martedì 7 giugno 2011

Oriente

Voglia d'oriente.
Voglia di lumini a indicare la via attraverso stretti vicoli sabbiosi,
voglia di terra ocra e polveri porpora,
voglia di viaggiare libero cavalcando un proiettile su due ruote,
voglia di strade proibite, bucate, dismesse lungo passi incantati,
terra di animali selvatici, d'occhi sorpresi nascosti in capanne fangose,
voglia di fresco pesce d'oceano, di spezie sconosciute, di torrette sospese nel tempo su cui aspettare l'alba,
voglia di scogliere a strapiombo, di spiagge bianche e di cascate d'acqua dolce dopo un bagno salato,
voglia di sabbia calda e soffice sotto ai piedi e di onde blu cobalto sul corpo,
voglia di frutta in cesti,
di donne scure, anelli, orecchini, collane e vesti,
voglia di reti e pescatori di primo mattino e tarda serata,
voglia di barchini di passaggio a cui attaccarmi mentre nuoto in un mondo liquido che non mi appartiene,
ma che sento così mio,
voglia di sentire il tuo odore e rimanerne estasiato,
e voglia di camminare solo, sedermi davanti al tramonto e incontrare un cane,
e insieme lasciare che il sole svanisca all'orizzonte e svanire con lui,
tu a nord e io a sud,
ognuno per la sua strada.

giovedì 26 maggio 2011

''La febbra''...

Eccomi qua! Sono le 2.25 e ho 39.1 di febbre!
Così per mettere le cose in chiaro subito.
Gli amici che mi seguono sanno bene che mi piace scrivere quando sono nel delirio febbrile. Non perdo occasione per farlo. Oggi però non sto delirando. Mi trema decisamente la mano, ma credo di essere abbastanza lucio. Magari lo penso e basta. Questo si vedrà alla fine, intanto ho deciso di non effettuare correzioni. Vi beccate gli eventuali errori.
Rischio di essere monotono ma sto andando a fuoco cazzo! Utn caldo atroce. Vorrei accendere l'aria condizionsta ma la polmonite mi aspetta a braccia aperte. Perchè il fresco mi riassa e mi addormento, e mi risveglio che sono divetato un cubetyo di ghiaccio.
E mi auto o dell'ombecille, per poi ricascarci dopo mezz'ora. Un genio.
Sto riflettendo sulla morte.
Mica la mia. Quell dei membri della mia famiglia, di alcuni membri, di uno...mia madre. Non so se sia un rigurgito del fatto che in questo periodo è troppo presente. Me la ritrovo intorno in continuazione. Scrivere diventa un utopia (guardate l'ota e le condizioni in cui lo sto facwendo). (ota e facwendo: che meraviglia!). Quindi mi immagino il ritrovamento del cadvere, il dolore, il macello in famiglia. Parenti e amici affranti. Nessuna battaglia sui soldi per fortuna, assenti all'appello. I discorsi in chiesa. Purtroppo si, chiesa. E' credente. Un po' in tutto in realtà. Nel calderone della sua spiritualità cìè spazio per yutti. Dio, la Madonna, Buddha, Sai Baba, Padre Pio, Madre Teresa e pure Quelo (per essere sicuri). Ma non ci perdonerebbe il funerale in un posto che non sia la chiesa. Pensavo a questa che abbiamo nella via di casa, ma a occhio e croce è troppo piccola. Lei ha tanti amici e li vuole tutti a disperarsi per la sua prematura scomparsa. Qualsiasi età abbia raggiunto quanso capiterà il lieto, ups no, triste tristissimo evento.
Si muovomo le parole, come fluttuassero nel mare (si fluttua nel mare?). Il coefferalgan sta facendo effetto. La coseina che ha nella composizione più che altro. In effetti, ora che ci penso, sto un po' fatto.
Sono stato cinque minuti a combattere per aprire una bottigietta d'acqua da mezzo litro, bere e richiuderla senza fradiciare il letto. Ci sono riuscito, ma lo sforzo mi ha fatto rivenire sete. Quando un cane si morde la coda...
Fa caldo e mi bruciao gli occhi. Fa caldo come nel libro di Marquez che ho letto ieri: ''Storia delle mie puttane tristi''. Consigliatomi da Martina (avevo scritto Nartina, ho corretto. Ma è l'unica volta giuro...). Un caldo dove il corpo addormentato della giovane Degaldina suda e si bagna, mentre il vecchio protagonista l'asciuga e le racconta tutto quello che sa, con la dedizione di cui solo il vero amore è dotato. Un amore che vorrei provare anch'io, che non so se ho mai provato. Ora non ricordo.
La scrittura ha cambiato colore, è diventata azzurra. Mi debo preoccupare?
Un bell'azzurro intenso. Non è che nia madre si offende quando leggerà questo post? Mica cvoglio che muoia, mi sembra chiaro. Dicono che se sogni la morte di qualcuno gli allunghi la vita, io ho immaginato/sognato rtutto il funerale. Dovremmo essere coperti da disgrazie. Gli avrò allungato la vita a morte (aha non ho resistito). Ci metterà nella bara a tutti. Adieumonamis!

