giovedì 4 settembre 2008

LE PENSIONI ARRETRATE Capitolo 9

Un anno e un mese fa mi sono messo in contatto con  l'Ital-uil, un patronato che assiste gratuitamente il cittadino nella contribuzione, nella domanda di pensione, nella disoccupazione e quant'altro. Nel mio caso, per richiedere pensioni di invalidità civile arretrate e per vedermi assegnata tale pensione con regolarità mensile, dato che il mio reddito rientra, ahimè, nella cifra limite imposta dall'inps. Mi reco, munito dei modelli unici degli ultimi otto anni e del certificato di invalidità, negli uffici del patronato in Via Cavour. Incontro la signora Bianca, con la quale controlliamo le dichiarazioni dei redditi. Tre di esse rientrano nei parametri richiesti. Compiliamo insieme la domanda, non senza una certa soddisfazione anche da parte della signora, visto che la cifra si aggira intorno ai tredicimila euro. Unico neo: per ricevere la somma ci vogliono sei mesi. Siamo a Luglio (2007), per Gennaio (2008) dovrei vedermeli apparire, come per magia, sul conto corrente. Non ho fretta per fortuna. Non ancora almeno. Arriva Gennaio e sul mio conto appaiono, senza alcun trucco magico, solo bollette da pagare. Chiamo l'ital-uil e parlo con una signora che, ovviamente, non sa niente della mia domanda. L'unica cosa che sa, è che Bianca non lavora più la da cinque mesi. Attacco e chiamo l'amico che a suo tempo mi aveva consigliato il patronato. Gli racconto l'accaduto. Dopo qualche giorno mi richiama: ha parlato con un signore che lavora nell'amministrazione del patronato, il quale, dopo aver ricevuto una "bustarella" contenente una maglietta originale della Roma e due biglietti per lo stadio (da me acquistati insieme alla maglietta), inizia a indagare sulla scomparsa della mia domanda. L'arcano è presto svelato. La mia domanda non è mai partita. Più precisamente, non ha mai lasciato lo scaffale dell'ufficio della fu impiegata dell'ital-uil Bianca. Il tipo dell'amministrazione mi mette allora in contatto con il signor Maurizio Soru, altro membro del patronato che lavora a stretto contatto con l'inps, promettendo che avrebbe sensibilmente accorciato i tempi di attesa per la ricezione dei miei arretrati. Siamo a Gennaio. Arriva Giugno e ancora non è successo niente. Sul mio conto appare di tutto, tranne il bonifico atteso. Chiamo il Soru per avere notizie. Dopo un paio di giorni di tentativi lo trovo. Mi dice che la mia pratica è in risoluzione e mi da appuntamento telefonico a metà Luglio, per comunicarmi la data esatta in cui riceverò il bonifico. Evviva, penso, finalmente ci siamo. Dopo un anno di attesa vedo la meta. Purtroppo canto vittoria troppo presto. Dal quindici al trenta Luglio lo chiamo, di media, tre volte al giorno senza ricevere mai risposta. Di contro, all'ultima telefonata mi attacca in faccia. Inizio a perdere la pazienza. Anzi no, la perdo del tutto. Contatto di nuovo l'amministratore oliato e gli vomito addosso (molto educatamente) l'accaduto, condito con ciò che penso riguardo al Soru. Mi promette che mi richiamerà a breve, dopo aver fatto chiarezza sull'episodio. Sorprendentemente mi richiama il giorno dopo, scusandosi "per la sgarbatezza del signor Soru" (parole sue) e lasciando il numero di Anna Franco (l'avranno chiamata Anna per l'italiofona omonimia?), altro membro della scuderia ital-uil che intrattiene rapporti diretti con l'inps. Signora "affidabile e preparata" (sempre parole sue). Altra giostra, altro giro. Chiamo. Mi tratta con una sufficienza che più sufficienza non si può. Dice di conoscere la mia situazione e di aver già sollecitato l'inps riguardo al pagamento. Dice anche che domani, suo ultimo giorno di lavoro, sarà all'inps e farà un nuovo sollecito. 
«Allora la chiamo domani per conoscere l'esito del sollecito?» chiedo.
«Se vuole...».
E' chiaro che voglio. E così faccio. Mi risponde proprio dall'ufficio inps che si occupa dei pagamenti, con la stessa sufficienza:« E' tutto a posto, riceverà le pensioni arretrate e la nuova pensione d'invalidità tra un mese».
Siamo ai primi giorni di Agosto, dovrei vederle arrivare per Settembre. Visti i precedenti, stavolta non esulto e mi faccio dare il numero di protocollo della pratica. Me lo da con riluttanza, dicendo che per controllare devo recarmi sul posto. La cosa mi insospettisce. A distanza di qualche giorno, un venerdì, mi faccio accompagnare all'inps da un amico. Cerco di prendere il numeretto, ma la macchina non da segni di vita. Mi avvicino al banco informazioni e scopro che gli sportelli che si occupano delle pensioni d'invalidità, ricevono il martedì e il giovedì. Tanto per rendere la vita più facile. In compenso noto che finalmente i disabili con gravi difficoltà motorie (presente!), non devono più affrontare la solita interminabile fila. C'è tanto di cartello affisso a indicarlo. Una novità dell'ultima ora. Finalmente qualcuno sta cercando di abbandonare le caverne. Mi ripresento il martedì successivo con qualsiasi tipo di documento e il numero di protocollo. Non faccio la fila. Spiego tutta la situazione all'impiegata (due volte) la quale, senza bisogno del numero, controlla la mia situazione. Mi guarda.
«Allora?»
«Non le posso dire niente, deve parlare con il patronato».
«Ma io sono qui per controllare se il patronato si sta realmente occupando della mia pratica».
Alzo un minimo la voce dicendo che sono disposto a buttarmi per terra davanti alla sua scrivania se non si fa chiarezza su questa storia. Voglio parlare con un responsabile. L'impiegata ora mi ascolta: stampa un foglio e scrive in cima il nome della tipa dell'ital-uil, insieme al mio numero di telefono e a qualche altro appunto. Mi dice di tornare martedì prossimo per parlare con la signora Cosimi, perchè adesso l'ufficio è ancora chiuso:«Sono tutti in ferie, sa è Agosto». Certo, la gente smette di avere problemi in Agosto. Non si sta male, non si ha bisogno delle istituzioni. Agosto, in Italia, è un mese ai confini della realtà. Sospeso nel nulla. Tutto si ferma, è normale. Lo stesso giorno parlando con Massimiliano, un mio fratello acquisito, viene fuori che un suo amico di famiglia, Enzo, ha lavorato per anni con diversi patronati, e lavora ancora a stretto contatto (udite udite)  proprio con l'ufficio a cui compete la mia pratica. Chiamo senza indugio, spiego per l'ennesima volta. Conosce la signora Franco. E' lunedì, mi chiede di mandargli via sms i miei dati insieme al numero di protocollo, che a questo punto ricordo a memoria, e mi rimanda a mercoledì. Oggi. Lo chiamo verso le sette di sera, preoccupato di non aver ricevuto ancora nessuna chiamata.
«Tutto bene. Ti hanno spedito la lettera che annuncia ufficialmente l'arrivo della pensione e degli arretrati,» mi dice con voce soddisfatta, «Comunque io mercoledì prossimo do un'occhiata. Credere va bene, controllare è sempre meglio». 
Lo ringrazio di cuore. Stavolta ci credo anche prima del controllo e mi sento sollevato, anche se in verità sono già entrato in ansia da attesa posta. Dulcis in fundo, sto per sedermi a tavola (...) quando squilla il telefono. Sul display appare il nome: Maurizio Soru, il tipo che non rispondeva mai. Non è possibile. Rispondo immediatamente e sento il classico rumore dell'apparecchio che balla nelle tasche, condito da voci femminili in lontananza. Non resisto e gli mando un sms: «Per quindici giorni non ha risposto alle mie molteplici chiamate. Stasera le è inavvertitamente partita una telefonata diretta proprio a me. Alla faccia dell'ironia!». 

