa la prima volta, si presuppone che al ritorno l’umpa prenda l’iniziativa e ci provi da solo, anche sbagliando non ha importanza, dopo due-tre volte imparerà. Lui resta fermo come una statua e aspetta che Alex prenda in mano, di nuovo, la situazione.
La dottoressa mi ribadisce ciò che già sapevo: letto fino a dopo Ferragosto, poi mi cambieranno lo schienale in attesa dell’arrivo della nuova carrozzina. Oggi è lunedì, il cambio è previsto per lunedì prossimo. Un mese da incorniciare...

domenica 23 settembre 2012

Un'estate anomala (Prima parte)

Avete già letto il post ‘Giustizia italiana’, inutile quindi soffermarmi ancora sul mercenario srilankese (o cingalese, non ho mai capito). Voglio invece raccontarvi quello che è successo dopo essermi felicemente liberato di lui. Non fatevi ingannare dalle mie parole, non è stato il preludio di un’estate all’insegna della spensieratezza, bensì l’esatto contrario: un flusso costante di problemi che neanche il rito voodoo più perverso sarebbe stato in grado di creare.
Mentre avviene il fattaccio col mercenario (cambio tempo per farvi vivere più direttamente la tragica escalation), contatto un’agenzia che fornisce personale secondo i requisiti richiesti. Parlo con il titolare che, dopo aver ascoltato le mie esigenze, mi risponde raggiante:
«Ho proprio la persona che fa per lei!»
«Mi dica»
«Filippino, trentadue anni. Da ventisette in Italia, praticamente parla con accento romanesco. Sa fare tutto e ha esperienza nel campo dell’assistenza, anzi è proprio il tipo di lavoro che cerca. Glielo mando per un’intervista?»
«Certo!»
«Si chiama Ramon e questo è il suo numero, lo chiami e si metta d’accordo direttamente con lui»
«Grazie».
Incredibile, penso, bingo al primo tentativo. Non mi è mai successo, quindi nutro ancora qualche perplessità, ma allo stesso tempo sono fiducioso. Tempismo perfetto: cacciato un mentecatto, arriva il superman degli assistenti. In effetti, dopo l’intervista, sono io quello raggiante. Ramon è davvero superman: un ragazzone dalla possente stazza, ha molta esperienza e ottime referenze. E’ sveglio (forse anche troppo), e lo dimostra subito lamentandosi per la sporcizia della casa. Oltretutto è un ex kickboxer, quindi all’occorrenza anche guardia del corpo, che non guasta. Lo prendo in prova. Per i seguenti diciotto giorni mi sembra di aver raggiunto il Nirvana: impara tutto subito, la casa non è mai stata così pulita, cucina e guida benissimo, spesso anticipa i miei pensieri. Posso finalmente delegare senza ritrovarmi davanti a disastri inaspettati. Praticamente perfetto. E’ un po’ sopra le righe dal punto di vista degli approcci: sciorina soprannomi e storpiature dopo averti conosciuto da un minuto, e tende a farsi sentire se qualcosa non funziona, ma va bene così. D’un tratto, tutto ciò che ho passato con il mercenario sembra avere senso: c’era super Ramon ad aspettarmi. Mi faccio preparare il contratto dal mio commercialista, e finito il periodo di prova, lo firma. E’ fatta, mi dico, per i prossimi anni sono in una botte di ferro. Il giorno dopo aver firmato, mi comunica che ha trovato un lavoro dove lo pagano molto meglio e può dormire a casa. Avendo moglie e figlio, non può perdere l’occasione. Gli dispiace molto e mi promette che aspetterà finché non avrò trovato un degno sostituto. Mi cade il mondo addosso. Cerco di farmene una ragione pensando ai suoi difetti (pochi) e concentrandomi sul fatalismo: vuol dire che doveva andare così, ne arriverà uno ancora più bravo, anche se ci credo poco. A distanza di un giorno mi danno il numero di Arlyn, una filippina molto fidata che sicuramente sarà in grado di trovarmi qualcuno. La chiamo e le espongo i miei bisogni. Non mi lascia finire la spiegazione, e sbotta entusiasta:
«Mio marito!»
«...»
«Signore la prego, smetta di cercare. Mio marito è perfetto e cerca disperatamente lavoro. Veniamo subito a trovarla»
«Va bene domani?»
«Certo signore. Mio Dio, è come vincer«e la lotteria! Grazie, a domani!».
Si presentano insieme al figlio e a un suo amichetto, figlio della sua datrice di lavoro. Il candidato alla vincita della lotteria si chiama Jimmy: tarchiato ma robusto, con un baffetto anni ’70. Parla un italiano stentato e quasi sottovoce. Sembra molto meno entusiasta della moglie. Gli spiego che dovrà iniziare subito per imparare velocemente, perché è venerdì e ho intenzione di partire il martedì successivo. E’ molto meno espansivo di Ramon, e questo è un bene. Mi chiede se, quando usciamo in macchina, si deve mettere in giacca e cravatta. Ho la tentazione di dire sì, sarebbe una scena meravigliosa: un fricchettone tatuato, scortato da un impeccabile assistente in completo nero. Gli chiedo solo di impegnarsi perché il tempo è poco, e ci sono tante cose da capire.