giovedì 19 maggio 2011

Comparse

Con questa poesia ho partecipato alla terza edizione dell'evento ''Pensieri in Arte''. Un abbraccio Giovanna!



La ragione rincorre emozioni e sentimenti,
dimensioni parallele mai unite
come musiche dissonanti su spartiti armonici

Cammino in precario equilibrio
sul filo che mi tiene in vita,
sospeso fra nuvole dense di pensieri

Mi divido
Mi moltiplico

In una vita che mi appartiene a tratti
in un mondo di cui conosco i confini,
tra una prigione colorata
e un montacarichi che sale dritto all'inferno.

Non trovo pace ne soddisfazione,
pur scaltro e loquace che sia,
in questo diffidente tempo,
maligno avversario sotto molteplici forme
insolenti, insensibili, false.

Mi sottraggo

Al quieto vivere affido poche righe,
e da toro infuriato affronto le mie vite
in mano a sconosciute comparse,
dimenticate ancor prima di apparire.

Anonime entità in anonime vesti
con anonimi trascorsi,
si intrecciano soli i nostri percorsi
senza alternative,
col coraggio di mentire per sopravvivere.

lunedì 16 maggio 2011

Pioggia.
Una pioggia insistente, tenace, convinta come la mia voglia di non esserci.
Di essere altrove. Al di là di un recinto, di uno steccato, di un muro.
Al di là di un confine, di un arcobaleno, di un cielo denso di nubi.
Al di là di un sogno.
Già i sogni, quei mondi confusi di immagini, sensazioni, simboli. Creati dai ricordi ammassati alla rinfusa nel ripostiglio del mio intimo teatro. Che premono per uscire e farsi ammirare anche per un solo attimo. Quei sogni carichi d’ansia, d’incertezza, dove sono vittima di soprusi e schiavitù. Quelli dove sono al servizio di un malvagio, dove combatto e rischio di essere ucciso. Dove fuggo da un pericolo che non conosco. Quelli da cui mi voglio liberare, e succede che invece di svegliarmi, viengo catapultato in un altro sogno che somiglia alla realtà e mi confonde. Quelli dove scopro la bellezza, dove mi ritrovo a volare su una foresta dai colori autunnali, dove qualcuno che ho appena incontrato mi sorride e mi dice di essere contento che io sia ancora vivo.
E poi al risveglio, i pensieri di quei sogni mi fanno compagnia. Cerco una spiegazione, un motivo, una ragione che non trovo mai. Forse perché non voglio trovarla, o forse perché non esiste. Come non esiste il mondo che ho costruito, se non nel mio intimo teatro.
E allora sento qualcosa bruciare nello stomaco. Ho voglia di fuggire, di correre, di vivere realtà diverse. Ho voglia di toccare con mano tutto ciò che esiste davvero. Ho voglia di imparare tutto quello posso. Ho voglia di intraprendere un lungo viaggio, di vivere un’avventura. E ho voglia di incontrare quel sorriso, per sentirmi vivo.