martedì 2 settembre 2008

Roma, 2 Settembre 2008

Nudo

I cuscini sistemati a dovere: sotto le caviglie per tenere sollevati i malleoli⁏ in mezzo alle ginocchia per evitare il contatto. Il corpo girato verso destra.
Perchè così dormo io, da sempre. Cioè da sempre dopo l'altro sempre. 
Perchè è più comodo, o almeno lo era. Ora è utile.
Ho una piaghetta sulla chiappa sinistra che va e viene. In questa posizione non appoggia. Altrimenti fa lo stesso. Girato, mezzo girato, supino. Tanto i cuscini durante la notte salteranno, e mi ritroverò con le gambe sull'altro lato del letto.

Nudo

Ho sempre caldo la sera, anche d'inverno. La termoregolazione gioca strani scherzi, da sempre.
Lo stesso sempre dopo il sempre.
Accendo l'aria condizionata e so già che mi addormenterò un momento prima del gelo, e mi sveglierò alle prime avvisaglie di congelamento. Ma lo faccio lo stesso. E' come se, raggiunta una certa temperatura, il mio cervello decidesse di auto-spegnersi. Di contro, se si ferma il condizionatore, mi riavvio all'istante.

Nudo e solo

Solo e accaldato. L'aria fa fatica a rinfrescarsi stasera. Le ansie arrivano come ondate di calore, con la frequenza di un mare in burrasca. Forse ho bisogno di compagnia, forse di sesso, forse d'amore. O, più semplicemente, ho bisogno di libertà. Una libertà di cui pochi conoscono il gusto. La libertà di sempre.
Il sempre prima dell'altro sempre.

domenica 10 agosto 2008

Roma, 10 Agosto 2008

Voglio partire anch'io per Agosto.

Continuo a fumare erba ma non sento niente, se non l'odore acre dei filtri umidi cosparsi di cenere che giacciono ammassati come cadaveri in una fossa comune. Odore di malinconia, di solitudine, di morte. Sono tornato da poco e le mie vacanze l'ho fatte, ma sono già un ricordo sbiadito dal tempo. Il mondo in cui mi trovo ora, non permette assenze ingiustificate ne spensieratezza. Mi sento in combattimento perenne, circondato da mulini a vento più alti del cielo. Inarrestabili.

Sono stanco.