Passa tutto il sabato a lezione da Ramon, e rimane anche la notte. Sembra sveglio e capace (il soprannome, inutile che ve lo dica, viene da se: Jimmy il Fenomeno). Ci diamo poi appuntamento per la mattina di lunedì, per iniziare ufficialmente il lavoro e preparare le valigie per l’imminente partenza.
Ovviamente non si presenta. Lo chiamo e mi sciorina una serie di problemi surreali che faccio fatica a capire:
«Signore sono in un ufficio, mi hanno sequestrato il furgone dei fiori»
«...»
«E poi mi stanno cacciando di casa perché non pago affitto»
«...»
«E devo fare nuovi documenti per me»
(Ho reso la conversazione comprensibile focalizzando le frasi importanti, in realtà era condita da ragionamenti privi di senso).
«Scusa ma non riesco a capire, tutti questi problemi li avevi già, perché hai accettato il lavoro?»
«Pensavo di risolvere oggi»
«Non mi sembrano problemi di facile risoluzione»
«Lo so, infatti i miei problemi sono molto più gravi del suo».
Quest’ultima frase mi lascia davvero senza parole. Mi libero del telefono quasi fosse incandescente, e lo passo a Ramon:
«Parlaci tu con questo».
Ramon ci scambia qualche battuta in lingua madre e attacca. Inizia a bestemmiare (in italiano) e maledice il povero squilibrato.
La situazione ora è pessima: Ramon deve andare via, e io non so dove sbattere la testa per trovare una nuova persona, e per di più è saltata la vacanza. Il risultato è che per quattro giorni rimango da solo, con l’aiuto di mia sorella Valentina e di Alessia: una mia cara amica che sto ospitando per l’estate. Gestirmi non è cosa semplice, dalla pipì alla sistemazione in carrozzina e a letto nelle giusta maniera, fino alla vestizione e svestizione. Più altre pratiche che, normalmente, sono per me routine, ma che fatte da ‘novizi’ risultano più difficili del previsto. E mettiamoci anche il mio disagio quando sono costretto a farmi aiutare da amici e affetti. Insomma, un disastro. Per di più, da un giorno all’altro, lo schienale della mia sedia a rotelle decide che è arrivato il momento di morire. Non prima, però, di avermi creato dei problemi. Torno a letto e mi ritrovo graffi sulla schiena e punti ampiamente arrossati. La cosa non mi preoccupa molto, magari Ramon mi ha graffiato mettendomi seduto e mia sorella mi ha posizionato male. Mi sembra impossibile che sia lo schienale, così dal nulla. Il giorno dopo mi siedo qualche ora e torno a letto per controllare. Ci sono nuovi graffi e gli arrossamenti sono peggiorati. Non posso assolutamente stare seduto. Chiamo in ospedale: la mia ergoterapista sta andando in ferie e mi dice che comunque non può vedermi se prima non parlo con la dottoressa. C’è una nuova circolare che le impedisce di avere pazienti esterni non ufficiali. Chiamo la dottoressa che mi da appuntamento al lunedì successivo per capire la situazione.
Intanto cerco, tramite amicizie, agenzie, caritas e qualunque canale mi venga in mente, un nuovo assistente. La caritas prende i miei dati e le informazioni su cosa mi serve. Mi risponde una signora che, dal suono della voce, sembrerebbe anziana; neanche sente molto bene e, di conseguenza, urla. A dirla tutta sembra anche contrariata e infastidita dalla telefonata, forse l’ho svegliata durante il riposino. Comunque non riceverò chiamate dalla caritas. Le agenzie sono chiuse fino ai primi di Settembre. Tramite amicizie condominiali e non, ricevo i alcuni candidati. Il primo è africano e ispira fiducia come una tigre affamata, mi faccio lasciare il numero anche se so già che non lo chiamerò. Dopo qualche ora si presenta un signore: Augusto, boliviano. E’ basso ma dice che non ha problemi a sollevare persone pesanti. Restiamo a parlare per un’ora e mi lascia il suo numero e delle referenze per informarmi sul suo operato. Chiamo il numero del suo vecchio datore di lavoro. Mi risponde una signora che mi racconta, in termini entusiastici, che Augusto si è occupato del padre emiplegico per cinque anni in modo impeccabile. Aggiunge che è una persona molto affidabile e precisa. Lo richiamo per confermargli il mio interessamento, e qui arriva la solita frase che non ti aspetti (vi rammento che gli ho spiegato per un’ora il tipo di lavoro):
«Scusi, ma lei può camminare?».
〚La risposta che vorrei dare è questa:
«Che c’entra certo che posso, ma sono ricco e non mi va».〛
Resto un secondo in silenzio:
«Ma abbiamo parlato per un’ora, no che non posso»
«E fino a quando ha bisogno di assistenza?»
«Almeno fino a Settembre, ma le ho già detto anche questo»
«Allora va bene, vengo domani mattina»
«Va bene, a domani».
In realtà non va bene per niente, sono già preoccupato, ma per ora non ho scelta. Domani ho altri due appuntamenti, intanto mi copro. Ho imparato la lezione.