martedì 10 maggio 2011

Ieri sera sono stato al teatro Ambra Jovinelli per assistere al concerto del mio amico Niccolò Fabi. Un concerto che si preannunciava molto particolare perché eseguito da solista, senza l’appoggio della band. Si è sempre titubanti quando si tratta di questo tipo di concerti. Non è facile tenere la giusta tensione per tutta la durata della performance, molto spesso si sente la mancanza degli altri strumenti e, inevitabilmente, si cade nella noia. Il teatro è colmo di gente e il fatto che a esibirsi sia una persona a cui voglio bene, mi incute un po’ di paura. Non voglio vedere volti delusi o annoiati, mi farebbe male. Al contrario, risulterà essere uno di quei concerti che rimangono saldati nell’anima e nel cuore per sempre; quelli che quando ci ripensi, si ripresentano vividi con immagini, colori, profumi, sogni, volti, sorrisi, lacrime, gesti come se non avessero mai fine. Ma andiamo per gradi.
Arrivo al teatro in compagnia di Giulia (amica/sorella) e incontriamo subito Shirin (amica quasi sorella), la compagna di Niccolò, scintillante nel suo meraviglioso outfit di paillettes. Mi consegna il pass e si dilegua presa dai mille impegni pre concerto. Ci uniamo al resto del nutrito gruppo di amici presenti e, dopo un aperitivo a base di campari e biscottini salati al peperoncino – in realtà somigliano ai croccantini dei miei cani, infatti li mangio solo io – entriamo in teatro. I posti sono tutti vicini dietro l’ultima fila su una sorta di palchetto rialzato, vicino all’entrata. In questo caso sono il fortunato possessore di una ‘poltrona mobile’, quindi si presume che possa stare un po’ dove mi pare. Arriva subito un’addetta ai posti per dirmi che mi devo spostare più giù (si presume, appunto), sul lato corridoio destro per intenderci, per ragioni di sicurezza:
«Sa in caso di incendio, intralcerebbe la strada».
Il corridoio è stretto, mentre io sono nell’angolo vicino al muro di una piazza d’armi. Lo faccio presente:
«Mi sa che rischio di intralciare più li che qui, e vorrei vedere il concerto con i miei amici»
«Mi dispiace, ordini della direttrice»
«Ci parlo io con la direttrice, dov’è?»
«Un momento».
Alla fine grazie alla mediazione pacifica di un amico, senza le mie ormai famose piazzate, rimango dove sono. Le luci si spengono e si apre il sipario.
Luci soffuse su una scenografia fatta di: un piccolo divano, un’abajour, due chitarre acustiche (una dodici corde), una semiacustica, un piccolo amplificatore su un mobiletto, uno specchio, una tastiera con seggiolino bianco, una tastierina su una lampada bluastra, tre microfoni, un tamburello con pedale da grancassa incorporato e due palloncini che fluttuano in aria legati al palco.
Entra Niccolò sotto uno scrosciante applauso e prende parola. Prima spiegando quanto sia difficile per un cantautore romano esibirsi nella sua città, per quanto si cerchi di renderlo un concerto come gli altri, non lo è. Lo paragona al derby calcistico tra Roma e Lazio: per quanto gli allenatori si sforzino di farlo passare come una normale partita di campionato, sappiamo tutti che non lo è (mai paragone fu più azzeccato). Poi introduce lo show che vuole essere un viaggio, un affaccio sulla scatola teatrale con le sue regole e le sue libertà, un racconto con la sua linea narrativa. E spera che ci lasceremo condurre in questo mondo privo di barriere e inibizioni.
Inizia il concerto.
Dopo il primo pezzo di scioglimento psicofisico dall’una e dall’altra parte, almeno per quanto mi riguarda, ha inizio un percorso su una strada sconosciuta ma accogliente, sulle prime pagine di un romanzo che ti rapisce, su una rappresentazione teatrale fatta di gesti e movimenti accattivanti. Un meraviglioso connubio di musica, poesia, teatro, sensazioni, pensieri, amore, libertà. La band viene sostituita da loop creati ad arte sul momento, che accompagnano i ritornelli di alcune canzoni. Il fatto che non ci sia la rende ancora più presente, come le persone di cui senti più forte presenza proprio quando non ci sono (sagge parole di Niccolò). Tra un pezzo e l’altro, a intervalli non regolari, Niccolò toglie un oggetto sempre accompagnando il movimento con una musica e lo congeda con dei gesti come se fosse un ospite dopo la sua performance. La gente applaude e capisce. Inizia ad affezionarsi agli oggetti, canta le canzoni. Anche gli strumenti vengono omaggiati da gesti d’entrata e d’uscita come fossero i membri del gruppo, e lo sono. Dopo un’ora e mezza di concerto, passata come un minuto, non mi sento sazio. E neanche il pubblico. L’ultimo oggetto a lasciare il palco è il tamburello/grancassa. E’ qui che la magia prende forma: la gente grida un no corale. Un no che significa non finire questo viaggio, non chiudere il libro, non abbassare il sipario! No! Vogliamo continuare!
Per il gran finale scandito dal famoso pezzo di Mina ‘Parole Parole’, rimangono sul palco Niccolò, la sua chitarra acustica e Lulù sottoforma di palloncini. I prolungati applausi fanno il resto.
Pochi giorni prima del concerto ho incontrato Niccolò e abbiamo parlato dello spettacolo. Aveva paura che l’impegno nella parte ‘meccanica’ (loops, vari strumenti, scenografia) avrebbe tolto profondità e poesia all’interpretazione. Ti assicuro amico mio che, al contrario, ne ha aggiunta e ha lasciato il segno.
E’ stato un bellissimo viaggio. Grazie Niccolò, davvero.