Umiliato dalle istituzioni, dagli eventi. Vivo in un girone dantesco dove cerco, con tutte le mie forze, di risolvere problemi che puntualmente si ripresentano irrisolti. Ho voglia di cambiare le carte in tavola, ho bisogno di cambiare. Ho bisogno di semplicità, di normalità. La follia ha camminato accanto a me per troppo tempo. Non sopporto più nessuno e tutto mi provoca nausea. E' San Lorenzo. Per ogni stella che non vedrò cadere, lo stesso desiderio.

Anch'io voglio partire, per non tornare.



domenica 29 giugno 2008

LA RICERCA DELLA GOVERNANTE (Reprise) Capitolo 8

La mattina dopo "Soreta" si presenta puntuale. Bionda, occhi azzurri, carnagione chiara tendente al rossastro e qualche chiletto in più del dovuto (per essere gentili). Fa il canonico giro di casa; facciamo la canonica chiacchierata e, sempre canonicamente, dice:«Non ti pentirai di me, starai bene».
Non sono passate ventiquattr'ore che sono già amaramente pentito e mi sento male. "Soreta" è sparita senza lasciare traccia. Cellulare spento. 
Lasciare che uno sconosciuto giri liberamente per casa tua è già difficile di suo. Se poi aggiungiamo il fatto che ogni volta devo spogliarmi (in senso lato) delle mie molteplici e intime problematiche di fronte al pinco pallino di turno, che puntualmente il giorno dopo non si presenta, il peso della ricerca diventa insopportabile. Di conseguenza, la ricerca si fa meno convinta e si tende a rallentare il processo, sperando che una governante piova dal cielo. Cosa che non succede. Anzi, tra le poche persone che ho intervistato mentre mi trovavo in questa terra di mezzo, ne spiccano due: maschi e filippini entrambi. 
C'è una leggenda che imperversa da quando è stato inventato il mestiere di colf: i filippini sono più bravi, più precisi e più affidabili degli altri. Trattasi di leggenda non veritiera, almeno per quanto ho potuto empiricamente constatare. Dei due sopra citati, entrambi in Italia da tre anni: uno capisce a malapena quello che gli dico e non sa cucinare; l'altro alla domanda "Che lavori hai fatto?", mi guarda come se gli avessi chiesto di recitare a memoria la Divina Commedia. 
L'insofferenza della mia ex-governante si sente ormai anche nell'aria. E' rimasta quindici giorni in più del dovuto (come se fossero sufficienti) , per permettermi di trovare qualcun altro. Cosa che fin'ora non è avvenuta. Entra in camera mia e sentenzia:«Tra una settimana me ne vado». 
La guardo senza dire niente. La tensione che sto provando da giorni, improvvisamente si placa. Nonostante mi renda conto di essere sul ciglio di un burrone, sono felice che se ne vada. Evidentemente l'insofferenza non è solo la sua. La notizia comunque mi riporta sulla terra, quella intera non di mezzo, e mi attivo di nuovo. Chiamo caritas, parrocchie, suore, associazioni varie; chiamo amici, vicini, conoscenti. Provo a fare una ricerca su google:"Agenzie badanti", sicuro che non avrei trovato niente. Apriti cielo invece! Compaiono i nomi di una decina di agenzie che si occupano di reperire il personale giusto per ogni evenienza. Badanti, colf, infermieri, cuochi, tutto. Mi sento come se avessi scoperto il senso della vita. Fonti inesauribili da cui posso attingere a mio piacimento. Una schiera di governanti, con tanto di accurata descrizione di ogni soggetto: mansioni, tipo di lavoro ricercato, esperienza, dimestichezza con la lingua, disponibilità. Non è proprio così. La 'nodavo.com', offre una lunghissima lista con i nomi delle persone disponibili. Tramite un piccolo semaforo a una sola luce, posto in alto a sinistra su ogni scheda tecnico-descrittiva, segnalano la disponibilità (luce verde), la trattativa in corso (luce gialla) e l'impiego trovato (luce rossa). Nella scheda troviamo: tipo di lavoro ricercato e target umano preferito. Ad esempio: solo donne anziane autosufficienti; uomini e donne anche non autosufficienti; uomini con un minimo di autosufficienza e via dicendo. Scopro nuove categorie in continuazione; il paese di provenienza e la religione; l'età, dove risiede a Roma, quanti figli ha, se ne ha, la dimestichezza con la lingua; se è munita di patente e disponibile a trattare con animali domestici. Una scheda ricca insomma, alla fine della quale troviamo l'elenco dei lavori svolti e le referenze. Spulcio la lista e inizio a barrare le caselle di quelli che corrispondono al tipo di persona che cerco. Alla base di ogni scheda c'è un pulsante cliccabile, che permette di ottenere i numeri dei