giovedì 23 agosto 2012

Che cos’è la solitudine?
E’ difficile rispondere perché, almeno per quanto mi riguarda, è una condizione legata a tanti fattori. Non importa se sono circondato da persone che mi vogliono bene, e che non perdono mai l’occasione di dimostrarlo. E’ una solitudine interiore la mia, una compagna di vita costante, che si fa piccola e si nasconde nei momenti spensierati, e poi riaffiora in superficie quando trova il giusto nutrimento, come un pesce affamato alla ricerca di cibo. Quel nutrimento che, negli ultimi due mesi, è arrivato in abbondanza (ne parlerò nel prossimo post). Non c’entra la condizione fisica che mi accompagna da ormai quindici anni, o meglio in parte sì, ma è solo una conseguenza che recita un ruolo di minore importanza. Passo giornate intere a riflettere, analizzare, cercare le precise motivazioni del malessere, ma non faccio altro che aumentare la confusione. Forse ora è colpa dell’estate. Un’estate passata in casa a combattere contro eventi inaspettati; un’estate senza sabbia, senza bagni salati purificanti, senza sole che ricarichi le batterie consumate dall’inverno; un’estate senza tramonti, senza colori, senza vento; un’estate in cui il frinire delle cicale e il profumo delle piante bagnate, amplifica il dolore. L’estate che illumina ogni cosa, ma che questa volta mi ha mostrato il suo lato più oscuro. Forse è colpa dei sentimenti che, quando meno te l’aspetti, ti avvolgono e ti consumano. Quelli legati al passato, che la malinconia di passaggio risveglia, e quelli presenti, quando desidero che qualcuno mi guardi con occhi diversi. Gli stessi occhi con i quali mi guardava poco tempo fa, ma che non ho saputo cogliere al momento giusto, e ora sembrano spenti e ciechi di fronte ai miei sforzi per farmi notare di nuovo. E allora vorrei avere il potere di tornare indietro per porre rimedio agli sbagli incautamente commessi, vorrei mi fosse concessa la possibilità di sentire quello sguardo nel cuore, così come vorrei sentirlo adesso. A pensarci bene, le scoperte fuori tempo fanno parte della mia vita e della mia essenza da sempre. Potrei farne un lungo elenco. Faccio del mio meglio per rendermi conto quando mi trovo di fronte qualcosa di importante, ma succede sempre che me ne accorga dopo, quando è troppo tardi. Anche questo aspetto alimenta la solitudine che mi blocca, come fossi incastrato nelle chele di un granchio. Ed è qui che si manifestano le immagini della mia vita passata: la libertà e l’indipendenza perdute, la voglia di far vedere tutto quello che so fare, ma che questo corpo immobile rinchiude come fosse una gabbia. Un tuffo in piscina, una nuotata solitaria, un’immersione notturna dentro quel mondo liquido e ovattato del quale sento un’incolmabile mancanza. Pensieri stupidi, lo so, ma non riesco a tenerli sempre chiusi in un cassetto. E la solitudine aumenta, senza alcun possibile rimedio. Sono sempre gentile con tutti. Ascolto con attenzione, assorbo e aiuto a risolvere – per quanto possa – i problemi degli altri, come è giusto che sia. Mi diverto e condivido momenti spensierati. Ma in realtà sono assente, e forse dovrei esserlo davvero. Mi sento diverso dagli esseri umani che mi circondano e da questo strano mondo che gira, ma sembra sempre più fermo. Forse mi sono sempre sentito così, fuori posto.
Scrivere, a volte, è come piangere: esternare un pensiero opprimente per poi sentirsi meglio.
Non mi sento meglio per niente.

sabato 21 luglio 2012

Che noia la febbre d'estate, che noia la solitudine quando si è malati. Tutti dicono: sei malato, vorrai stare da solo. No! La malattia in solitudine è come una lanterna notturna senza falene, come un falò senza qualcuno intorno. Ci vuole una presenza, un carezza, un bacio. E si guarisce prima, molto prima. Lo so bene io.
Sul letto, accaldato dall'effetto delle medicine, mi godo il vento artificiale del ventilatore. Occhi chiusi, immagino di essere su un catamarano che, a vele spiegate, rincorre il sole per non farlo tramontare mai. Tre gocce leggere mi cadono sul viso. Apro gli occhi. Sul soffitto vola una grande falena, sbattendo qua e là. Ma le falene pisciano?