giovedì 21 aprile 2011

Stamattina, mentre ero impegnato in una video chiamata su Skype con un amico che vive a Londra, mi è arrivata una richiesta di aggiunta ai contatti da parte di una certa Irma Donzelli. Ho iniziato a rovistare nei più reconditi anfratti del mio hard disk cerebrale, da cui spesso non vengo adeguatamente assistito (diciamolo...), ma il nome non si associava a nessuna immagine presente. Stavo per rifiutare la richiesta ma, al solito, la curiosità ha avuto il sopravvento:
«Chi sei? Ci conosciamo?»
«Zia Irma, sto sperimentando»
«Ooo Ziaaa!».
Ma certo, la mia zia anconetana preferita! Non ho riconosciuto il suo cognome da nubile, probabilmente non l'ho mai saputo. Per me è stata ed è (fortunatamente) sempre Irma Pennazzi. Che in realtà sarebbe mia cugina di primo grado (acquisita), ma che essendo molto più grande di me, ho chiamato sempre zia (è una lunga storia...).
«Come stai?»
«Sono una somara».
Naturalmente accetto la richiesta e ricevo un'immediata video chiamata. Mio cugino Marco, figlio di Irma, aggiusta i settaggi per attivare la telecamera e le porge la cuffia:
«Eccola, sei diventata un'internauta?»
«Non ce capisco niente»
«Come stai?»
«Bene, se tira avanti. Quando vieni a Numana??»
«Penso in estate, ma non so ancora».
Il ''quando vieni a Numana'' è solitamente seguito dalla richiesta di notizie su tutti i membri della mia famiglia, uno per uno. E infatti anche questa volta immancabilmente arriva:
«E Milvia, Roberta, Franco, Valentina come stanno? Che fanno?».
Riassumo brevemente le condizioni e la posizione geografica attuale e prossima di tutti. Arriva anche la seconda richiesta (immancabile anch'essa):
«Quest'estate devi prendere un pullman e portarli tutti qui!!»
«Ci provo tutti gli anni zia, con scarsi risultati»
«Eh lo so, ognuno c'ha le sue».
«Adesso che sei connessa in rete, ci sentiamo di più»
«Si si, ti chiamo. Certo prima me devo fa scrive le istruzioni come il vangelo, se no chi è capace!?»
«Salutami tutti zia»
«Aspetta ti passo Marco. Marco vieni che ti saluta Lollo!».
Arriva, ma prima di riuscire a parlarci cade la linea. Ricevere la richiesta su Skype e vedere zia con indosso le cuffie davanti al computer parlarmi con l'inconfondibile accento anconetano, mi ha fatto davvero piacere (oltre a farmi ridere). Una zia al passo con i tempi e la tecnologia. Brava! Prossima tappa Facebook!