candidati selezionati. Clicco. Appare un riquadro con un avvertimento: è possibile contattare un massimo di tre persone al giorno. Io ne ho selezionate otto. Scremo e rimango con tre. Riclicco. Altra finestra: si devono versare quarantotto euro per avere accesso ai numeri di telefono dei selezionati, per la durata di un mese:«Perchè se in un mese non l'ha trovata, non la trova più,» sentenzia l'operatore. Bella cazzata, sono quasi due mesi che cerco e ancora niente. Mi bevo le sue stupidaggini e verso. Ottengo i tre numeri agognati. Risultato: il primo ha trovato lavoro (ma la luce era verde), il secondo sta provando (era verde anche questo), il terzo è spento. Un ottimo inizio. Provo con altre due agenzie online: la prima si chiama 'Privatassistenza' (nome già poco rassicurante) e offre infermieri a ore, assistenza ospedaliera, integrazione badante. Servizio sicuramente utile, ma molto costoso. Parlo con il titolare, persona cortese, che dice di non essere ancora in grado di fornire il tipo di assistenza che sto cercando. Mi assicura però che si stanno organizzando in merito. Ci credo, ma controllerò. La seconda si chiama Luste, e trattasi di cosa più seria. L'agenzia offre una "consulenza esclusiva" nella ricerca di personale altamente qualificato: maggiordomi, cameriere, giardinieri, governanti e quant'altro. Un paradiso di aiutanti. Parlo con una signora molto gentile che, in un attimo: capisce cosa sto cercando, mi dice che ha la persona perfetta per me e mi da appuntamento al giorno dopo. Un'efficienza che mi lascia senza parole. L'unica cosa che mi spaventa è il fatto che la signora, sempre molto gentilmente, mi chiama dottor Amurri. Nella maggior parte dei casi il 'dottor', nasconde il salasso. Arriva domani e arrivano anche loro, puntuali all'appuntamento. L'incontro, all'insegna della gentilezza e dell'educazione, dura un'ora. La governante è italiana, dai modi pacati ma decisi, sa fare tutto: cucina benissimo; mi fa notare che la casa, a suo avviso, è sporca e in disordine (a me sembra pulita e ordinata); mi dice che lei è molto precisa, però le piace l'ambiente rock'n'roll. Casomai reggae, ho i dread lunghi più di un metro. Arriviamo finalmente al costo. La governante, perchè qualificata, prende mille euro al mese; l'agenzia, perchè esclusiva, prende mille euro per la consulenza. Io non ho mai dato più di ottocentocinquanta euro al mese, che è la cifra giusta per questo tipo d'impiego (contratto nazionale). Quindi salasso. E poi è un'ora che la governante recita la parte della tipa affascinante, che non è. Non sono molto convinto, rimaniamo che verrà a provare tra due giorni. La chiamo la sera e le dico che preferisco aspettare di tornare dalle imminenti vacanze. Non batte ciglio e si offre, per sistemarmi casa, fin quando è libera. La ringrazio ma passo. Mio fratello trova un ragazzo peruano, ma viene da un'agenzia che anni prima mi aveva mandato una serie di ubriaconi che levati. Mi rifiuto di averci a che fare di nuovo. Il ragazzo insiste, dice che viene senza avvertire l'agenzia. Ci vediamo. Mi sembra una brava persona, anche se la butta giù pesante sulla cristianità, che per me è un deterrente. Comunque lo prendo. Anche perchè mi dice che la moglie è cuoca di secondo livello, che non so cosa voglia dire, ma suona bene. Carlos, così si chiama, sa fare di tutto: idraulico, elettricista, giardiniere e sa fare le pulizie di casa. In cucina è negato. E' un ex-poliziotto della narcotici (...) e racconta un sacco di storie. Da prendere con le molle. Però è un buono e lavora con grande impegno. Mi chiede se il sabato può far venire la moglie a dormire. Certo. Così cucina. Arriva sabato. Conosco la moglie, che ha lavorato due anni con Enrico Papi (me l'avranno detto venti volte). Lui è alto un metro e sessantacinque; lei, con le zeppe, è comunque più bassa di lui. Porta un cappellino di walt disney con il ventilatorino incastonato nella visiera. Uno spettacolo. E io che mi preoccupavo per le misure del letto nella stanza di servizio. Erica c'entrava appena, per loro è un king size. Ne potrei ospitare una decina con queste misure. Per un attimo penso al film di Burton 'Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato'. Vi ricordate gli omini tutti uguali che cantano e ballano mentre lavorano? Ecco. Me ne immagino una decina, cantanti e ballanti, che mi sistemano casa, cucinano e vanno a fare la spesa. Un sogno. Carlos gli somiglia pure. Dovrò assumerlo e clonarlo. 