lunedì 4 aprile 2011

DEMO 3000

Qualche sera fa sono stato invitato alla Rai di via Asiago per assistere alla diretta della tremilesima puntata della trasmissione radiofonica ‘DEMO’. Ideata e condotta dal fantastico duo Michael Pergolani e Renato Marengo, la trasmissione permette a giovani artisti di mandare le proprie canzoni su cd (una volta si trattava di ‘demo tapes’) che, dopo una doverosa cernita, vengono trasmessi alla radio. Un veicolo fantastico per dar voce e pubblicità ai tanti musicisti che non hanno possibilità di farlo in altro modo. Conosco bene il mondo della gavetta musicale perché ne ho fatto parte. Ho mandato cassette e cd a destra e a manca per anni. Molte volte, quasi tutte, sono tornati indietro inascoltati, o non sono tornati affatto (sempre inascoltati), o non hanno avuto riscontro positivo (inascoltati?). E’ davvero frustrante dopo aver passato ore e ore a comporre, registrare e aggiustare brani, sempre con entusiasmo e passione, non avere alcun riscontro, positivo o negativo che sia. Il più delle volte perché non si hanno contatti con il mondo musicale che conta (più che mondo lo definirei girone dantesco). Ma veniamo alla serata.
Sono stato invitato da Michael, amico di una vita e padre acquisito. Ma anche in veste di fornitore del primo demo di ‘DEMO’, con una canzone composta insieme agli amici David Nerattini e Giulio Iraci, per essere la sigla del programma: la ormai famosa ‘Su dai dai’.
Arrivo davanti all’entrata di via Asiago che ha la classica e immancabile lunga scalinata. Un usciere mi prende in consegna e mi porta a un’altra entrata dall’altro lato della strada. Prima di me entra un furgone. Il conducente sta portando le mozzarelle di bufala per il buffet pre trasmissione. Lo scambio di battute tra i due è fantastico:
conducente:«Stanno arrivando due colleghi, devi aspettarli prima di chiudere»
usciere:«Ma io devo portare il signore»
c:«Lo so però io mi devo sbrigare, senza le mozzarelle il buffet non apre»
u:«Ma non possono timbrare sopra?»
c:«Gli ho detto di venire qua, abbi pazienza, le mozzarelle...»
u:«Le dispiace aspettare due minuti?»
io:«Si figuri, le mozzarelle...».
Insomma davanti a uno scatolone di mozzarelle di bufala campana, neanche il disabile ha la precedenza.
Alla fine l’usciere riesce a dirottare i colleghi del conducente all’entrata di sopra e, dopo aver percorso un tunnel sotterraneo degno di un film di Kubrik – con annesse lamentele dell’usciere sullo sciopero dei mezzi e la lontananza tra casa e posto di lavoro - mi ritrovo in un ascensore insieme allo scatolone di mozzarelle. Almeno la soddisfazione di un parimerito.
L’atrio di fronte all’ingresso della sala A è già abbastanza pieno. Vedo Michael ma è impegnato in una fitta conversazione, spero non sulle mozzarelle. La serata si preannuncia ottima. Due ore di musica dal vivo con giovani promesse vincitrici di premi grazie agli eventi organizzati dalla trasmissione, insieme a professionisti che ne sposano la causa e che sono abbastanza umili e sensibili da ricordarsi di quando erano nessuno: Nicolò Fabi, Max Belli, Teresa De Sio, Ron, Francesca Schiavo. Nel frattempo hanno aperto il buffet. Mando il mio assistente a fare rifornimento. Dopo il confronto sulla precedenza ho il diritto di cibarmi delle bufale, una sorta di vendetta. Devo ammettere che sono proprio ottime, aveva ragione il conducente. Prima le mozzarelle!
Appena finito di gustare le specialità sudiste, neanche mi stesse osservando, arriva un altro usciere che mi invita a entrare in sala. Lo seguo come un cagnolino, solo che il genio si limita a zigzagare tra la folla senza farmi strada. Una ragazza si accorge che devo passare e fa spostare dei signori. La guardo. Ha i capelli rossi e gli occhi azzurri, un bellissimo viso e un sorriso dolce. Uno di quei sorrisi che raccontano chi sei, che ti lasciano intravedere l’anima, che ti scaldano il cuore e ti fanno sentire al sicuro, che ti lasciano senza parole anche se saresti pronto a raccontargli tutto, a svelare il tuo più intimo segreto li in quel preciso istante che vorresti durasse in eterno. Ricambio il sorriso e la ringrazio. Forse dovrei seguire l’impulso e fermarmi a parlarle, ma per dirle cosa? Finirebbe tutto in una figuraccia impacciata da film, e la poesia del momento si disintegrerebbe in un secondo. Raggiungo