lunedì 23 giugno 2008

Roma, 21 Giugno 2008

Oggi sono andato al funerale di un mio amico d'infanzia. Un amico di quartiere, di via, di famiglia. Un amico con la A maiuscola. Non lo vedevo da qualche anno. Strade diverse le nostre: più tortuosa la mia, per ovvie ragioni; più scura e solitaria la sua, e fragile come le ali di una farfalla. Aveva tutto. Bellezza, bontà d'animo, simpatia. Era ricco. Purtroppo tutte queste qualità, come ho tristemente imparato nel corso della mia esistenza, spesso risultano deleterie. Avrebbe potuto girare il mondo senza mai fermarsi, avrebbe potuto togliersi tante soddisfazioni, avrebbe potuto essere ciò che voleva, avrebbe potuto.
Parcheggio davanti alla chiesa di Piazza Euclide. Rimane un mistero il motivo per il quale non abbiano scelto la chiesetta di quartiere, dove, a mio avviso, ha passato il periodo più bello della sua breve vita (nel quartiere, non nella chiesetta). Ai piedi della lunga scalinata che porta all'ingresso della chiesa, mi sorprendo a sperare che il posto non sia accessibile. Ci sono persone che preferirei non incontrare.  E' chiaramente accessibile. Una lunga e poco ripida pedana laterale conduce fino a una delle porte della chiesa, anch'essa perfettamente accessibile. Incontro gli amici di quartiere, questi sì che voglio incontrarli. Ci guardiamo e ci abbracciamo senza dire una parola. Bastano gli sguardi, basta un attimo e siamo di nuovo la piccola banda super affiatata di un tempo. Arriva la bara. Lo stomaco implode, entro. Mi avvicino alla famiglia senza guardarmi intorno, senza incrociare i molteplici sguardi che mi piovono addosso. Abbraccio la sorella e la stringo forte, più forte che posso:« L'abbiamo perso,» mi sussurra nell'orecchio piangendo. Continuo a stringerla. Non riesco a dire niente, ma quelle due parole sussurrate mi scioccano. Rimbalzano impazzite  nel cervello. Cosa vuol dire "L'abbiamo perso"? Che non siamo (siete) stati capaci di aiutarlo? Che l'abbiamo (l'avete) lasciato correre verso il burrone? Bacio la mamma e mi sistemo di lato. Il prete inizia la messa. Per dieci lunghissimi minuti, sbaglia il nome del defunto. Lo chiama Alfredo: si chiama Maurizio. Qualcuno si alza e lo va a correggere. Il prelato ha il microfono davanti alla bocca:«Come?...Maurizio?...Ah scusate». Poco prima aveva dichiarato di conoscere bene la famiglia. Si avvicina il padre, che non vedo da una quindicina d'anni, e mi ringrazia di essere venuto. Non credo si renda conto ancora, forse non ci riuscirà mai. Quando eravamo 'pischelli' appena diplomati ci disse:«Se fate l'università avete ancora tempo da perdere, se no dovete lavorà ma lavorà tanto. Per fare esperienza. Se tu vuoi fare l'artista è un altro discorso». Io ho fatto l'artista; Maurizio non ha fatto l'università e non ha lavorato. 
La cuginetta legge una breve lettera, parla di angeli e paradiso. E' giovane. Le parole semplici, innocenti e scontate che pronuncia almeno sono vere, sentite. Viene il turno di Rudy, un ragazzo del quartiere dirimpettaio di Maurizio. Recita (male) un breve monologo, esaltandone le doti e il fatto che per lui fosse stato, in quegli anni, un modello da seguire. Cosa che non era. Alla fine dell'intervento, sembra quasi che attenda l'applauso della platea. Per vivere fa il produttore cinematografico. Assomiglia terribilmente a De Laurentiis, cosa che gli farà certamente piacere. Finisce la messa.
Mi avvicino alla bara e leggo la piccola targa con il nome e le date di nascita e morte. Mi sento male. Esco dalla chiesa in lacrime. Siamo tutti provando un senso di rifiuto. Si, perchè non si può morire così, a casa come un cane. Il cuore non si può fermare a trentacinque anni. Non può, non deve. 
Sbagliavi, quando ti portavi via il pallone nel pieno di una partita a calcio, di solito quando stavi vincendo, perchè "il pallone è mio e faccio come mi pare"; sbagliavi, quando hai iniziato a non uscire più, a chiuderti dentro la tua stanza, a dialogare esclusivamente con te stesso. Ma lo sbaglio più grande l'hai commesso due giorni fa. Hai sbagliato amico mio, sei andato via troppo presto. Hai portato via il pallone per l'ultima volta. Ciao Maurì.