l’usciere che mi fa entrare dalla regia perché c’è da fare una scala meno ripida. In effetti ha ragione. Scesa la scala mi sistemo nell’angolo sinistro della prima fila. C’è Belli che sta provando un medley dei suoi successi, mentre la gente inizia a occupare le poltrone della sala. Scambio due chiacchiere con Michael e Renato che sono contenti e credo anche emozionati. La trasmissione va avanti da quasi dieci anni e continua a avere uno strepitoso successo. Cosa che nessuno dei due si immaginava. Scruto la platea in cerca della ragazza ma non la vedo. Possibile che non sia entrata? Individuo due chiome rosse che però non corrispondono a quella che cerco. Micheal e Renato introducono l’imminente inizio della diretta con un discorso sulla storia del programma. Con mia grande sorpresa e imbarazzo, Michael racconta che il primo dei 40.000 ‘demo’ arrivati in questi anni è stato il mio (nostro David e Giulio...).
Parte la diretta con tanto di sigla eseguita dal vivo dalla band di turno. Mi viene da ridere ripensando a quando l’abbiamo composta e registrata sui primi hard disk recordings in un piccolo studio casalingo, divertendoci come bambini. Giovani talenti (davvero bravi), di cui purtroppo non ricordo i nomi, si susseguono sul palco inframezzati dalle altrettanto belle performance dei già affermati cantanti. Di tanto in tanto mi giro verso il pubblico per cercare la ragazza, ma non c’è. Arriva il momento di una giovane cantante scoperta da ‘DEMO’ che si sta affermando ad altissimi livelli. Vincitrice di tutte le manifestazioni da loro organizzate, nonché trionfatrice dell’ultimo X Factor. Michael e Renato la introducono all’unisono (siparietto in perfetto sync): Nathalie!
Sale sul palco lei! Con la sua chioma rossa, gli occhi azzurri felici e il sorriso dolce. Resto a bocca aperta. Ascolto Micheal raccontare i suoi trascorsi da gipsy in giro per l’Irlanda, con chitarra a tracolla a esibirsi nei pub. Essendo stato fricchettone girovago anch’io (lo sono ancora nell’anima), mi piace ancora di più. Sarebbe giusto provare anche della vergogna (e infatti la provo). Visti i miei trascorsi da musicista e produttore dovrei conoscerla, ma guardo raramente la tv e men che meno i programmi come X Factor o Amici. Anche se capisco che possono essere un trampolino di lancio per i giovani, li trovo repellenti dal punto di vista umano e dal modo in cui viene trattata la musica. Degli zoo in cui i cantanti sono gli animali e i ‘coach’ i domatori con tanto di frusta. Per di più con corredo di giudizio finale in mano a dei mentecatti strapagati per dire cose che non verrebbero in mente neanche a un surrealista come Jodorowsky.
Oltre a essere una bravissima cantante, Nathalie scrive anche dei bellissimi testi.
E non lo dico da infatuato, ma da addetto ai lavori. Passo il resto della serata a cercare di scorgerla dietro la tenda del backstage senza successo. Vorrei raccontarle la mia personalissima gaffe. Forse si divertirebbe a sentirla, e forse finiremmo a farci due chiacchiere al gianicolo guardando Roma. Una di quelle cose che i romani non fanno mai. Più probabilmente penserebbe di avere davanti un disabile matto.
Di tanto in tanto si avvicina l'usciere e mi chiede qualcosa. Queste in sequenza le domande poste:
«Se hai bisogno di qualcosa basta chiedere».
«Se sei stanco me lo dici e andiamo».
«Se te ne vuoi andare basta che me lo dici».
Non ho capito se è cortesia o se è lui che se ne vuole andare e invece è costretto a stare qui per me.
La due ore musicale finisce con un gruppo pugliese di pazzi (questi si...) tipo Balkan Beat Box, con il cantante che mostra gigantografie di Totò, corre per tutta la sala mettendo maschere in faccia al pubblico e alla fine lancia coriandoli. Fantastico! Serata meravigliosa e gran bella musica. Grazie DEMO!! Saluto Michael che mi invita alla prossima manifestazione organizzata dalla trasmissione, a cui andrò sicuramente. Uscendo lancio un’ultima occhiata al backstage, ma quel sorriso si è già dileguato. Vi lascio con una poesia scritta tempo fa che sembra riassumere questo momento, almeno per me. Si chiama ‘D’incontri fortuiti’. A presto...



D’incontri fortuiti
da un respiro mancato
soffocati dal cuore
sordo al suo stesso suono
d’occhi stupiti
che il suo lento sfilare ammirano
e senza parole rimpiangono,
per sempre