sabato 14 giugno 2008

DISABILE VS. INPS Capitolo 7

Ho deciso di chiudere il conto dove ricevo l'assegno di 'accompagno' che lo stato, nelle vesti di Inps, mensilmente mi versa. Quattrocentosessanta euro che servono, ahimè, a ben poco. Vado sul sito dell'ente: cerco il modulo scaricabile che permette il cambio di conto. Ce ne sono tanti e per tutti gli usi, troppi usi. Non trovo quello che mi serve. Contatto il numero verde che l'Inps mette gentilmente a disposizione, per chiedere informazioni su dove trovare il modulo e sull'iter da seguire per comunicare le nuove coordinate bancarie. Seguo il solito labirinto digital-telefonico, fatto di vocine registrate e numeri da digitare, che mi porta, dopo circa dieci minuti di combattimento, al tu-tu-tu della linea interrotta. Provo ancora e riesco a parlare con un operatore:«Inps dica,» la linea è disturbata, si sente poco.
«Salve, devo cambiare le coordinate bancarie dove ricevo la pensione. Qual'è il modulo scaricabile da internet?».
«E' ...egato al ..it..».
«Scusi, potrebbe ripetere non si sente bene».
«E' sul sito? Mi segue? E' sul sito? Capisce cosa le dico?» domanda in rapida sequenza con voce stizzita.
«Stia calma signorina non la sento bene, continui» cerco di mantenere la calma.
«Vada su moduli».
«Fatto».
«Vada su ....rat.. ...ns...t.».
«Scusi ripeta per favore, non si capisce».
«Mi segue? E' in grado di fare quello che le dico? Vada sulla voce assicurati\pensionati è il quarto modulo. Mi segue⁇» sempre più stizzita.
A questo punto vorrei vomitarle addosso tutto ciò che penso, ma continuo a trattenermi e a interagire con educazione:«Trovato, grazie. E una volta compilato?».
«Lo porta all'Inps di zona, dove altro?».
«Devo portarlo anche in banca?».
«No, direttamente qui». 
(Non è vero. Una parte del modulo deve essere compilata da un funzionario di banca).
«C'è un ufficio pensioni?».
«Presumo di si».
Ecco. Sono una persona molto paziente, ma la frase "Presumo di si" ha innescato, nelle mie viscere, una bomba a orologeria. Il castello della mia educazione, che fino a quel momento aveva retto ai ripetuti attacchi del nemico audiolesivo, è imploso come un palazzo carico di esplosivo:«Presumo di si⁇,» inizio a urlare, «Lei risponde a un numero verde di un ente per fornire informazioni e presume ci sia un ufficio pensioni? La pagano per presumere? Ma con chi crede di avere a che fare? Sono disabile, mica deficiente (con tutto il rispetto per la categoria). Lei è un'ignorante e una maleducata».
«Le ho detto quello che voleva sapere» e mi attacca in faccia. Potrei andare all'inps con un mitra e uccidere qualche operatore, a caso. Sperando di beccarla. Tanto i tetraplegici in galera non ci vanno. Arresti domiciliari. 
Compilo il modulo e vado all'inps, senza mitra. Passo in banca, dove riempono la parte a loro riservata (qui ci vorrebbe il mitra). C'è un parcheggio interno davanti agli uffici senza posti riservati ai disabili (bravi no?). Entriamo, io e Miky, dalla doppia e scomodissima porta d'ingresso. Nonostante ci vedano in chiara difficoltà, nessuno dei presenti muove un dito per reggere la seconda porta. 
Mi avvicino al banco informazioni: un signore barbuto mi porge un modulo. Io gli mostro il mio modulo già compilato. Lo guarda come se avesse visto un alieno:«Vada pure con quello. Prenda il numeretto, sportello a».
Presumo ci sia un corsia preferenziale per disabili. Presumo male (almeno a me non mi pagano). Prendo il numero: a 30. Siamo al 6 e l'attesa sembra molto lunga. Un signore si avvicina e mi porge il suo numero: a 15. Allora esistono ancora degli esseri umani sensibili su questo pianeta! Lo ringrazio di cuore. Aspetto comunque una ventina di minuti prima di vedere il mio numero brillare, come un rubino, sul display elettronico. Consegno il modulo e spiego ciò che devo fare. Io parlo in italiano, lei in burocratese. Ci mettiamo un pò a capirci, ma alla fine riesco a cambiare il maledetto conto. Ne approfitto per chiedere informazioni sulle pensioni arretrate che devo ricevere da un anno. La risposta, dopo una piccola ricerca, è che serve il numero del fascicolo. Il patronato che ha seguito la mia domanda, dovrebbe chiamare lo sportello inps per conoscere la situazione delle mie pensioni tramite quel numero. Burocratese. La domanda sorge spontanea. Perchè, se digita il mio nome sul computer, non appare tutto quello che mi riguarda per quanto concerne l'inps? O meglio, perchè quando c'è da riscuotere si trova tutto, mentre quando c'è da pagare non si trova mai niente? Tecnologia settoriale.    

giovedì 22 maggio 2008

INSIDIE DI UN PICCOLO INTERVENTO Capitolo 6

Come ho accennato in un precedente capitolo, la scorsa estate sono volato in Germania per un operazione chirurgica alla vescica. Operazione conclusa felicemente dal Dott. Olianas (non finirò mai di ringraziarlo!) - di chiare origini sarde - che ha notevolmente migliorato la mia qualità di vita. In poche, semplici e chiare parole (spero), prive di qualsiasi informazione tecnica, vado a spiegare cos'è successo alla mia povera vescica: prima ne hanno ampliato la capienza con un pezzo di intestino tenue, poi, sempre usando l'intestino, hanno creato un piccolo condotto che parte dalla vescica e sbuca vicino all'ombelico. Ogni volta che sento lo stimolo della pipì: prendo un piccolo catetere - lo collego al tubo di una busta/raccoglitore - lo infilo dolcemente nel condotto - faccio pipì - sfilo il catetere e butto tutto nel cestino. Non prima di aver svuotato il contenuto della busta nel water. Sono stato chiaro? Detto così potrebbe sembrare un delirio, invece è tutto molto semplice. Per la mia salute è stata una svolta epocale, dopo due anni di problemi di cui scriverò in un altro momento. Qualche giorno fa, mi hanno ricoverato in day hospital nell'ospedale davanti casa per fare una piccola rettifica all'intervento germanico. Si trattava semplicemente di allargare la stomia (il buchetto) dove entra il catetere, che tende a cicatrizzarsi (la stomia non il catetere) rendendo impossibile l'operazione pipì. 

DAY ONE.

Mi sveglio alle otto. Miky arriva alle otto e mezza. In coma. Io ho dormito poco e male, per di più non posso fare colazione. Arrivo in ospedale alle nove e mezza: puntuale e a digiuno. Ho fame. Prendiamo l'ascensore e saliamo al secondo piano. Chiedo informazioni a una suora:«Dov'è Urologia?».
«In fondo al corridoio a sinistra».
Come due automi seguiamo le indicazioni alla lettera. Imbocchiamo il corridoio e svoltiamo in fondo a sinistra. Un portantino ci blocca:«Ndo và?».
«Urologia».
«N'è de qua. Deve tornà ndietro. Ao tutti de qua passate».
«La suora ha detto in fondo a sinistra».
«Se ma sinistra de qua». Indica una porticina che neanche un segugio avrebbe trovato, al di là della quale parte un lungo e stretto corridoio che porta al reparto. Miky mi trascina via un attimo prima che inizi a insultarlo. Scopro in seguito, che il maliziosetto mi ha fermato perchè transitavo nella zona 'pischelle' di quel reparto. Ma uno và in ospedale alle nove di mattina a 'spizzarsi' le ricoverate in Medicina Riabilitativa? Ma che perversione è? In fondo al corridoio troviamo la porta del reparto, chiusa. Suono il citofono. Esce una suora (un'altra) che mi dice di aspettare:«C'è la visita». In gergo vuol dire che è in corso il giro mattutino rituale del primario, accompagnato da una schiera di medici in totale sudditanza. Tale e quale al film "Prof. Guido Tersilli medico della mutua" con Alberto Sordi. Canticchio la celebre colonna sonora. Un signore in attesa sorride. A me, invece, girano le palle vorticosamente. Odio aspettare, soprattutto in ospedale. Sto già valutando l'ipotesi: prendi e torna a casa. Si riapre la porta, stavolta è un'infermiera. Mi fa segno di seguirla. Entro in medicheria, e con sommo piacere apprendo che il chirurgo vuole solo che faccia degli esami di routine: sangue, urina, e.c.g. (elettrocardiogramma) e poi posso andare a casa. L'intervento è fissato per domani. La notizia che non devo passare la notte in ospedale mi rincuora. L'infermiera mi preleva il sangue e mi lascia andare a fare colazione: cappuccino tiepido e cornetto per me; super tramezzino prosciutto-formaggio-spinaci e spremuta d'arance per Miky (buon sangue catanese non mente). Torno in reparto e una suorina (perchè minuta) indiana mi fa l'e.c.g.. Mentre attacca elettrodi e ventosine metalliche mi parla senza fermarsi mai, come se stesse recitando una preghiera, un mantra. Ripete l'esame tre volte, continuando con la sua cantilena che riesce quasi a farmi addormentare. Il bello, è che non ho capito una parola una di ciò che ha detto. Divertito, me ne torno pimpante in medicheria dove incontro l'infermiera di prima che mi spiega quello che succederà domani. Arriva anche il primario che legge le mie carte:«Complimenti Lorenzo, hai appena vinto un intervento chirurgico». Rido. «Vieni domani verso le nove e mezza». Strizza l'occhio e se ne và. Devo dire che, portantino a parte, sono stati tutti molto carini e disponibili. Uscendo passo a salutare mia madre, anche lei ricoverata per un'operazione all'anca (un lazzaretto di famiglia). Reparto: Medicina Riabilitativa reparto anziani. Qui non c'è nessun malizioso portantino a fermarmi. Anche perchè, se ci fosse, andrebbe rinchiuso. La mamma sta bene. La trovo in palestra, stesa su un lettino a fare esercizi con un fisioterapista. Altre sei signore, disposte su altrettanti lettini, si esibiscono in scoordinati movimenti di gambe, anche e bacino. Mentre l'altro terapista zompetta di paziente in paziente impartendo ordini e controllando l'andamento dei vari esercizi.
«Fabio ne ho già fatte venti, mi posso riposà?»
«Venti come signora Serafini?»
«Come m'hai detto te, guarda».
La signora spinge con le gambe piegate cercando di alzare il bacino, tra sforzi disumani che la rendono paonazza. Il bacino si alza impercettibilmente, prima di riafflosciarsi sul lettino insieme alle gambe, che ora ricordano quelle di una rana a pancia all'aria. 
«Si, proprio come le ho detto io. Ne faccia altre venti signora Serafini».
Mi guardano come fossi un alieno. Mi avvicino a mia madre che mi presenta il fisioterapista, che zompetta verso un altro lettino. Ma non saranno pochi due per tutte queste signore? Accanto a me seduta su una fatiscente carrozzina ospedaliera, una signora molto anziana mi fissa con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Aspetto che da un momento all'altro mi dica:«Ricordati che devi morire!». Come nel film 'Non ci resta che piangere'. Per fortuna non lo fa. Continua però a fissarmi finchè non me ne vado. Accompagno mia madre, che nel frattempo si è alzata e ha inforcato le stampelle, nella sua stanza. Vuole che le porti un cucciolo del mio cane, che ha appena partorito, in ospedale. Provvederò. Torno a casa fiducioso e, per una volta, convinto di aver fatto la scelta giusta.  

DAY TWO.

La scena della mattina precedente si ripete tale e quale. Io non ho dormito, Miky è in coma. Mi sento come Bill Murray in 'Groundhog day' (sono tutto citazioni cinefile oggi), l'unica differenza è che posso fare colazione. Arrivo in reparto sempre puntuale (a volte mi sorprendo da solo!) e già mangiato (come direbbe Verdone). La stessa infermiera simpatica del giorno prima mi accoglie e, insieme a Miky, mi sistema sul letto. Mi spogliano dei vestiti per infilarmi la classica palandrana verde ospedale, in puro tessuto acrilico. E' talmente fina, che solo a guardarla vengono i brividi di freddo. In realtà tiene un caldo insopportabile. Chimico. Arriva un altro infermiere, e con tutto il letto mi portano in sala operatoria. Incontro l'anestesista, una bella donna, che mi infila un ago-cannula nel braccio e mi fa alcune domande di routine. Più le solite domande sull'incidente: com'è successo; dov'è successo; quand'è successo e, nei casi più estremi, perchè è successo. Bella domanda del cazzo. Arriva il momento del tanto atteso intervento e delle insidie che in verità nasconde. Il primo problema che, immancabilmente, si presenta puntuale all'appuntamento riguarda il 'tavolo operatorio'. Solo il nome, evoca immagini di guerre di secessione. Feriti maciullati posti su tavolacci di legno, alla mercè di chirurghi improvvisati muniti di seghe arrugginite. Faccio notare che c'è un problema. 
Non posso sdraiarmi su una superficie dura. Nessun para-tetraplegico può. A meno che non sia notevolmente in carne. Cinque minuti su quel tavolo equivalgono a sei mesi sul letto di casa a pancia sotto, con una piaga da decubito all'osso sacro. Mi rivolgo alla suora caposala, che sta organizzando il trasferimento da letto a tavolo, e al chirurgo.
Io:«Il tavolo è troppo duro. Rischio di farmi male».
Suora:«Non abbiamo materassini. Dai dai, tanto dura poco, non possiamo aspettare».
Chirurgo:«Tranquillo Lorenzo, in mezz'oretta abbiamo fatto».
Io:«Sentite! Io la sopra senza protezione non ci vado. O mettete un materassino, o potete tranquillamente passare al prossimo intervento».

Silenzio.

Irrompe, con tempismo perfetto, una delle infermiere di sala con tre cuscini, che vengono posizionati in fila a formare un piccolo materasso (e ci voleva tanto⁉). Salvando la situazione che si era fatta pesante. Mi trasferiscono sull'altare sacrificale e iniziano i preparativi. Tra le altre cose, un infermiere si arma di rasoio e mi tricotomizza la pancia. Cioè mi rade completamente da sopra l'ombelico fino al pube. La cosa mi insospettisce. La parte che devono operare si trova in basso a destra rispetto all'ombelico. E' piccolo il pertugio da allargare, perchè mi rade completamente? Sto per trasformare il pensiero in suono quando sento il chirurgo e il suo aiuto parlottare dell'operazione.
Chirurgo: «Hai capito allora di che si tratta?»
Aiuto: «No, spiegami».
Chirurgo: «Dobbiamo aprire l'ombelico e allarg....».
Io: «L'ombelico di chi dovete aprire⁇».
Chirurgo: «Ma il tuo medico tedesco ha parlato di ombelico».
Io:«No dottore, vicino all'ombelico. L'abbiamo visto insieme quando mi ha visitato, ricorda?».
Chirurgo: «Oddio Lorenzo mi devi scusare, mi sono confuso».

Silenzio. 

Mi sono confuso⁇ Ma che risposta è? In questo caso devo ringraziare la mia condizione. Non ho sensibilità cutanea nell'ottanta per cento del corpo. Non ho bisogno di anestesia totale in questo caso, solo locale. Immagino la scena se fossi stato sedato totalmente: il chirurgo mi fa svegliare nel bel mezzo dell'intervento chiedendo che cosa esattamente debba farci col mio ombelico, tenendolo sospeso per aria con una pinza. 
Durante l'operazione l'anestesista mi offre del valium, che saggiamente rifiuto. Visto l'andazzo, meglio essere lucidi e vigili. Finisce tutto bene. Accetto anche del tranquillante, perchè ho un po' di dolori e, di conseguenza, mi si sta alzando la pressione. Il mondo diventa immediatamente più soffice, più morbido. Torno in stanza e dormicchio parte del pomeriggio. Alle sei, dopo aver testato la funzionalità della rettifica, e con il benestare dei medici, me ne torno a casa. Saluto l'infermiera simpatica e un'altra sud-americana che, dopo aver tessuto le lodi delle donne latine, si offre come eventuale accompagnatrice, se dovesse servire. Intanto ci accompagna all'ascensore di servizio: infila la chiave e ci assicura che il suddetto sbuca davanti a una delle uscite. Ci ritroviamo davanti a tre porte arancioni serrate. L'ascensore non possiamo riprenderlo perchè funziona solo con la chiave. Siamo costretti, anzi Miky è costretto, a imbracciare le manovelle della carrozzina e, a marcia indietro, salire gradino per gradino due belle rampe di scale. Arrivati in cima, lancia una serie di maledizioni in dialetto che il woodoo in confronto diventa un giochino per bimbi. Usciamo finalmente dall'ospedale stanchi (io ancora un po' narcotizzato in verità) ma felici che tutto sia andato per il verso giusto, stavolta. Come non detto. La notte sono costretto a chiamare il dottore perchè il catetere non entra. Per fortuna è solo un grumo di sangue che dopo un po' cede. Che fatica però.